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Benny Mardones: quanti, ma quanti ricordi scatena questo nome nel vostro webmaster… Beppe Riva, ai tempi di Metal Shock, ce lo presentava come un semidio dell’AOR, praticamente allo stesso livello del Michael Bolton di ‘Everybody’s Crazy’; sulle pagine di Kakka Metal, Francesco Pascoletti (non ancora “Fuzz Fuzz”, ma solo uno dei due “Stronzon” che davano vita a quel paio di indimenticabili paginette) quando voleva prendere in giro nello stesso tempo AOR e heavy metal lo tirava immancabilmente in ballo (era sempre una cosa tipo: voi poveri metallari con Le Ore e i dischi degli Slayer sotto il braccio, mentre noi chic rocker con un paio di femmine porche e arrapate a spararci i dischi di Benny Mardones…). A beneficio dei lettori implumi o quantomeno non attempati quanto lo scrivente, ricapitoliamo la storia del Nostro, che si può ben catalogare alla voce “one-hit wonder”: difatti, anche se la discografia di Benny conta dodici album di studio (ricordiamo che è passato a miglior vita nel 2020, a 73 anni) il suo unico grande successo fu una canzone, “Into The Night”, pubblicata come singolo nel 1981 (estratta dal 33 giri ‘Never Run, Never Hide’, uscito l’anno precedente), che salì fino al numero 11 della Billboard Hot 100 e vendette negli USA la bellezza di un milione di copie. Nel 1989, un passaparola fra i DJ di varie radio regionali degli States riportò la canzone nella programmazione radiofonica (storia d’altri tempi, senza il minimo dubbio), cosa che aiutò non poco Benny ad assicurarsi un contratto con la Curb Records, che gli fece incidere l’album in discorso, in cui è inclusa una nuova versione di “Into The Night”, anche questa pubblicata come singolo e rientrata nella suddetta chart ad un rispettabile numero 20. Purtroppo, ‘Benny Mardones’ (proprio come ‘Never Run, Never Hide’) non riscosse altrettanto successo, anche per le già spiegate (in dettaglio, nella recensione del primo album degli Eyes: seguite il link per saperne di più) difficoltà della Curb a promozionare artisti fuori dal circuito della musica country in cui abitualmente operava. La label non lesinò per l’incisione di questo disco, che – prodotto dal veterano Michael Lloyd – vedeva come principali partner di Benny per la stesura delle canzoni Mark Mangold e Duane Evans, anche strumentisti accanto a Jeff Porcaro, Michael Thompson, Dave Amato e parecchi altri session men di livello. Ricordando che Mark Mangold era stato al fianco di Michael Bolton in quello che (per i palati rock, almeno) è il suo capolavoro e che la voce di Benny, calda e un po’ rauca, tanto distante da quella dell’ex Blackjack non era, non sorprenderà che “I Never Really Loved You at All” alle atmosfere di ‘Everybody’s Crazy’ rimandi, sia pure in una chiave più AOR anche se non priva di energia (la somiglianza con la “Is This Is Love” dei Drive, She Said non è casuale, of course, ma non urta più di tanto). A seguire quella “For a Little Ride” che due anni dopo Paul Rodgers e Kenney Jones rifaranno sull’unico album del progetto The Law (altro link per gli smemorati): strofe d’atmosfera, refrain spavaldo, sexy, elettrica, con una bella vena r&b (ma io preferisco la versione dei The Law, arricchita di vibrazioni danzerecce alla ZZ Top). La ballad “How Could You Love Me” (molto soul, con un bel solo di sax) precedeva la nuova incisione di “Into the Night”, una raffinata tessitura di keys notturne e chitarre gentili su cui viene ricamata una melodia gloriosa, mentre “We’ve Got to Run” rappresentava il peso massimo del disco, con i suoi riffoni AC/DC e Benny che induriva i toni facendosi più rauco e abrasivo, anche se le tastiere smussavano gli spigoli nel refrain un po’ Journey. La power ballad “I’ll Be Good to You” era stata firmata da Mark Spiro e Steve Kipner: devo aggiungere altro? Non mi sembra necessario, e dunque passiamo subito a “If You Loved Me”, AOR in cui spicca la vena soul/r&b fra chitarre dal suono deciso e potente, e “Never Far Away”, anche questa assolutamente Drive, She Said (a Mangold e Benny qui si affianca Al Fritch) e pure qui una certa somiglianza con una canzone della band (“Think of Love”, che due anni dopo aprirà ‘Driving Wheels’) non passa inosservata ma non disturba. Pure su “Close to the Flame” Mark Mangold lasciava la sua inconfondibile impronta, mentre “Run to You”, perfettamente bilanciata fra chitarre graffianti e tastiere fascinose, chiudeva le danze con un atmospheric power di classe cristallina. Il sostanziale flop sulle chart di questo ottimo disco convinse Benny a orientare le sue uscite successive verso il soul e l’r&b, proponendosi a quello stesso pubblico che aveva fatto la fortuna di Michael Bolton e con risultati sempre tutt’altro che esaltanti: perché di Michael Bolton ce n’era già uno e bastava e avanzava, sia al pubblico che all’industria del disco. ‘Benny Mardones’ non è mai stato ristampato ma la Curb lo ha inserito su Amazon Music. Per chi ha amato ‘Everybody’s Crazy’ è un ascolto di rigore.
A frugarci bene dentro, la scena melodic rock britannica risulta ricca di band interessanti. Ma occorre frugare proprio bene, dato che spesso e volentieri sembrano giocare a nascondino (pensate solo ai King Swamp). Prendiamo il caso di questi The Kick. Avevano come leader uno che poteva vantare i suoi bravi quarti di nobiltà: Leo Lyons, membro fondatore con Alvin Lee dei Ten Years After. Arruolati Andy Nye (poi negli After Hours e con il Michael Schenker Group), l’ex Magnum Dave Dowle e il chitarrista e cantante Tony Crooks, Lyons con questo ‘Heartland’ si giocava la carta del rock melodico, pur senza rinnegare del tutto il blues. Ma riuscì a trovare un contratto solo con una label giapponese. Nel 1992 una indie tedesca, la Line Records, lo pubblicò anche in Germania, e senza dubbio non in un numero esorbitante di copie. Insomma: un disastro. Ma fu un disastro anche ‘Heartland’? Si cominciava bene con “Do You Know The Feeling”, che prendeva i Whitesnake inglesi (e in parte anche i Deep Purple) rifacendoli però con suoni e ritmiche di stampo americano, completando il tutto con un piacevole refrain pop. “This Can’t Be Love” e “She’s Got It All” sembravano il parto di Journey più elettrici del solito, la title track spiccava con quel suo galoppo impetuoso, notturna e drammatica, mentre “Livin’ It Up” sparava un bel boogie blues alla ZZ Top. Anche di “See You On The T.V.” non si poteva che dir bene, un po’ Bon Jovi su un tessuto heartland invigorito da un bello smalto rock’n’roll. Se “Louise” guardava di nuovo ai Journey (stavolta, con qualche accento pomp), “On The Beach” era una ballad AOR di eccellente caratura, “Don’t Fool Around With Love” sfiorava i territori della power ballad arretrando verso il sound dei primi anni Ottanta, e “Working In A Parking Lot” chiudeva le danze con un hard bluesy vigoroso e divertente. Dunque, ‘Heartland’ non era affatto un disastro, e avrebbe meritato una esposizione che né i giapponesi né i tedeschi erano in grado di offrirgli. Se Leo Lyons ci credesse, in questo progetto, non è dato sapere. Ma appena un anno dopo l’uscita di ‘Heartland’, i Ten Years After si riunirono e pubblicarono ‘About Time’ (1989), che non fu esattamente un successone ma li riportò comunque in tour per diversi anni, e a quel punto Lyons era troppo indaffarato a suonare in giro per il mondo per curarsi del destino di una band che era nata morta, e di cui recupererà parzialmente il moniker (diventato Leo Lyons’ Kick) solo nel 1994 per l’album ‘Tough Trip Through Paradise’. Trovare ‘Heartland’ non è difficile: le quotazioni variano, ma in media il cartellino del prezzo segna cifre sui venticinque euro a salire. Attenzione all’edizione tedesca del 1992, piratata in Russia. Per chi vuole giusto sentirlo, mancando l’album sia su Amazon Music che su Spotify, c’è You Tube, che ci dà anche un indice inequivocabile della rinomanza di questo disco presso il popolo del rock melodico: caricato nel 2017, in nove anni di permanenza è stato ascoltato solo 500 volte.
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