AORARCHIVIA

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BYSTANDER

 

 

  • STRANGER THINGS HAVE HAPPENED (1995)

Etichetta:Long Island Reperibilità:scarsa

Non so a cosa voglia alludere il criptico titolo di quest’album. Forse alle scarse probabilità che questa eccellente formazione aveva di farsi risentire dopo il bellissimo esordio autoprodotto, pubblicato la bellezza di sette anni prima. ‘Stranger things have happened’  uscì nel 1995 per la Long Island, l’etichetta tedesca oggi defunta che per qualche anno divenne il provvidenziale scoglio per l’AOR che annaspava in mezzo alle maree montanti del grunge. E se i Bystander non erano riusciti ad attirare su di sé l’attenzione nei Big Eighties, c’era ben poca speranza che potessero affermarsi a metà anni ’90, affidandosi ad un’etichetta che non aveva neppure un distributore negli USA. Ma dischi del genere non si fanno certo uscire per calcolo, solo per passione. E di passione questa band ce ne metteva tanta. Passione, competenza, raffinatezza esecutiva. L’AOR dei Bystander svariava in molteplici direzioni. Le prime due canzoni, “Change of heart” e “Inbetween dreams”, stanno al crocevia del techno-rock dei World Trade e dell’AOR tinto di Prog del Robert Berry di ‘Takin’ it back’. Sono i pezzi meno immediati, più cerebrali. Il resto dell’album si snoda tra riferimenti ai Giuffria, ai Prophet del primo disco, ai Surgin’, ai White Lion: tastiere in grande evidenza e cori che si intrecciano in maniera spettacolare. Si cambia completamente registro solo su “Angeline” e “Don’t give up” che chiamano in causa il Bon Jovy più Springsteeniano, mentre “Animal heads” ha qualcosa dei Def Leppard periodo ‘Hysteria’. Il top è  Broken bodies”, sei minuti di atmospheric power da brividi.

Se lo avvistate in un negozio di CD usati, non perdete l’occasione di metterci le mani sopra.

 

 

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SHORTINO/NORTHRUP

 

 

  • BACK ON TRACK (1994)

Etichetta:Music For Nations

Ristampa: Shire Records

Reperibilità:buona

 

Forse il nuovo monicker con cui questo disco è stato (finalmente) ristampato è più corretto di quello originale. Quando uscì nel 1994, era Paul Shortino featuring JK Northrup. Oggi è un più semplice Shortino/Northrup, e dato che JK è l’autore di tutte le composizioni ed il co-produttore, il fatto che il suo nome stia accanto e non una riga sotto quello del cantante, non fa una grinza. Eppure... se c’è qualcosa che fa spiccare questo pur ottimo disco fra tante produzioni di hard rock yankee, è proprio la voce, straordinaria, di Paul Shortino: spezzata, rauca, modulata da corde vocali incrostate di nicotina e lubrificate di bourbon, eppure impossibilmente vellutata e potente oltre ogni immaginazione. Una voce che avrebbe potuto mandare nuovamente in paradiso i Quiet Riot se qualcuno si fosse degnato di comprare quella magnificenza che fu ‘Q.R. 88’. Una voce che con quest’album otteneva finalmente giustizia, ma troppo tardi: era il ’94, e a chi interessava, a metà anni ‘90, una cromata, scintillante raccolta di melodic metal americano? Se solo fosse stato pubblicato con cinque o sei anni d’anticipo... ma che un disco del genere potesse uscire nell’’88 o nell’’89 è quantomeno improbabile: perché il pur bravo JK non avrebbe potuto scrivere tutte queste canzoni se non avesse ascoltato prima con molta attenzione gli ultimi due album degli Whitesnake ed il primo dei Blue Murder. Una volta appresa la lezione, seppe, in compenso, applicarla alla grande: parte “The kid is back in town” e potresti giurare che stai ascoltando una outtake di ‘1987’ registrata dopo che  Coverdale aveva svuotato un pacchetto delle sue amate Marlboro 100’s e bevuto una dozzina di caffè e mezza bottiglia di Four Roses...

Back on track’, insomma, è un album derivativo, ma sicuramente grande. Un disco che brucia, ustiona, dà la scossa, devasta, ma sempre e comunque con classe sopraffina. Fare solo qualche titolo è un delitto, ma andate su “Rough life” e ditemi se al ritmo sinuoso di quest’anthem selvaggio riuscite a tener ferma la testa. “Give me love” potrebbe essere quasi una versione più violenta della “Wastin’ my time” di Jimmy Page, blues e metal che finiscono avvinghiati e fusi sulla sei corde di JK. “Body & soul” vibra di armonie acustiche zeppeliniane e dell’elettricità spettacolare del Serpente Bianco, mentre “Everybody can fly” è la ballata d’obbligo, una melodia ariosa adagiata su un gran tappeto di tastiere.

Alle 11 canzoni originali sono state aggiunte 4, ottime, bonus track, e l’ordine dei brani è stato rivoluzionato: la sequenza originale mi sembrava più azzeccata, ma tant’è...

Detto che alla batteria e al basso si alternano belve del calibro di James Kottak, Carmine Appice, Glenn Hicks, Matt Bissonette, Jeff Pilson, Sean McNabb e Larry  Hart e che il remastering è assolutamente eccellente (ma le bonus track hanno un suono più rauco, e la voce di Paul è mixata su queste quattro canzoni molto più indietro), non mi resta che consigliare caldamente l’acquisto a tutti coloro che (come me) piangono ancora per i soldi spesi per ‘Restless heart’. Questo è l’album che gli Whitesnake avrebbero potuto registrare se David Coverdale non avesse mandato via a calci nel sedere John Sykes dopo ‘1987’: per chi - come chi scrive queste note - ha qualche inverno di troppo sulle spalle, una macchina del tempo che può riportare per un’ora abbondante nei Big Eighties. Per noi che li abbiamo vissuti, anni magici. Gli altri possono solo immaginarli, ma quando ascolto questo disco mi sembra quasi di essere di nuovo laggiù. A volte, è bello essere vecchi...

 

  

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THE CULT

 

 

  • SONIC TEMPLE (1989)

Etichetta:Beggars Banquet Reperibilità:in commercio

 

Uno dei tanti - troppi - miti del rock che negli anni ’80 sembrava dover finire felicemente affossato una volta per tutte era quello della “sincerità”. Ad una band si poteva perdonare tutto, anche l’incapacità di mettere tre soli accordi l’uno dietro l’altro senza stonare, purché fosse sincera, spontanea, onesta. Negli ‘80, quando la perfezione formale della proposta faceva premio su ogni altro aspetto, nessuno si interrogava troppo su quanto di genuino potesse esserci nella dedizione con cui una band si dedicava ad un certo genere musicale. Se le canzoni erano OK, tutto il resto diventava (giustamente, a mio modestissimo parere) trascurabile. I Cult hanno rappresentato l’estremo limite della decenza a cui una band poteva spingersi nel cambiare pelle senza apparire ridicola. Spudorata, sicuramente, ma mai ridicola: perché nel loro camaleontico vagare, i Cult non hanno mai smesso di produrre buona musica. Hanno iniziato ( come Southern Death Cult) con un punk rozzo e arrabbiato, sono passati al dark più plumbeo e mortifero, poi hanno cominciato a guardare in direzioni  spiccatamente rock con quel capolavoro che fu ‘Love’ , irripetibile connubio di riff zeppeliniani, dark sound, e psichedelia; messe da parte creste colorate e spille da balia, con ‘Electric’ diventavano una perfetta hard rock band dal suono essenziale, con un debole per i riff di Angus Young e soci (il titolo dell’album era una vera dichiarazione d’intenti...). ‘Electric’ fece un bel botto in USA, e quando, nel 1989, il suo successore, ‘Sonic Temple’, li consacrò superstars del Big Rock da arena, dei pallidi figuri che si affacciavano algidi dalla copertina di ‘Love’ e cantavano di quanto gli piaceva la pioggia, del vento che gli asciugava le lacrime, di fenici che rinascono dalle proprie ceneri e tetri viandanti non era rimasta alcuna traccia: ora Billy Duffy imbracciava una Les Paul nera con atteggiamento a là Page, e tutta la band si faceva fotografare in mezzo a cactus dall’aria texana, appoggiati ad una Ford Thunderbird, con capelli convenientemente lunghi, jeans sdruciti e stivaloni da cowboy. Che facce di culo, verrebbe da pensare... Ma la musica, signori: la musica.  Sonic Temple’ era uno straordinario concentrato di hard rock zeppeliniano prodotto in maniera squisita da Bob Rock (fa quasi piangere pensare di quali nefandezze è stato costretto a macchiarsi sull’orrido ‘St. Anger’: di questo disco credo che i Four Horsemen si vergogneranno come ladri fino alla morte), dove le divagazioni psichedeliche di ‘Love’ venivano recuperate per avvolgere nella seta i riff d’acciaio che la chitarra di Duffy rubava senza pudore dai dischi del Dirigibile. “Sun king” con quell’intro tutto giocato su un hammod quasi Doors e gli accordi magici, dolcemente psych di Duffy, è una perfetta introduzione ad un’ora di musica spettacolare, colossale, una marea che travolge e lascia senza respiro, vissuta tra la solennità fluida e impetuosa di “Soul asylum” (ennesima, vincente rilettura di “Kashmir”) e “American horse” (che prende vagamente le mosse da “She sells sanctuary”, dilatandone fragorosamente gli accordi fino a trasformarsi in  perfetto connubio tra una danza di guerra pellerossa ed un raga), e l’hard diretto e violento alla Guns’n’Roses di “New York City”, tra il soul arcano di “Sweet soul sister” e il riff avvolgente, strappato a “Black dog”, di “Automatic blues”, le suggestioni orientaleggianti di “Fire woman” e gli archi struggenti di “Edie (Ciao baby)”, per terminare con il blues rock più roots intitolato “Medicine train”.

Ian Atsbury smette qui del tutto i panni del dandy darkeggiante e mette in mostra una carica rock ed una duttilità che pochi possono vantare: sentite con quanta autorità passa dagli accenti planteggianti di “Soul Asylum” e “Automatic Blues” agli attacchi furiosi vibrati in “New York City” alle note accorate di “Edie”. E pensare  che più e più volte rinnegherà questo disco con parole di fuoco: era l’album di Billy Duffy, non il suo, dirà, un lavoro falso e inutile. Il successivo ‘Ceremony’, che era invece proprio tutto suo, sarà invece un mezzo fiasco, con giusto due, tre canzoni a salvare il tutto da una piattezza ed una monotonia a cui neanche la produzione di Ritchie Zito era riuscita a trovare una cura. In mezzo venne il mitico tour di supporto ai Metallica, sconcertante testimonianza di quanto una band formidabile in studio possa risultare obbrobriosa nella dimensione live, con Ian quasi sempre sbronzo come un maiale, il neo acquisto Matt Sorum che evidentemente prendeva ancora lezioni di batteria dato che non sapeva tenere il tempo delle canzoni neppure per sbaglio e riusciva a toppare anche la più elementare delle rullate, Jamie Stewart con un occhio all’orologio e più che mai ansioso di incassare gli assegni, prendere il primo aereo per casa e finirla con tutta quella storia, ed i fans dei Metallica che consideravano la band solo nel suo ruolo di bersaglio per il lancio dell’ortaggio... Eppure, nonostante questo disastro che non mancherà di essere ricordato a lungo negli annali della musica rock, ‘Sonic Temple’ si guadagnò un meritatissimo disco di platino, mentre il successivo ‘Ceremony’, floscio e inconsistente come un soufflé scotto, sfruttando l’onda lunga del suo predecessore riuscirà a totalizzare un altro mezzo milione di copie.

Con l’esplosione del grunge, i Cult non mancarono di allinearsi come perfette banderuole nella direzione in cui soffiava il nuovo vento, pubblicando un disco autointitolato dove la coppia Atsbury/Duffy indossava la nuova uniforme fatta di capelli corti, lumberjack ed aria incazzata/malaticcia. Ma stavolta le cose non filarono liscie, e nonostante il materiale fosse, come sempre, ottimo nello specifico genere (i richiami a ‘Love’ si sprecavano), nulla poté salvare la band dal flop che coinvolse tutti i reduci della grande stagione ottantiana desiderosi di riciclarsi nel nuovo decennio musicale. Dopo vennero gli Holy Barbarians e poi una reunion di cui a nessuno è sembrato fregare qualcosa, ed il nient’affatto malvagio ‘Beyond good and evil’ finito presto tra le offerte speciali.

Dalla storia di questa band si sarebbe tentati di trarre una morale fin troppo ovvia ma, secondo il mio modo di vedere, totalmente sbagliata. Per fare il bilancio di una carriera si dovrebbe sempre giudicare la musica, non  le dichiarazioni alla stampa, le performances offerte ai concerti, il look. E quella dei Cult, che temo sia giunta ormai al capolinea, è una carriera segnata da almeno tre grandi dischi, di cui uno sicuramente superlativo, un masterpiece forse irripetibile, da cui molti insospettabili continuano ancora oggi a trarre linfa vitale: chiedetelo agli Audioslave, se non hanno mai fatto un giro nei meandri del Tempio Sonico...

 

 

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VAN HALEN

 

 

  • F*U*C*K* (1991)

Etichetta:Warner Reperibilità:in commercio

 

Un matrimonio celebrato in paradiso: ecco quello che molti pensarono quando i Van Halen svelarono l’identità del singer che avrebbe preso il posto di David Lee Roth. L’istrione, l’entertainer che sul palco era più interessato a raccontare barzellette sporche che a cantare, lasciava il posto ad uno dei singer più cazzuti che l’hard rock americano potesse vantare. Forse più dei  Montrose, più dei dischi come solista, era stata l’unica testimonianza del progetto  H.S.A.S. a mostrare fino in fondo di cosa quell’ugola di pietra e fuoco era capace. Se con Diamond Dave erano stati una straordinaria macchina da guerra dell’hard rock sofisticato e nello stesso tempo pesante e scanzonato, era legittimo immaginare che Eddie e soci, con un cantante vero potessero raggiungere vertici prima impensabili e irraggiungibili dall’ugola di carta velina di Roth. Diamond Dave apparve all’improvviso come un ostacolo all’evoluzione della band, un peso da scaricare, e molti - anch’io, lo ammetto - salutarono questo divorzio come una benedizione, un regalo del cielo. Come le cose stessero in realtà ci volle ancora qualche anno per capirlo, i dischi di David Lee Roth e le prime prove dei Van Hagar, e le dichiarazioni irose degli ex compagni dell’istrione, che gli rimproveravano di aver detto a Eddie che suonare le tastiere era una cosa assurda per lui, il più grande chitarrista del mondo, e di aver tentato di boicottare pezzi come “Jump”...  La band, insomma, voleva imboccare una via più melodica, lineare, buttarsi nel big rock da arena, far capolino più spesso su MTV. Sammy Hagar era stufo di essere solo un cult hero, e voleva la sua fetta di gloria (e di dollari). Tutto questo non poteva che portare a cose come “Why can’t this be love”... che era pur sempre una buona canzone. I Van Halen versione AOR non erano certo da buttare via, anche se non rappresentavano quello che i fans della prima ora avrebbero (probabilmente) voluto. E’ un fatto che, nonostante le buone vendite, la fama della band cominciasse ad andare a picco. Durante le date del Monsters of Rock americano del 1988, i Van Halen erano headliners, ma il pubblico - dopo aver osannato Metallica, Kingdome Come e Dokken - a metà del loro show cominciava a sfollare... E allora, nonostante il triplo platino totalizzato da ‘OU812’ avrebbe autorizzato la band ad adagiarsi sui molti allori raccolti ed a proseguire sulla strada dell’hard melodico  “facile”, si gioca con ‘F*U*C*K*’ la carta di un heavy rock massiccio, meno tagliato per l’airplay, più sanguigno, violento, metallico, oscuro. Dopo l’esperimento autarchico di ‘OU812, ritorna alla produzione Ted Templeman coadiuvato da Andy Johns, Eddie Van Halen la pianta finalmente di giocare con i tasti d’avorio e ritorna a dare lezioni di chitarra a tutti gli aspiranti guitar-heros della galassia e dintorni, mentre Sammy ritrova quegli accenti vibranti, esplosivi che avevano già fatto risplendere il suo ultimo album solo. Il top? “In and out”, con il suo riff zeppeliniano, l’incalzante urgenza di “Man on a mission”, le trame fumose di “Pleasure dome”, la melodia non edulcorata e piena di echi settantiani che anima “Right now”.

Se questo disco era stato concepito come una prova di forza, non si può che considerarla passata con lode, anche se poi, con il successivo e incostante ‘Balance’, si tornerà ad atmosfere più scanzonate e meno violente.

Resta il fatto che il periodo più creativo e fruttuoso questa band lo ha avuto quando dietro il microfono latrava Diamond Dave, insospettabile ispiratore delle trame più geniali e meno convenzionali dispiegate attraverso album che ancora oggi vendono come il pane, mentre Sammy Hagar ha saputo essere “solo” una grande voce. E di tutto ciò Eddie e soci erano ben consci se, non appena parve presentarsi l’occasione di ricucire lo strappo con il pur aborrito Roth, il povero red rocker venne sbattuto fuori dalla band con una brutalità  inqualificabile e che Sammy certo non si meritava.

Dopo l’infelice parentesi con Gary Cherone ed i problemi di salute di Eddy, oggi pare che i Van Hagar stiano per rinascere. Forse solo per fare un po’ di soldi con l’immancabile reunion tour e poi ricominciare a guardarsi in cagnesco...

 

 

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WAR BABIES

 

 

  • WAR BABIES (1992)

Etichetta:Columbia/Sony

Ristampa:Bad Reputation

Reperibilità:in commercio

 

La logica delle ristampe, lo confesso, mi sfugge: forse perché una logica, molto semplicemente, non c’è. Le labels dedite a questa preziosa opera di recupero si mettono a caccia di  vecchi masters (che non sempre sono masterpieces) confidando probabilmente più nella fortuna che muovendosi secondo da uno schema preciso e premeditato. Si bussa ad un po’ di porte sperando che qualcuno apra, e, ricevuta risposta, si prende quello che si trova. Non si spiegherebbe altrimenti il contorto percorso attraverso il passato che le varie riedizioni di vecchi album paiono disegnare.  Così, tanti classici restano nel limbo delle rarità, mentre operine minori, di discutibile pregio, ritrovano la via degli impianti stereo, magari gabellate come lost gems da discografici ansiosi di piazzare prodotti che per loro hanno comunque costo zero (ci sarebbe il remastering da mettere in conto, ma l’ascolto spesso denuncia una tale carenza di qualità audio da far sospettare che questa operazione, nonostante le note a caratteri cubitali che in genere adornano le copertine, venga glissata oppure fatta in un quarto d’ora da un ingegnere del suono che magari non si prende neanche la briga di sentire i nastri ma pensa che basti pompare il volume per risolvere qualsiasi problema). Non posso insomma fare a meno di chiedermi perché la francese Bad Reputation abbia scelto di riproporre proprio questo disco, che non è poi tanto vecchio (uscì nel 1992), ma sopratutto non è un classico né un capolavoro inestimabile. Se si voleva ripescare qualcosa nei territori dell’hard rock più bluesato e viscerale, perché non cercare di ripubblicare il disco dei Salty Dog, o magari i due capolavori dei Badlands? Chi ci capisce è bravo.  Ma veniamo ai War Babies, che sono stati una delle ultime formazioni hard rock a incidere per una major, la Columbia-Sony: una major non troppo convinta dello stile della band, in un momento storico che vedeva il grunge trionfare nelle classifiche, al punto che quest’album rischiò seriamente di non venir pubblicato e se alfine trovò la via dei negozi fu probabilmente solo grazie al nome di Paul Stanley, che con il cantante Brad Sinsel scrisse due canzoni: “Hang me up”, (il primo singolo) e “Cry yourself to sleep”. Nel booklet c’è l’estratto di un’intervista a Sinsel che è una vivida testimonianza degli umori dei discografici verso l’hard rock  più classico nell’era d’oro del grunge, umori particolarmente schizofrenici, dato che non si esitava a spendere migliaia e migliaia di dollari per registrare dischi che poi non venivano promozionati come si deve.

Il materiale proposto dalla band è più che buono, e sarebbe forse ancora migliore se a cantarlo non ci fosse Brad Sinsel, che imposta la sua voce simil-David Lee Roth su toni a volte ridicolmente enfatici, cercando di sopperire alla mancanza di tecnica e volume con una teatralità che spesso e volentieri diventa addirittura fastidiosa. Considerato che tutte le canzoni del disco - salvo le due già citate - le aveva composte il chitarrista Tommy McMullin e Sinsel si era limitato ad aggiungerci i testi, ci si potrebbe chiedere quale misterioso motivo aveva indotto la band a rivolgersi ad un cantante così maldestro. In realtà, le cose stavano esattamente all’opposto: era Sinsel, fresco reduce dei TKO (autori del classico minore ‘In your face’) che aveva formato la band e, sopratutto, aveva i giusti contatti nello show business per trovare un deal (assicurato appunto dalla Columbia grazie ai buoni uffici di Kelly Curtis, all’epoca manager dei Mother Love Bone).

Tra spunti di metal californiano, echi dei TKO, heavy rock alla AC/DC o Aerosmith più ispidi, l’album scorre via liscio, piacevole nonostante la voce tremenda di Sinsel: i picchi sono la suadente “Blue tomorrow” e la più melodica “Cry yourself to sleep”.

L’acquisto è consigliato a chi ama quel certo genere di hard rock senza troppi fronzoli, diretto e sanguigno. Non un capolavoro, l’ho già scritto, ma semplicemente un buon disco. Con i tempi che corrono, dovrebbe essere già più che sufficiente...

 

 

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FM

 

 

  • TOUGH IT OUT (1989)

Etichetta:Epic Reperibilità:scarsa

 

Rileggendo le note sull’AOR britannico che ho steso per introdurre il discorso sul primo album dei Dare mi sono reso conto di una imperdonabile dimenticanza: accanto agli Shy, tra le bands che avevano tentato con più convinzione di proporsi sul mercato USA, non avevo citato gli FM, nome che oltretutto è tornato recentemente alla ribalta grazie ad una imponente ristampa ed al nuovo progetto del singer Steve Overland, gli Shadowman (di cui riparleremo).

Tough it out’ è stato il massimo sforzo profuso dalla Epic per spingere la band sul mercato americano, un disco scintillante di suoni cromati, superprodotto da Neil Kernon, con il forte sostegno nel songwriting di Desmond Child, Jess Harms e la coppia formata da Judith e Robin Randall. Un lavoro di hard melodico anthemico e fragoroso, in cui le tastiere scoppiettanti di Didge Digital avevano la stessa dignità dei fendenti chitarristici scanditi dai fratelli Overland, e la sezione ritmica formata dal veterano Merv Goldsworthy (Diamond Head e Samson, tra gli altri) e Pete Jupp tesseva un tappeto percussivo pulito e potente.  Non c’è un autentico momento di pausa in tutte le dodici tracce, gli anthem seguono gli anthem (la title track, e poi “Don’t stop”, “Burning my heart down”, “Obsession”), manca una vera ballad, dato che anche il ritmo della fantastica “Someday” (poi reincisa da Mark Free nel suo album solo con un titolo leggermente diverso) è sostenuto ed il cantato di Steve Overland tutt’altro che morbido, e la formula si ripete in “Everytime I think of you”. Nelle più AOR “Bad luck”, “The dream that died” e “Can you hear me calling” risaltano ancora più nitidamente gli arrangiamenti sofisticati ed americaneggianti che la band affronta con disinvoltura e che contribuiscono anche a far passare in secondo piano una certa monotonia nel cantato di Steve Overland, che ha volume ed una timbrica accattivante, calda e pastosa, ma non si sforza più di tanto di variare i toni.

Le vendite miserabili di questo magnifico album (ricordo una sua lunga permanenza nei forati e ad un prezzo vilissimo), decretarono l’inevitabile licenziamento della band, che trovò accoglienza presso la MFN ma decise - saggiamente, forse - di mutare in parte identità, volgendosi ad un hard melodico decisamente più british e bluesato, genere che in patria godeva evidentemente di simpatie maggiori rispetto all’AOR che la band aveva dimostrato di saper maneggiare con tanta autorità ma che il pubblico d’oltreoceano proprio non gradiva di ascoltare da ensemble provenienti dalla Perfida Albione... a meno che non si chiamassero Def Leppard.

Il buon accoglimento che è stato riservato alle ristampe degli ultimi tre album degli FM potrebbe essere il viatico per la riproposta anche di questo capolavoro? Ancora una volta, incrociamo le dita.

 

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HURRICANE

 

 

  • LIQUIFURY (2001)

Etichetta:Frontiers Reperibilità:in commercio

 

Tanto per cominciare, cancelliamo quel (glorioso) monicker, ripescato per discutibili ragioni commerciali dai 2/4 della formazione originale: l’opera in esame doveva essere il primo disco solista di Kelly Hansen, che si è  riunito a Jay Shellen dopo l’esperienza con gli Unruly Child di ‘Waiting for the sun’. Questa collaborazione deve aver fulminato il bravo Kelly come lo Spirito Santo fece con il futuro san Paolo sulla via di Damasco: difatti, non solo il cantato del nostro è ormai modulato con un’efficienza che sfiora la clonazione su quello di Mark/Marcie Free, ma questo lotto di dieci canzoni potrebbe passare tranquillamente come una raccolta di outtakes delle sessions di ‘Waiting.... Qui, purtroppo, mancano la creatività e la fantasia del duo Gowdy/Allison, e Kelly Hansen non risparmia citazioni che a volte chiamano in causa anche gli Heaven & Earth e i Von Groove, incastrate in un tappeto ritmico incalzante, violento ed a volte un po’ monolitico: è un continuo pestare duro, dall’inizio alla fine, e se non fosse per le vocals squisite che danno un po’ d’ariosità melodica pur su un registro sempre molto aggressivo, ci si ritroverebbe alla fine dell’ascolto a veleggiare sul limite dello sbadiglio. I due chitarristi che s’alternano tra i vari pezzi sono buoni artigiani, ma non forniscono spunti di rilievo, sopratutto negli assoli, tanto anonimi da passare completamente inosservati.

Chi sognava una versione più raw e metal degli Unruly Child avrà di che gioire. Chi sa accontentarsi, probabilmente si ritroverà più spesso ad ascoltare questo disco di ‘III’ della band di Gowdy, perché paradossalmente più aderente al suo suono “classico”. I più sofisti saranno già passati oltre. Io mi metto nella categoria di quelli che s’accontentano...