AORARCHIVIA

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SURVIVOR

 

 

  • TOO HOT TO SLEEP (1988)

  • EMPIRES (1999)

Etichetta:Too hot to sleep:Volcano

                Empires: USG/Frontiers

Reperibilità:Too hot to sleep:in commercio

                    Empires:buona

« I Survivor? Ah, sì... quelli dei film di Rocky, vero...? »

Frase pronunciata tempo addietro da un individuo che si qualificava come un fan accanito dell’AOR...

Non si doveva permettere che una band tanto grande finisse confinata nel recinto delle soundtracks, identificata con il pugile yankee impersonato da Stallone in un film dove la battuta più arguta ed intellettualmente rilevante era il “Ti spiezzo in due” pronunciato dal  rivale sovietico e (ovviamente) spregevole del duro-dal-cuore-d’oro Rocky Balboa (chi ha qualche inverno di più sulle spalle se la ricorderà certamente, fu una specie di tormentone, all’epoca), che nel quarto capitolo della vicenda faceva tremare a suon di cazzotti nientemeno che il Grande Orco Bolscevico: uno degli esemplari più tronfi, pacchiani e ridicoli di cinema nazional/patriottico che mai Hollywood abbia partorito. Fin dal 1982 con la title track di ‘Eye of the tiger’ divenuta il leitmotiv della colonna sonora di “Rocky III” (dove Stallone se la prendeva - più modestamente - con l’ex campione di wrestling Mr.T), i Survivor s’erano associati a quest’insopportabile saga umana/pugilistica, ma ricavandone almeno ampi consensi di pubblico: l’album rimase al numero uno di Billboard per la bellezza di sette settimane e la canzone si aggiudicò addirittura un Grammy Award. Il successivo ‘Caught in the game’ pure regalò alla band diversi hit e ancora meglio fece ‘Vital signs’ nel 1984, che vedeva l’arrivo di Jimi Jamison al canto (si mormorò di un forte interessamento dei Deep Purple nei suoi confronti). Il 1986 vide la band al lavoro su una nuova canzone per il quarto capitolo di Rocky, “Burning heart”, e poi nel 1987 arrivò “When seconds count”, ma la curva della popolarità era in fase discendente e così, quando la band pubblicò nel 1988 questo ‘Too hot to sleep’ (prodotto da Frank Filipetti, già al lavoro con i Foreigner) non furono poi in tanti ad accorgersi che i Survivor avevano sfornato il loro miglior album di sempre. Le vendite fiacche di questo superbo disco dovettero essere il vero casus belli dell’abbandono del monicker da parte dei numi Jim Peterick  (tastiere) e Frankie Sullivan (chitarre), che dopo qualche greatest hits  lo lasciarono in eredità a Jamison, il quale lo usò nel 1999 per un disco che era praticamente un suo lavoro solista (e difatti, il monicker venne modificato in Jimi Jamison’s Survivor), un ottimo album su cui vale comunque la pena di spendere qualche parola.

L’AOR dei Survivor è sempre stato lineare, poco incline agli arrangiamenti intricati, muovendosi senza imbarazzo sull’asse voce/riff, con le tastiere discretamente sullo sfondo. E la voce, qui, era quella di Jimi Jamison, che aveva preso il posto del pur bravo Dave Bicknel: l’ex Cobra dava alle canzoni un’impronta davvero caratteristica ed autorevole con quella sua ugola che pareva la fusione perfetta tra quelle di Jimmy Barnes e Joe Lynn Turner: drammatica, potente e nello stesso tempo ruvidamente vellutata, capace di cavalcare il riffone aerosmithiano ed il drumming serrato (dietro i tamburi c’era in quest’album Mickey Curry, ma non come membro effettivo della band, mentre le parti di basso erano affidate a Bill Syniar) della tostissima “She’s a star” e poi intonare impeccabilmente le melodie romantiche, quasi Bryan Adams, di “Desperate dreams” e “Didn’t know it was love”, di scivolare con disinvoltura tra le parti notturne e suadenti e quelle più fisiche e massicce della splendida title track, di far esplodere la carica anthemica di “Rhythm of the city” (classe immensa...) e sopratutto di “Here comes desire” (piano boogie e fiati, un bridge d’atmosfera con keys spaziali e chitarra dalla timbrica fascinosa che poi esplode in un solo spettacolare). E poi: la ballad da FM “Across the miles” (un po’ Foreigner, magari); l’hard melodico “Tell me I’m the one” (grande coro); l’AOR tosto e dinamico, sporcato di rhythm’n’blues, “Can’t give up” (assolo di hammond in chiusura). E il gran finale, con “Burning bridges”: melodia gigantesca, drammatica, il pulsare del piano e del basso, il riff incalzante... capolavoro!

Empires’, come già annotato, deve a tutti gli effetti essere considerato un disco solo di Jimi Jamison, l’unica canzone in cui fanno capolino Peterick e Sullivan è la title track, mentre per il resto Jimi si avvale di diversi songwriters, tra cui primeggia Kenny Mims, ed un putiferio di session men. Escludendo la stucchevole “I’m always there”, usata come tema per la sigla dei telefim Baywatch, e due live version di “Burning heart” e “Rebel son”, ci sono in questo disco dieci canzoni che rappresentano ottimamente lo stile codificato dalla band, a volte indurendolo notevolmente, come su “Run from the thunder” (al limite del class metal) o svariando in direzione funky, come nella fantastica “Love is alive” (un refrain da brividi). Ma è sopratutto la ricetta-Survivor per le ballad a dominare il campo, in particolare su “Empires” (in duetto con Liza Frazier, solenne ed enfatica, quasi come una versione AOR di Meat Loaf) e su “Just beyond the clouds”. Un album da recuperare se lo avevate trascurato all’epoca della pubblicazione.

Al momento attuale, pare che Jamison sia al lavoro su un nuovo disco, che se porterà avanti il discorso avviato con ‘Empires’, dovrebbe sicuramente rappresentare un pezzo prelibato per tutti gli amanti di una band che oggi è immeritatamente ricordata dai più solo per aver dato il ritmo agli uno-due di Rocky Balboa...

 

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LAOS

 

 

  • WE WANT IT (1990)

Etichetta:Teldec

Ristampa:MTM Classix

Reperibilità:in commercio

 

La ristampa di quello che per  una quindicina d’anni si è creduto essere l’unico disco dei Laos arriva inaspettata, ma, a pensarci bene, questa riedizione non dovrebbe stupire nessuno. La band guidata e battezzata da Gudrun Laos è stata una delle poche realtà che la Germania abbia espresso in campo hard melodico negli anni ’80, e considerata l’attenzione che le labels locali hanno sempre rivolto al prodotto nazionale, c’era piuttosto da chiedersi quando sarebbe toccato anche ai Laos di venire catturati dalla macchina del tempo delle ristampe.

Uscito nel 1990 per la Teldec, etichetta facente parte della filiale tedesca della Warner, ‘We want it’ era un buon disco di hard melodico, contraddistinto da una produzione scintillante (opera di Edwin Musper), un mixaggio spavaldo (sembra che i due chitarristi stiano suonando a dieci centimetri dal naso dell’ascoltatore) e, of course, dalla bella voce di Gudrun, abrasiva, un po’ rauca, strascicata e molto potente. Gli undici pezzi proposti alternavano suggestioni che venivano da tutti e tre i tradizionali poli dell’AOR ottantiano: la natia Germania, gli Usa e la Svezia. Così, “I want it”e “Why is a good love” sono anthem molto teutonici con forte retrogusto yankee, la prima aperta da un bel riffone granitico e rotolante, la seconda con un coro di marca più americana. “Straight to the top” è invece un esercizio di puro metal losangeleno, spettacolare (qualche reminiscenza della “Stand up” di D.L.Roth), di nuovo anthemica, e sulla stessa linea si muove “One more night”, ancora più tosta, in bilico tra Crüe e Ratt, mentre su “Heartbreak road” il metal d’oltreoceano viene sposato a vocals in parte mutuate dagli imprescindibili Scorpions. “Long shot”, dura ma sempre melodica, molto dinamica, parla invece la lingua di Bon Jovy (l’assolo se lo dividono le keys e la chitarra), come la graziosa power ballad “Now that it’s over” (qui c’è anche qualcosa degli Heart dell’album omonimo). “Badlands” forse è il top del disco, di certo è la mia preferita: anthemica, suggestiva, impreziosita da brevi interventi d’armonica, con un refrain in bilico, diciamo, tra Scorpions e Surgin (ma perché è così breve, cacchio?). “Higher ground” è una power ballad che richiama ancora in causa gli Scorpions abbinandoli a robuste dosi di Foreigner: connubio inedito ma ben riuscito. “Jericho” e “We called love” sono le tracks su cui spira più forte il vento del nord, la prima molto Dalton, ma con un coro davvero ispido, la seconda una ballad (anche questa decisamente power) dal refrain più arioso.

In questa ristampa sono presenti tre bonus track, che provengono dalle session del secondo disco, registrato - presumo nel 1995 - per la BMG tedesca e mai pubblicato, annunciato in uscita (sempre per la MTM) nel 2006. Su queste tre canzoni la band cambia completamente registro: l’hard melodico ed il class metal lasciano il posto ad un AOR fatto di arrangiamenti molto sofisticati e suoni curatissimi, il tutto prodotto con mano più raffinata. Gudrun qui esibisce una voce molto pulita, controllata e virtuosa. La cover di “More than a feeling” (se non sapete di chi è, vi mancano i fondamentali...) è autorevole, suggestiva, piena di atmospheric power, ma le chitarre vengono servite col contagocce. Stessa musica su “Come tomorrow”, AOR di pregevolissima fattura, quasi alla Heart di ‘Bad Animals’ o certe cose anni ’80 dei Simple Minds, con Gudrun che canta qui come una Nancy Wilson più stentorea, e su “Love sweet love” ancora più soffusa, con una melodia che mi ricorda (sbaglio?) gli FM.

Dopo tanta elettricità e veemenza, queste tre canzoni naturalmente suonano mosce e quasi pop, perciò suggerisco di ascoltarle a parte, da sole, e poi decidere secondo i propri gusti l’eventuale acquisto di questo secondo disco (che si intitolerà, pare, ‘Womanizer’). Il piatto, per chi predilige le frange più soft dell’AOR, si annuncia appetitoso.

 

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ROUGH CUTT

 

 

  • ROUGH CUTT + WANTS YOU (2005)

Etichetta:Wounded Bird Reperibilità:in commercio

 

Quando, nella prima metà degli anni 80, il pubblico USA decretò il successo del Class Metal e del Thrash, per l’Heavy Metal di derivazione più classica furono guai seri. Da un lato facevano furore le contaminazioni melodiche, sleaze e pop introdotte da Dokken, Ratt e Motley Crüe, dall’altro dominava la velocità mutuata dall’Hardcore del Bay Area Sound di Metallica, Slayer e Megadeth. E in mezzo, praticamente stritolato, si ritrovava un genere che gli yankees non avevano fino ad allora dimostrato di amare proprio alla follia. Negli States, le bands che si inquadravano nella dimensione più tradizionale dell’HM avevano riscosso consensi appena moderati e anche l’import europeo (escludendo qualche caso particolare, talvolta francamente inspiegabile come quello, clamoroso, dei Grim Reaper), non faceva esattamente faville. Non a caso gli intransigenti per antonomasia, i Manowar, emigrarono nel vecchio continente in cerca di gloria...

  E tutti gli altri? Chi poteva vantare già un discreto pedigree se la passava discretamente (R. J. Dio e Ozzy Osbourne, per esempio) ma per tutti gli altri erano crampi allo stomaco e sopratutto dubbi tormentosi. Restare fedeli alla linea, come cantavano i CCCP, oppure saltare il fosso in una direzione o nell’altra? Se perfino gli déi del metallo in persona, i Judas Priest, nel 1986 con ‘Turbo’ tentavano (timidamente) la carta del class, passando addirittura dal look denim & leather (da loro stessi codificato, oltretutto) ad uno fatto di abiti coloratissimi da pop band, il dubbio che per l’heavy più classico gli spazi fossero ormai ridotti all’osso poteva anche rivelarsi legittimo.

Il problema si poneva sopratutto per le bands americane, dato che l’Europa continuava a premiare chi si manteneva più aderente alla tradizione, e diventava ancora più spinoso per il carattere variegato e decisamente multiforme dell’heavy made in USA rispetto al suo omologo del vecchio continente. Dagli Y&T ai Riot, dai Montrose agli Starz, dagli Armored Saint ai Virgin Steele, tutto si poteva rimproverare al metal americano salvo l’uniformità di una proposta che rimaneva comunque commercialmente poco fortunata. In questa non troppo folta armata, i Rough Cutt spiccavano per valenza compositiva ed equilibrio, con un suono perfettamente bilanciato tra il più classico heavy americano e suggestioni class: se non era la quadratura del cerchio, ci andava maledettamente vicino. Un plauso dunque alla Wounded Bird per questo fondamentale recupero, quasi una novità assoluta, dato che questi due dischi erano stati trasposti in digitale solo in Giappone diversi anni fa, e per il pubblico europeo l’acquisto implicava ovviamente un esborso tutt’altro che lieve: la label americana propone oltretutto su un unico CD entrambi gli album pubblicati dalla band. Insomma, come dicono gli yankees: value for the money.

La band arrivò al primo disco omonimo nel 1985 dopo diversi cambi di line up che videro transitare anche la futura stella Jake E. Lee, ma aveva la sua carta vincente nella voce abrasiva di Paul Shortino, di cui ho già abbondantemente tessuto le lodi nel pezzo dedicato al suo ‘Back on track’. Gli altri membri della band erano Chris Hager e Amir Derakh alle chitarre, David Alford dietro i tamburi e Matt Thorr al basso. Assistiti dal management di Wendy Dio, i Rough Cutt si affidarono per la produzione di questo album d’esordio a Tom Allom - storico forgiatore delle colate di metallo incandescente dei Judas Priest - che alla band americana regalò un sound scintillante, colorato ma potentissimo.

Take her” è il pezzo d’apertura ed una vera e propria dichiarazione d’intenti, basato com’è su un giro alla Dio (e non è un caso, dato che Ronnie James ed il suo chitarrista dell’epoca, Craig Goldie, figurano qui come songwriters) voltato ad un bel class ratteggiante. La “Piece of my heart” già interpretata da Janis Joplin viene piegata dalla band al proprio stile con autorità: aperta da un giro di chitarre dalla pesantezza sabbathiana diventa poi quasi un class anthemico alla Dokken; mentre “Never gonna die” torna a ripercorrere sentieri Dio, quelli del periodo più commerciale, alla ‘Sacred heart’. “Dreaming again” comincia con degli arpeggi cupi poi esplode in un bel cadenzato molto Scorpions, drammatico, impetuoso e melodico, con un coro grandissimo. “Cutt your heart out” è un incursione nel power metal (ancora con qualche suggestione Dio), pezzo veloce ma che non rinuncia alla spettacolarità grazie sopratutto al taglio della produzione ed ai cori ben orchestrati. Un riff gigantesco, da vecchi Black Sabbath, apre “Black widow”: potente, molto alla Ozzy, sopratutto nel cantato di Paul Shortino, quasi un recitato degno del Madman, ma impostato su toni più beffardi che allucinati; il clima cupo è alleggerito dalle armonie di chitarra acustica: dark american metal? Perché no? “You keep breaking my heart” è a mezza strada tra la power ballad e l’heavy melodico, con un arrangiamento raffinato su un refrain vibrante ed intenso: c’è qualcosa dei Ratt, ma su un registro più pesante e metallico. “Kids will rock” è un serratissimo up tempo, puro heavy americano, un anthem vecchio stile, da headbanging a torcicollo, trascinante: vi sfido a tenere ferma la testa quando vi rintronerà nelle orecchie... “Dress to kill” ha una linea melodica favolosa, un riff di classe, Paul è da urlo, i Ratt avrebbero ucciso per questo coro! “She’s too hot” chiude l’album con un class metal fa-vo-lo-so, che fa propria la lezione di Ratt e Crüe riportandola ad una dimensione più heavy.

Con ‘Wants you', nel 1986, la band muta leggermente registro, passando alla produzione più secca di Jack Douglas (il produttore “storico” degli Aerosmith), e svariando a volte nella direzione di un hard rock marcatamente settantiano. “Double trouble” è cadenzata, ha qualcosa dei primi Rainbow, il pulsare del basso contro il riff secco della chitarra... grande! “We like it loud” è un anthem alla AC/DC, ma la perla è “Hot ‘n’ heavy”, puro hard anni ’70 dal ritmo funkeggiante (per l’epoca, una vera novità, dato che Extreme e RHCP erano ancora di là da venire) dal ritmo sensuale ed indolente, il wah-wah alla chitarra completa una canzone che gli Aerosmith sarebbero stati fieri di firmare col proprio nome. “Rock the USA” è invece ispida, veloce, diretta, molto heavy, canonica ma apprezzabile, condita da un assolo velocissimo, mentre “Bad reputation” è più ritmata, suadente, notturna, con qualche riverbero Dokken, il fraseggio del basso si contrappone ad arpeggi cristallini e qua e là spunta anche un guitar-sinth. “Don’t settle for less” è un bel metal da spiaggia, molto californiano, “Take a chance” un gradevole hard melodico di matrice Scorpions. Su “You wanna be a star”,  i ragazzi sembrano dei Motley Crüe più melodici e meno trucidi, bello l’arrangiamento e l’assolo decisamente class. “Let them talk” esplora ancora una volta il versante dell’hard melodico, ma su un tono curiosamente dimesso: canzone troppo lineare e scarsa d’idee: bruttina, diciamolo pure... Chiude l’album “The night cries out (for you)”, ballad con qualche ombra Aerosmith che inizia con toni morbidi e bluesati e va in crescendo su un finale dove irrompono anche le keys.

Il cammino della band pareva tutt’altro che in salita, i riscontri di pubblico soddisfacenti, ma nel 1987 Paul Shortino accettò di sostituire Kevin DuBrown nei Quiet Riot, e anche se il sodalizio sarà di breve durata, darà comunque un frutto eccellente, il bellissimo ‘Q.R. 88’. I Rough Cutt tamponarono inserendo come vocalist l’ex Warrior Parramore McCarty (che si unirà poi, sempre con scarsa fortuna, agli Atomic Playboys di Steve Stevens), ma qualcosa s’era rotto in questo splendido giocattolo e la band si sciolse senza più incidere nulla, confluendo in parte negli scarsi Jailhouse del cantante Danny Simon.

 

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LEE AARON

 

 

  • LEE AARON (1987)

Etichetta:Attic Records Reperibilità:scarsa

 

La canadese Lee Aaron è una decana del nostro genere: è in giro da non so quanti anni, ha inciso una catasta di dischi... e nessuno se l’è mai filata. Mai. Le ha provate tutte, incluso spogliarsi per Playboy o Penthouse - una delle due, non ricordo quale - ma né il suo bel fisico, né la sua bellissima voce sono riusciti a garantirle un po’ d’attenzione da parte di un pubblico che storce regolarmente il naso ogni volta che una donna si mette a cantare il rock.

Dopo ripetute incursioni nel metal e nell’hard rock, con questo album omonimo uscito nel 1987, Lee tentava la scalata alle classifiche con l’AOR. Il disco era prodotto da Peter Coleman, le canzoni erano composte, fra gli altri, da Joe Lynn Turner, David Roberts e Robert White Johnson. Sulla carta, le cose potevano funzionare. In pratica, anche ‘Lee Aaron’ passò inosservato, e l’indifferenza non fu del tutto ingiustificata. Sarà colpa della produzione o degli arrangiamenti, ma questo è un disco tutt’altro che perfetto. Inizia con “Powerline”, tipico AOR canadese, arioso ma sorretto da un bel riffone di chitarra: canzone lineare, suoni cristallini, tante tastiere ben in evidenza, ma niente che si possa stampare nella testa al primo ascolto, e la ricetta viene replicata sulla successiva “Hands are tide”, più chitarristica, con un refrain grazioso ma nulla più. “Only human” parte benissimo come un soft AOR alla Heart ma poi si incaglia su un refrain troppo solenne e pomp: un’occasione sprecata. “Empty heart” ha un coro che avremo sentito almeno mille volte, molto meglio “Number one”, più aggressiva e californiana, con un ritornello trascinante, quasi anthemico. “Don’t rain on my parade” è un pop rock fatto sopratutto di tastiere e percussioni, il genere di roba che poteva anche passare in una discoteca alla fine degli anni ’80, simpatico, ma la voce di Lee Aaron è sprecata a cantare queste cose, e poi su tutte questi primi sei pezzi la struttura dei ritornelli è sempre uguale, in quattro versi: coro, voce solista, coro, voce solista... Alla lunga, fa sembrare le canzoni tutte uguali. Peter Coleman dormiva mentre Lee registrava le vocals? Oppure era troppo occupato a rimirarsela per fare il lavoro per cui veniva pagato? “Goin’ off the deep end” comincia con un bel riff di chitarra, poi entrano le keys, ma il cantato non è energico quanto sarebbe stato opportuno e sfocia nel solito coretto quasi pomp, peggio ancora su “Is this love”, una bellissima ballad che si meritava un arrangiamento più curato, meno ovvio, e poi il canto è accademico, quasi frigido. Tutt’altra musica su “Eye for an eye”, tosta, Scorpions come se piovesse, Lee ci dà dentro ed è divina, quando invece abbassa il volume diventa anonima, una voce come tante. “Heartbeat of the world” è AOR atmosferico, forse il pezzo migliore, con un gran refrain, perfino il chitarrismo di John Albani (l’unico elemento fisso della sua backing band, che l’accompagnerà praticamente in ogni album) è meno ovvio del solito, se lei avesse cantato così su tutto il disco... “Dream with me” conclude con una ballad che ricorda gli Heart più soft, ancora un pezzo d’atmosfera, qualche guizzo nell’arrangiamento non avrebbe guastato affatto...

Dopo quest’album vennero ‘Bodyrock’ e ‘Some girls do’, più rockeggianti e molto più incisivi, il grande problema di Lee Aaron è stato quello di non aver trovato qualcuno in grado di valorizzare la sua voce, magari c’erano le canzoni (hanno scritto per lei - fra gli altri - anche Phil Naro, Stan Meissner, Jim Vallance, Holly Knight, Andy Curran, Bob Halligan Jr., Paul Sabu, Mladen dei Von Groove), ma le è sempre mancato un produttore veramente in gamba, forse una guida decisa. Oggi, Lee Aaron canta il jazz, sopratutto dal vivo, il suo ultimo disco è un lavoro pop con contaminazioni jazzistiche, le velleità di successo commerciale sembrano definitivamente messe da parte. Ci rimane il rimpianto per una voce straordinaria: ruvida e vellutata, aspra e dolce, ricca di mille sfumature che per una ragione o per un’altra non c'è  mai stato concesso di apprezzare quanto avremmo potuto.

 

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BRUCE TURGON

 

 

  • OUTSIDE LOOKING IN (2005)

Etichetta:Frontiers Reperibilità:in commercio

 

Finalmente, dopo undici anni, ecco il nuovo album dei Foreigner... e non è per niente una battuta sarcastica!

Bruce Turgon, anima con Lou Gramm degli Shadow King e suo partner nei due dischi solo, ultimo bassista dei Foreigner su quello che resta (per me) il loro album migliore, ‘Mr. Moonlight’, non cerca con questo disco una propria strada, scansa l’originalità a tutti i costi e ci regala la più squisita collezione di canzoni Foreigner-inspired mai pubblicata. Eccellente polistrumentista, Bruce fa su questo disco quasi tutto da solo, lasciando la batteria a Denny Carmassi e gli assoli di chitarra a Rocket Richotte e Scott McKinstry (ma c’è anche un minuscolo cammeo del grande Ronnie Montrose), scrive tutte le canzoni (salvo due, firmate - ovviamente - assieme a Lou Gramm), produce e arrangia. Forse avrebbe anche dovuto prendere in considerazione l’idea di un cantante: le vocals sono sue, Bruce canta come un clone di Lou Gramm un po’ afono e con la tracheite. Basta entrare nello spirito della cosa ed è tutto ok, ma mi chiedo un vero singer come - che so... - Kelly Hansen o Johnny Edwards (giusto per citare due cantanti che lo stile di Lou Gramm l’hanno sempre tenuto molto presente) cosa avrebbe potuto far diventare quest’album, già eccellente con la voce imperfetta di Bruce.

Le canzoni? “Living a lie” apre il disco, drammatica e dinamica, ed è come entrare nella macchina del tempo, l’atmosfera, quel suono caldo, ottantiano, per qualche attimo quasi puoi credere che ci sia Lou dietro il microfono, un Lou Gramm invecchiato ed un po’ a corto di fiato, ma quella vocalità che pensavamo inimitabile è lì a carezzarci: stupefacente... Su “Any other time” il canto diventa quasi un recitato, una melodia palpitante, fascinosi gli interventi di chitarra, semplice ma efficace l’assolo (di Richotte). La title track è più vicina ai territori degli Shadow King, con quel riff secco di chitarra e qualche sfumatura Def Leppard. “Walk thru fire” parte con un intro di Keys, poi entra il basso (sempre in grande evidenza, Bruce nasce bassista e si sente), una canzone molto intensa, malinconica, bella la melodia e l’intreccio dei cori. Su “Faith” spicca il piano, una power ballad notevole, fascinosa, ma la vocalità imperfetta di Bruce penalizza un po’ il coro. “Pleasure Dome” corre su un riff tagliente, incisivo, il pezzo più hard del disco, “These tears must fall” si apre con dei ficcanti power chords di basso, poi ancora tastiere, sempre un pezzo d’atmosfera, con un refrain superbo. “Weapons of love” è super, un techno-AOR accelerato, tirato, sinuoso, perfino ballabile, con un refrain bello tosto. “On a wing and a prayer” è ancora più Shadow King che Foreigner, pura magia, il refrain è fantastico, poi arriva quello che è forse il momento migliore del disco (o forse solo il mio preferito) “Heart so strong”, una power ballad favolosa dove l’ordito di keys, chitarre acustiche ed elettriche e cori è assolutamente perfetto. “The last time” è agile, con la chitarra in grande evidenza e conclude “Where do we go from here”, una morbida ballad, Bruce mostra qualche imbarazzo nel canto, solo piccole cose, canzone graziosa ma un po’ anonima, forse per l’arrangiamento più semplice e diretto.

Probabilmente tutte queste chiacchiere sono inutili. Insomma: se conoscete i Foreigner, se avete ascoltato l’album degli Shadow King, già sapete cosa Bruce Turgon ha da offrirvi, ed immagino che non abbiate bisogno delle mie rassicurazioni per fiondarvici su. D’accordo, ci sarebbero gli altri... ma si può amare l’AOR e restare indifferenti di fronte alla musica dei Foreigner? Perché, lo ripeto ancora una volta, questo disco è puro, genuino Foreigner-style. Puro perché senza citazioni o scopiazzature, e genuino perché tutta la vita artistica di Bruce  Turgon è passata prima all’ombra e infine nella piena luce di quella band di cui aspettiamo sempre -  e invano, forse - un nuovo parto discografico. E questo disco è il modo migliore che gli dèi dell’AOR ci hanno regalato per alleviare l’attesa.