AORARCHIVIA

TORNA ALL'INDICE

HURRICANE

 

 

  • OVER THE EDGE (1988)

  • SLAVE TO THE THRILL (1990)

 

Etichetta:Enigma

Reperibilità: in commercio

 

PREMESSA

 

Tutto quanto viene dopo gli asterischi è stato ovviamente scritto prima che questi dischi venissero miracolosamente ristampati (e rimasterizzati!). Un altro brutto colpo per contraffattori e speculatori. Ed una lezione per gli impazienti che hanno speso un centinaio di dollari per ottenere dischi che oggi vengono venduti per una quindicina di euro. Il webmaster non smetterà mai di consigliare pazienza: tutto viene a chi sa aspettare...

 

* * *

 

E vai con le lost gems... Questa è tutta pubblicità gratuita a favore di quei fortunati possessori dei dischi in esame che decidono di metterli all’asta su e-bay per pagarcisi la vacanza alle Maldive, lo so, ma ormai ho praticamente perso le speranze di vedere i primi due album degli Hurricane ristampati, non chiedetemi per quale motivo le labels specializzate preferiscono ripubblicare i dischi dei Madam X o dei Mariah, spesso non c’è un senso o una logica dietro certe scelte, altre volte si tratta di beghe legali, problemi a rintracciare tutti gli aventi diritto alle royalties (e sono molti di più di quello che potreste immaginare) o addirittura a rintracciare i nastri originali, tutta una caterva di firme, permessi, e Dio sa cos’altro, e solo per poterne stampare un migliaio di copie, magari. In questo campo, occorre accontentarsi di quello che si trova, senza andare troppo per il sottile, e sopratutto avere una pazienza a prova di bomba: sediamoci sulla riva del fiume, insomma, e chissà che, prima o poi, non vedremo passare fra i flutti anche i due primi album degli Hurricane.

Per descrivere efficacemente questa band si può usare quel certo modo di dire: gli allievi che superano i maestri... perché il primo nucleo degli Hurricane era formato da Robert Sarzo (chitarra) e Tony Cavazo (basso), i fratelli minori di Carlos Cavazo e Rudy Sarzo, rispettivamente chitarrista e bassista dei prime movers della scena L.A. metal, i Quiet Riot. Prima di venir presentati da Kevin DuBrow (il vocalist dei Q.R.) in persona, i due avevano avuto già esperienze significative, Robert sopratutto come sessionman, Tony negli Snow e nei Dangerface e negli stessi Quiet Riot. Dopo un periodo discretamente lungo di assestamento che vide transitare nei ranghi della band anche Michael Guy (Fire, Shark Island e House Of Lords), John Ward (London, Madam X, Trouble) e John Shearer (David Byron Band e Wolf), gli Hurricane si stabilizzarono con Jay Schellen dietro i tamburi (già con Badfinger e Lita Ford) e Kelly Hansen al canto, che veniva da esperienze sopratutto in campo pop. Invece di mettersi a sgomitare con la torma di bands che affollava i clubs di Los Angeles sperando di essere notata da qualche promoter, gli Hurricane decisero di promozionarsi finanziandosi di tasca propria la registrazione di un EP, ‘Take what you want’, una mossa intelligente che li portò subito all’attenzione della Enigma Records (la più grande delle indipendenti o la più piccola delle majors, come preferite). E nel 1988, prodotto da Mike Clink e Bob Ezrin, usciva nei negozi il primo album, ‘Over the edge’, un masterpiece che catapultava istantaneamente gli Hurricane nell’olimpo del class metal. Le dieci canzoni di quest’album ci presentavano una band capace di proporre musica che, pur nel rispetto degli stilemi più in voga, sapeva ritagliarsi un proprio spazio con originalità, al punto che gli Hurricane potevano addirittura porsi come nuovi punti di riferimento, e se ciò non è accaduto, dobbiamo darne la colpa solo alla mancanza di coraggio di tante bands ansiose di rincorrere Ratt e Dokken piuttosto che rischiare qualche alchimia che li allontanasse dai soliti luoghi comuni. In pratica, solo gli Unruly Child trarranno qualcosa da queste atmosfere (e non è un caso, dato che Jay Schellen prima e Kelly Hansen poi, militeranno nei ranghi di questa straordinaria band), la title track sembra addirittura prefigurare ciò che Bruce Gowdy e Guy Allison faranno di lì a qualche anno: un intro d’atmosfera, le armonie di chitarra acustica, Kelly che entra planteggiando elegantemente e poi il ruggito del riff elettrico, un grande refrain, la continua alternanza elettrico/acustico è già una sorta di atto di sfida ai cliché che vogliono il brano d’avvio di un disco sia sempre veloce e diretto. “I’m eighteen” è, naturalmente, il classico di Alice Cooper, un’altra sfida che la band stravince, rileggendo quello che in origine era un anthem essenziale e rabbioso attraverso la sensibilità melodica dei Big 80s. “I’m on to you” poggia sul martellare implacabile della cassa e sui ringhi della chitarra elettrica su cui si adagia il cantato melodico e potente di Kelly ed una smalto vago di tastiere. “Messin’ with a hurricane” è un anthem di classe stratosferica, sfumature funky su un tessuto vagamente Ratt, suadente ma elettrico, un refrain avvolgente... “Insane” è un superbo mid tempo bluesato, aerosmithiano, Kelly cambia registro esprimendosi su toni ironici e scanzonati, l’assolo è uno splendido dialogo tra la chitarra e l’armonica dell’ospite Jimmy Zuala. Più classiche “We are strong” e “Shout”, ombre Bonjoviane sulla prima, riflessi di metal californiano nella seconda, ma comunque sempre lontane da qualsiasi impressione di “già sentito”. “Spark in my heart” è heavy, drammatica, solenne eppure sempre cromata e melodica, con un sorprendente bridge Vanhaleniano, ma forse la cosa più avventurosa è “Give me an inch”, pop metal che guarda ai Cheap Trick e al David Lee Roth meno kitch. Chiude il disco la stranissima “Baby snake”, uno strumentale veloce, tirato, alla Racer X, ma tutto resta in sottofondo mentre in primo piano scorre una confusa sequenza di conversazioni telefoniche: indecifrabile.

La band torna al disco nel 1990, Robert Sarzo se n’è andato e, dopo una breve permanenza di Carlos Cavazo, il posto di chitarrista è preso dal bravo Doug Aldrich, mentre la produzione è affidata a Michael James Jackson. ‘Slave to the thrill’ è un signor disco, ma non replica gli scenari avventurosi di ‘Over the edge’, e non saprei se attribuire questa vena più convenzionale alla dipartita di Robert Sarzo o piuttosto alla mancanza degli input di quel genio della produzione che è Bob Ezrin (Mike Clink agisce più che altro da ingegnere del suono nei dischi di cui si occupa, il suo contributo agli arrangiamenti è minimo). Si potrebbe anche mettere nel conto il fatto che Doug Aldrich è a sua volta un chitarrista mai particolarmente distintosi per una vena creativa fuori dagli schemi, e anche se il songwriting di ‘Slave to the thrill' fa scintille, sono “soltanto” lapilli di cromato metal losangeleno... Come nota di colore, possiamo ricordare che questo disco ebbe due copertine: la prima, raffigurava una modella completamente nuda, seduta a gambe spalancate su un arnese dall’aria poco raccomandabile e dalla funzione non del tutto chiara ma palesemente di quelle vietate ai minori. La Enigma, dopo qualche tempo e, immagino, molte proteste da parte del PMRC (quelli che appiccicano sulle copertine gli adesivi con le scritte: “Genitori, attenzione! Testi espliciti!”) fece rifare la copertina, togliendo la modella e lasciando solo la macchina, cosa che rese felici quelli del PMRC e felicissimi coloro che avevano l’LP o il CD con la cover originale, divenuti all’istante un piccante pezzo da collezione (e oggi, una copia di 'Slave to the Thrill' con questa copertina viene venduta su ebay a prezzi ancora più alti di quelle che raffigurano l’ordigno in solitario, naturalmente). Le canzoni, dicevamo, non offrono quegli spunti originali presenti largamente su ‘Over the edge’, ma brillano ugualmente di luce propria. “Reign of love” è spettacolare, trascinante, anthemica, con un fantastico refrain, e “Next to you” replica immediatamente questo clima con un ritmo meno tirato. “Young man” fa molto Whitesnake ‘1987’ era, ma con un bridge sui generis; “Dance little sister” è un hard melodico cromato su un rovente telaio blues alla Tattoo Rodeo, atmosfera che ritorna poi in “Let it slide” con qualche spunto sudista in più; “Temptation” è una scheggia di pregevole class metal, ma con un refrain sfacciatamente dokkeniano. “In the fire” è turbinosa ma sempre squisitamente melodica (la precede un minuto scarso di rumori meccanici e sospiri modulati da una sensuale voce femminile, e non ci vuole un’immaginazione particolarmente ardita per supporre che stiamo ascoltando la colonna sonora della foto di copertina...). “Lock me up” è tagliente, sinuosa, superba, forse con qualche ombra Winger, “Smiles like a child” ha una base di metal californiano su cui la band ricama spunti rock’n’roll e rhythm and blues con una classe stratosferica. Le ballad sono “Don’t wanna dream”, convenzionale ma efficace, e quello che è forse il capolavoro dell’album, “10,000 years”, ricca di umori zeppeliniani sparsi su un riff cadenzato che deflagrano in un refrain quasi pomp (un po’ alla maniera dei Bonham del primo album).

Ma Doug Aldrich salutò immediatamente i nuovi compagni per raggiungere gli House Of Lords con cui avrebbe suonato gran parte del magnifico ‘Sahara’, e gli Hurricane svanirono fra le incertezze del nuovo clima musicale di inizio decennio.

Dopo lo scioglimento della band, proprio dei due fondatori si è persa ogni traccia, mentre Kelly Hansen e Jay Schellen (per non parlare di Doug Aldrich) hanno collezionato un’impressionante serie di lavori con bands più o meno buone. Che quello degli Hurricane sia poi un nome tutt’altro che passato nell’oblio della memoria collettiva è confermato dalla scelta (opinabile) di Kelly e Jay di risuscitare il monicker per un terzo disco uscito nel 2001 e intitolato ‘Liquifury’, di cui potete leggere ampiamente seguendo il link.

 

AORARCHIVIA

TORNA ALL'INDICE

HARDLINE

 

 

  • DOUBLE ECLIPSE (1992)

Etichetta:MCA Reperibilità:scarsa

 

Con questa band ho sempre avuto un rapporto un po’ curioso. Quando vennero fuori, nel ‘92, gli prestai poca attenzione. Mi dava ai nervi il fatto che Neal Schon e Dean Castronovo avessero chiuso con i Bad English per mettersi poi con questi due pivelli sbarbati e sconosciuti: chi cavolo erano, ‘sti fratelli Gioeli, e che avevano di tanto speciale per poter godere dei servigi nientemeno che di sua altezza Neal Schon? Un amico mi registrò la cassetta ed io mi concessi qualche ascolto rancoroso e distratto prima di esiliare gli Hardline in un angolo remoto della memoria e dello scaffale destinato ai nastri.

Passano gli anni, nasce questo sito, e tra le mail che mi arrivano, spesso, molto spesso salta fuori il nome di questa band: ti piacciono gli Hardline? che ne pensi degli Hardline? c’è una canzone degli Hardline... eccetera, eccetera. Ed ecco che comincio a chiedermi se anch’io non ho commesso un errore, come l’ispettore Rock...  Ma dov’era finita la cassetta? Merde... Così comincia la caccia al CD, conclusa vittoriosamente (grazie, Paolo!), e le solite ricerche d’archivio, che mi portano a sciogliere un primo enigma, ossia il motivo che aveva indotto Neal a mettere su una band con questi due tizi; anzi, a costruirgliela attorno, ed a reperirgli un contratto major (che in quel periodo, con la marea grunge che montava, non era proprio roba da niente). La soluzione del caso stava nel cognome della moglie di Neal (almeno, della moglie dell’epoca: lo sappiamo come fanno gli yankees: si sposano, divorziano, si risposano, ridivorziano...) che è: Gioeli. Per farla breve: Johnny e Joey (al secolo, Giovan Battista e Giuseppe) Gioeli, erano (forse sono ancora) i suoi cognati! E poi qualcuno parla male del nepotismo e delle raccomandazioni... Ma i Gioeli avevano già una discreta storia di spintarelle e simpatie provenienti dai quartieri alti, considerato che la loro prima band, i Killerhits, venne amichevolmente sostenuta da Brett Michaels, mentre la seconda, i Brunette, abbe qualche favore da Dana Strumm, che produsse il primo demo. I Brunette vennero però frettolosamente accantonati quando cognato Neal si ritrovò senza nulla da fare dopo i Bad English, e pensò che sarebbe stato divertente lavorare - almeno per una volta - in famiglia (e magari non lo pensò lui, ma sua moglie: lo sapete come sono le mogli, no...?). E allora, ecco che i Gioeli brothers si ritrovano catapultati alla corte di una major, a lavorare con Neal, Dean e Ted Jensen (che aveva fatto parte degli Harlow ed era andato in tour con David Lee Roth), a suonare canzoni gentilmente messe a disposizione da Mike Slamer, Eddy Money e Jonathan Caine...

Venendo finalmente al disco... che sia buono, non ci piove (e con Neal Schon che ci suona, arrangia e produce il tutto, ci mancherebbe...), solo continua a sfuggirmi l’aura mitica soffusa attorno ad un lavoro apprezzabile ma largamente derivativo. Gli Hardline non hanno un suono, un trade mark: fanno class metal e hard melodico come una qualsiasi band di Los Angeles, prendendo a prestito gran parte degli elementi formali del genere da Motley Crue, Firehouse, XYZ, Whitesnake, Survivor, Beggars & Thieves... Impastano tutto molto bene, con gusto, sapienza; ma, ripeto, non c’è niente, assolutamente niente di nuovo che brilli sotto il sole di questo disco. Il songwriting è notevole, ma un’aria familiare spira con continuità fra queste tredici (belle) canzoni. Non comprendo allora il motivo che ha portato questa band a diventare frequente punto di riferimento per chi si occupa di recensioni e critica in ambito AOR: non ha molto senso dire “La Pinco Pallino Band suona come gli Hardline”, perché gli Hardline non hanno proprio niente di “caratteristico”. Entrando più nello specifico delle tredici tessere che compongono il mosaico di ‘Double eclipse’ (prendo in esame la versione giapponese, che ha una track in più rispetto a quella euroamericana: altro grazie a Paolo...), “Life’s a bitch” è un piacevole melange Firehouse / Steelheart, come la successiva “Dr. Love” (scritta da Mark Baker e Mike Slamer: Mike la inciderà in proprio sul primo album dei suoi Steelhouse Lane). Love leads the way” ha un refrain Scorpions su base Whitesnake, “Rhythm of a red car” fonde Hurricane, Mötley Crüe e Vinnie Vincent Invasion, mentre “Change of heart” è una graziosa ballad Bonjoviana. I Beggars & Thieves corretti al metal californiano ispirano “Everything”, e ancora gli Hurricane sono chiamati in causa da “Takin’ me down”. “Hot cherie” è una cover degli Streetheart (presa dal loro ultimo album, 'Buried treasures', del 1984), ma suonata come se venisse dal songbook degli XYZ, “Bad taste” parla la lingua degli Steelheart, “Can’t find my way” è una power ballad di nuovo debitrice delle atmosfere dei Firehouse amalgamate ad un certo flavour teutonico, le tinte folk di “I’ll be there” non possono che far pensare agli Heart e, dopo lo strumentale tutto chitarra acustica e keys “31-91”, chiude il disco “In the hands of time”, drammatica e solenne, ancora Hurricane con una discreta dose di Survivor nel refrain. Naturalmente, il fatto che questo sia un disco derivativo non lo rende certo meno godibile, qui c’è la classe immensa di Neal Schon, arrangiamenti perfetti, un suono adamantino, Johnny Gioeli poteva dare lezioni di canto a più di un collega, e tutte le influences & connections prima citate non si traducono in citazioni o riarrangiamenti di cose altrui, ma in un prendere a prestito atmosfere e stilemi messi a punto da altre bands usandole come base per un songwriting scintillante. Individuare una vetta è difficile, qui è sopratutto questione di gusti personali, io trovo irresistibile “Rhythm of a red car”, ma ogni canzone è una piccola gemma da custodire gelosamente.

Dopo una discreta attività live, cognato Neal, Deen Castronovo e Ted Jensen salutarono i ragazzi per dedicarsi ad altro ed i Gioeli sparirono dalla circolazione fino al 2000, quando, con Joey Tafolla e Bobby Rock, registrarono un secondo album, fantasiosamente intitolato ‘II’, ed un live preso al Gods Of AOR, anche questo pubblicato con un titolo coerente, ovvero ‘Live at the Gods’, mentre recentissima è l’uscita di materiale d’archivio risalente ai tempi dei Brunette. Non sembra però che i Gioeli siano interessati più di tanto ad un ritorno in grande stile nell’arena musicale, le loro fortune sono ormai affidate ad una fabbrica di dentifrici (!!!), la White Overnight, anche se pare che questo business non stia dando grosse soddisfazioni ai fratelli, la Camera di Commercio di Los Angeles si è di recente occupata della  White Overnight perché sembra che la pasta da loro messa in commercio non sia esattamente roba di alta qualità, ed agli uffici competenti giungano una media di 100 reclami al mese sul prodotto...

 

AORARCHIVIA

TORNA ALL'INDICE

HOUSE OF LORDS

 

 

  • WORLD UPSIDE DOWN (2006)

Etichetta:Frontiers Reperibilità:in commercio

 

Un altro grande monicker che ritorna fra noi... Come dite? Era già ritornato, un paio d’anni fa? Diciamo che quattro membri di quella band avevano preso quel monicker e lo avevano appiccicato ad un lavoro che aveva i suoi punti d’interesse ma ben poco a che vedere con tutto ciò che il monicker aveva rappresentato. Vendite disastrose e giudizi concordemente negativi hanno ridotto a più miti consigli coloro che lo gestiscono... oppure no?

Chi sono gli House Of Lords, nell’anno di (poca) grazia 2006? Il solo James Christian. Gregg Giuffria da molti anni non è più interessato alla musica, e lo ha dimostrato in mille modi. Qui agisce come “produttore degli arrangiamenti di tastiere”, una qualifica che mi sa tanto sia stata buttata lì per poter stampare comunque il suo nome sul CD, perché se non c’è lui, Gregg, allora che accidenti di House Of Lords sono? Ma è lecito chiedersi anche se gli HoL siano mai stati concretamente qualcosa: difatti, se andiamo a scorrere i nomi degli autori delle canzoni interpretate dalla band, scopriamo che su un totale di 30 sono ben 20 quelle fornite in tutto o in parte da songwriters esterni. Insomma: una band di grandi esecutori, ma che dal punto di vista compositivo non è mai riuscita a conquistarsi l’autonomia. E i suoi primi tre dischi sono abbastanza diversi l’uno dall’altro: il primo sopratutto in bilico tra AOR e pomp, il secondo orientato in prevalenza verso il class metal, il terzo virante in direzione dell’hard melodico californiano. Tre capolavori ineguagliati. E ineguagliabili? Che sia possibile ripetersi sugli altissimi livelli degli anni ’80 l’hanno dimostrato i Giant con ‘III’. Ma non sempre volere è potere...

Oggi gli HoL sono più che mai la James Christian Band, e questo potrebbe non essere un problema, in fondo su tre album abbiamo avuto tre line up diverse (per non parlare dei session man sempre coinvolti a vario titolo); ma - tanto per cominciare da qualche parte le dolenti note - James non è più lo stesso di quindici anni fa: la voce del nostro ha sofferto l’offesa degli anni: ha perso estensione, elasticità, diventando un po’ legnosa e rauca. Nulla di tragico, James Christian non è ridotto alla caricatura di se stesso come David Coverdale (l’esibizione degli Whitesnake all’ultimo Gods of Metal è stata uno degli eventi più malinconici della mia vita...), ma quelle prodezze vocali che potevamo ascoltare su “Looking for strange” oggi, per James, sembrano pura chimera. I nuovi membri della band sono tutti buoni musicisti, e James ha seguito la solita procedura rivolgendosi a vari songwriters per le canzoni che compongono ‘World upside down’. Ma fra costoro non ci sono Mark Spiro, Rick Nielsen, Bob Marlette, Mike Slamer, Alan Pasqua e tutti gli altri che contribuirono a forgiare il sound che conosciamo. Dulcis (si fa per dire...) in fundo, la produzione è curata da James e supervisionata da Serafino Perugino e, con tutto il rispetto per James ed il boss della Frontiers, nessuno dei due è Andy Jones o David Thoener. Non mi stancherò mai di battere su questo tasto della produzione, che è la chiave di volta su cui si regge ogni disco, e di ricordare che nei Big 80s la differenza tra un lavoro buono ed uno grandissimo spesso e volentieri la facevano non i chitarristi o i cantanti ma persone come Bob Rock o Ritchie Zito o Ron Nevison. Non stiamo parlando soltanto di suoni lussuosi e resa fonica perfetta, ma di quelle mille cure negli arrangiamenti, di quelle invenzioni e piccoli tocchi che vengono percepiti dall’ascoltatore medio quasi ad un livello subliminale, connotando infallibilmente le atmosfere di un disco. ‘World upside down’ suona benissimo, ma non essendo stato seguito da un produttore “vero” manca di tutto questo (come la gran parte delle produzioni odierne di AOR, comunque), e non riesce a replicare che molto alla lontana ciò che scaturiva da ‘Sahara’. Difatti, contrariamente a quanto scritto da più parti, quest’album non ha molto in comune con il festaiolo e cromatissimo ‘Demons down’, ma si riallaccia piuttosto al secondo disco della band, il metallico e più violento ‘Sahara’. E’ una buona raccolta di hard edged AOR, i richiami a ciò che conosciamo non mancano, ma non aspettatevi di potervi ritrovare proprio , come invece accadeva su ‘III’ dei Giant. L’usurpazione del monicker è meno offensiva che in passato, ma, in definitiva, sempre di usurpazione si tratta: gli House Of Lords erano un’altra cosa.

Tutto quanto scritto sopra non equivale comunque ad una stroncatura. Il disco è buono, c’è classe, competenza, ma occorre tenere ben separato quel monicker da ‘World upside down’, perché se vi accosterete a quest’album sperando di ritrovare pari pari tutto quanto veniva segnato con il marchio House of Lords rimarrete (probabilmente) delusi. Bisogna anche sottolineare il fatto che James Christian non cede mai alla (comoda) tentazione dell’autocitazione, e questo va a suo merito: non sarebbe certo stato difficile assemblare un pugno di canzoni prelevando riff e armonie dai vecchi album, servendoci una minestra riscaldata, una rifrittura di cose già ascoltate, dal sapore stantio anche se certo più familiare... Non voglio passare al setaccio il disco, è l’atmosfera generale che conta, ciascuno poi individuerà i momenti che più lo ispirano. Diciamo che sulle schegge più violente si avverte appena una certa aria moderna (in particolare su “I’m free”, che sembra uscita da uno degli ultimi album dei Von Groove), mentre la canzone che più riporta alla mente le cose passate è “S.O.S in America”. Il momento che personalmente ho trovato più interessante è “Ghost of time”, mentre la canzone meno accattivante mi risulta la title track, una power ballad pianistica penalizzata proprio dal suono del pianoforte, tremolante, stridulo e un po’ distorto, mixato poi ad un volume troppo basso. Per il resto, c’è un’ottima resa fonica, belle timbriche, solo la batteria resta un po’ indietro, ma il nuovo drummer BJ Zampa non regge il confronto con titani dello strumento come Ken Mary e Tommy Aldrige, si limita a fare il suo compito segnando il tempo, ordinato, pulito ma niente più di questo.

In chiusura, il fatidico interrogativo: ‘World upside down’ è un lavoro only for fans? No, nella maniera più assoluta. Il confronto con quanto inciso quindici o venti anni addietro finisce per sminuire qualsiasi cosa pubblicata ai giorni nostri ma i nuovi House of Lords ci hanno dato un lavoro ben più che dignitoso, che stende senza fatica i tanti RSU Made In Germany che ormai costituiscono la massima parte della produzione odierna in campo melodic rock. Si poteva fare di più e meglio, of course, ma credo che lavori come ‘World...’ siano il massimo che possiamo legittimamente aspettarci fino a quando le majors non ricominceranno ad aprire i rubinetti dei loro conti bancari per finanziare le bands del nostro genere. Accadrà mai? Sperare non costa nulla, sognare idem, e sarebbe davvero meraviglioso, un giorno, vedere il cadavere putrefatto dei Coldplay portato via dalla corrente.

Stick to your gun...

 

AORARCHIVIA

TORNA ALL'INDICE

QUIET RIOT

 

 

  • QUIET RIOT (1988)

Etichetta:Pasha/CBS Reperibilità:scarsa

 

Che storia, quella dei Quiet Riot... Nel 1983, il compilatore di una ipotetica Grande Enciclopedia del Rock gli avrebbe dedicato non più di mezza riga, e giusto per ricordare che erano stati la prima band di Randy Rhoads... e poi venne ‘Metal Healt’. “Cum on feel the noise” diventò il primo hit del nuovo metal californiano, ed i QR i capofila di una scena che nel giro di qualche mese avrebbe sparato Dokken, Mötley Crüe, Ratt, Malice...

Ma esaurito quel tormentone (che era poi una cover degli Slade), appesi al muro i cinque  dischi di platino per ‘Metal Healt’, la carriera della band fu tutto uno scivolare. Dopo un paio di album che avevano fruttato vendite molto inferiori alle attese (e, diciamola tutta, ci sarebbe voluto un intervento divino o diabolico  – e pure particolarmente energico – perché lo stanco e spompatissimo ‘III’ arrivasse nei quartieri alti della classifica di Billboard a dar fastidio a ‘Slippery when wet’ dei Bon Jovy), proprio il front man divenne il capro espiatorio di una situazione nient’affatto rosea. Kevin Du Brow lasciò la band, così vuole la leggenda, dopo essere venuto alle mani con Frankie Banali e Carlos Cavazo, e al suo posto, i due insediarono il grandissimo Paul Shortino, strappato ai Rough Cutt (per i dettagli riguardo questa magnifica band, seguite il link). Rudy Sarzo suonò qualche traccia di basso sul nuovo album prima di trasferirsi in via definitiva negli Whitesnake, il resto del lavoro al quattro corde lo fecero il session man Jimmy Johnson ed il nuovo membro Sean McNabb (futuro House of Lords e Great White), mentre le parti di tastiere (sempre presenti nel sound della band e affidate negli album precedenti a Pat Regan ed all’ ex-Wang Chung Jeff Naideau) vennero suonate dal grande Jimmy Waldo, il key player di New England e Alcatrazz, che contribuì pure in maniera significativa al songwriting.

Prodotto alla grande da Spencer Proffer, ‘Quiet Riot 88’ brillava per un songwriting tornato nuovamente di grandissima classe dopo la brutta flessione di ‘III’. Apre “Stay with me tonight”, l’Hammond che sferraglia, il brontolio della chitarra, il pulsare del basso, passo felpato spezzato da un refrain anthemico, un feeling settantiano, notturno, con qualche riverbero blues. “Callin’ the shots” sovrimpone ad un clima Zeppeliniano un refrain esemplare di ciò che chiamavamo “metal californiano”, spezzandosi in un bridge spettacolare e quasi pomp in cui si incunea l’assolo di chitarra. E’ ancora un arpeggio dal sapore zeppeliniano ad aprire la power ballad “Run to you”, suggestivi ricami di chitarra, tappeti di keys, il refrain che si fa largo tra il pulsare degli archi. Pure “I’m fallin’” veleggia su un riffone a là Page su cui si stende uno di quei refrain “leggeri” che erano il trademark della Rivolta Tranquilla, bilanciato da un assolo molto heavy. “King of the hill” varia il passo con un up tempo che ci regala un altro coro da spiaggia sculettante e scanzonato, perfetto il lavoro di Carlos Cavazo alla chitarra. “The Joker” probabilmente è il top del disco, il sovrapporsi dei riff di chitarra e keys è da infarto, un anthem come altre bands potevano solo sognarsi. “Lunar obsession” è un breve strumentale per sole chitarra e tastiere che fa quasi da preludio al momento più soft dell’album, “Don’t wanna be your fool”, una super ballad tra gli Whitesnake ed il primo Bryan Adams. “Coppin’ a feel” è serrata, granitica eppure melodica; “In a Rush” è il fast d’obbligo, ombre Purpleiane sopratutto nell’imperversare dell’Hammond di Jimmy Waldo. Chiude “Empty promises”, più monolitica, cadenzata ma sempre spettacolare. Menzione speciale per Paul Shortino, che offriva lungo tutto l’arco del disco una performance da urlo e Carlos Cavazo, un chitarrista intelligente, fantasioso ma dotato di una misura encomiabile, senza dubbio il più ingiustamente sottovalutato fra gli axe man della scena class metal californiana.

Nonostante una buona promozione ed almeno un videoclip in heavy rotation (per “Stay with me tonight”, mi pare), ‘Quiet Riot 88’ vendette malissimo. I vecchi fan non accettarono il cambio di frontman e fra le nuove stelle di fine decennio quella dei Q.R. non riusciva più a farsi notare. Forse li penalizzò anche il fatto di aver coltivato poco e male il mercato europeo ed essersi concentrati quasi esclusivamente sull’audience statunitense. Si sciolsero fra l’indifferenza generale, tornando assieme nel 1993, continuando una carriera che, fra alti e bassi, prosegue ancora oggi, con i soli Kevin DuBrow e Frankie Banali reduci degli anni d’oro.

In conclusione, ‘Quiet Riot 88’ merita a a pieno titolo (e tecnicamente molto più di altri lavori) la qualifica di lost gem. Perché è un disco magnifico che non ebbe il riscontro che meritava per un solo motivo: tutti si rifiutarono di ascoltarlo. Non commettete anche voi lo stesso errore.

 

AORARCHIVIA

TORNA ALL'INDICE

TRIBE OF GYPSIES

 

 

  • TRIBE OF GYPSIES III (1999)

Etichetta:Air Raid Records Reperibilità:discreta

 

L’importante, in tutte le cose, è crederci. Magari non riesci a combinare nulla, e finisci - come cantavano gli XYZ - face down in the gutter, ma potrai dire, almeno: c’ho provato, c’ho creduto. Il problema dei Tribe of Gypsies e sopratutto del loro leader Roy Z è di non averci mai creduto fino in fondo. A Roy importa molto di più farsi conoscere come produttore e suonare polpettoni alternativo-maideniani nei dischi di Bruce Dickinson che dare un sound alla propria band. I TOG sono stati una grande occasione per l’hard rock, un’occasione sprecata perché Roy non aveva il tempo né la voglia (oppure la capacità?) di dare consistenza ad un’ipotesi di lavoro ardita e tutto sommato inedita, che avrebbe richiesto un fervore ed un coinvolgimento ben superiore a quello mostrato da Roy e compagni.

Rock e musica latina li aveva già messi assieme Carlos Santana, anzi, i Santana, la band che Carlos condivideva con due signori che nel nostro genere dovrebbero essere ben noti, tali Neal Schon e Gregg Rolie... Ma quei semi non avevano generato nulla, i dischi dei Santana erano stati una vox clamantis in deserto, ascoltati devotamente ma mai usati come base di partenza per qualcosa che magari spostasse il discorso su un linguaggio più hard rocking (con l’eccezione parziale degli I Mother Earth). I TOG promettevano proprio questo: ritmi e atmosfere latinoamericane accoppiate a chitarroni ruggenti e batterie tuonanti... Ma la promessa è rimasta tale, e i tre dischi della band si sono rivelati poco più che esercitazioni sul tema proposto del “latin hard rock”, esperimenti oltretutto inconcludenti, dato che fra le composizioni di questo disco primeggiano innanzitutto i ricalchi in stile “Samba Pa Ti”, fatti di chitarrine fragili suonate in punta di dita che tintinnano su un mare di percussioni caraibiche, roba moscissima che sembra fatta apposta per essere suonata in sottofondo in quei bar di Puerto Rico dove i turisti americani vanno a caccia di colore locale e puttane minorenni. I pezzi più tosti, “What cha want” e “Angel”, di latino non hanno un beneamato cazzo, sembrano outtakes dei Bang Tango (buone, però). “Better days” è una power ballad che pare impostata su un incrocio di REM e Cult d’annata, mentre nella sola “Dreams” si ascolta qualcosa che – molto alla lontana – potrebbe passare per questo fantomatico rock latino: a me pare che ce ne sia molto di più nei dischi di Ricky Martin - commerciali ed edulcorati quanto volete ma divertenti come pochi - che in tutto 'III'. Tutta una truffa, dunque? Probabilmente sì, anche se (mi auguro) in buona fede. Il crossover è materia per eletti, per musicisti se non geniali, perlomeno coinvolti. E tutto si può dire di Roy Z e della sua banda, salvo che siano veramente presi da questa cosa.  Da poco è uscito il nuovo album dei TOG, ‘Dweller on the threshold’, a ben sette anni di distanza da ‘III’:  perché Roy è molto occupato...