recension

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VOODOO X

 

 

 

  • VOL. 1 - THE AWAKENING (1989)

Etichetta:Columbia / CBS Reperibilità:scarsa

 

Indipendentemente dai moniker adottati, la produzione discografica di Jean Beauvoir (uno dei pochi artisti di colore ad aver bazzicato per lungo tempo e con continuità le terre dell’hard rock) è stata sempre caratterizzata da una sconcertante, enigmatica peculiarità: ogni suo album, risulta regolarmente composto di canzoni veramente buone alternate a immonde schifezze e scopiazzature invereconde. Come se Jean registrasse tutto quello che gli passa per la testa, senza darsi pena riguardo l’originalità o la qualità di quanto incide. E, ripeto, questo accade su ogni suo album, che sia siglato con il suo nome o con il moniker Crown of Thorns, ed è successo anche sul primo (ed unico) disco dei Voodoo X, che portava l’ingannevole titolo ‘Vol.1 The Awakening’: ingannevole perché un secondo volume non ci sarebbe mai stato e Jean preferì per ragioni oscure abbandonare questo marchio ed adottarne un altro. L’impressione che il buon Jean abbia le idee appannate riguardo la qualità delle proprie composizioni è suffragata anche dalla scaletta di quest’ album, che concentra le cose buone quasi tutte nella seconda parte, preferendo aprire il disco con la scopiazzatura più invereconda di tutte, dato che “I’m On Fire” ha lo stesso, identico riff della “Burn” di Purpleiana memoria, usato per assemblare un heavy metal molto cromato. E il copia & incolla prosegue senza pudore con “Voodoo Queen”, che sarebbe un bell’arena rock se non avesse il refrain ripreso nota per nota da quello della “Pour Some Sugar On Me” dei Def Leppard. La sensazione di trovarsi di fronte ad un cover album sotto falso nome prosegue, più o meno, con “A Lover Like You”, che potrebbe essere una qualunque ballad degli Autograph (e non una delle migliori, comunque), mentre “Don’t Bother Me” si rivela una cavalcata metallica dalla banalità allucinante. Questo primo lotto di canzoni non predispone certo l’ascoltatore all’ottimismo riguardo il resto dell’album, invece è proprio con la successiva “Into the Night” che comincia il bello (in senso lato ed in quello letterale): fresca, spettacolare, con un eccellente intreccio chitarre/tastiere ed un refrain che fa tanto black music. “What Can I Do” è una power ballad AOR dalla melodia ariosa e molto Foreigner: il refrain ricalca un po’ quello di “I Want to Know What Love Is”, ma senza esagerare. Si torna al class metal con “The Awakening”, che alterna parti notturne e suggestive ad altre serrate ed elettriche, con una bella linea melodica proiettata su un riffing a volte molto scontato. Divertente “One Riff (With a Lot of Attitude)”, elettroacustica, FM rock alla maniera di John Waite, mentre sfumature zeppeliniane caratterizzano “Have You Had Enough”, hard melodico di eccellente fattura, suggestivo e malinconico. Se “Like a Knife” è un metal californiano molto Ratt piacevolmente spezzato da parti più melodiche, la conclusiva “Happy Birthday” è una notevole power ballad policroma che si sviluppa su un crescendo magnificamente orchestrato. Nella ristampa che qualche anno fa uscì su etichetta AOR Heaven, oltre ad una differente versione di “Voodoo Queen”, c’era come seconda bonus track una canzone intitolata “Air That I Breathe”, una power ballad sulle stesse linee di “Happy Birthday”, afflitta purtroppo da una qualità audio non all’altezza.

Sia nelle produzioni siglate con il proprio nome che in quelle marchiate Crown of Thorns, Jean, come detto, proseguirà su questo leit motive, mescolando nei suoi album cose valide e ciofeche paurose con una disinvoltura da lasciare interdetti: nella discografia del Nostro c’è troppa spazzatura per poter ridurre tutto ad una malaccorta proliferazione di filler. Il suo deve essere un caso estremo di “shit detector” mal tarato. Cos’è lo “shit detector”? Qualcosa che ogni artista (musicista, scrittore, quello che vi pare) dovrebbe tenere acceso in permanenza nel proprio cervello, un “rivelatore di materia fecale” (cito Guido Almansi) destinato a segnalare prontamente all’artista la presenza di stronzaggine nella propria arte. Jean Beauvoir, temo, dispone di uno shit detector dal funzionamento estremamente carente.

 

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XENON

 

 

  • AMERICA'S NEW DESIGN (1989)

Etichetta:Vision America Reperibilità:scarsa

 

A tutti capita di leggere recensioni che sono delle vere e proprie stroncature. Se nel recensore facciamo totale affidamento, l’album incriminato viene ignorato e sepolto nella memoria. Ma se verso i giudizi di quel critico non nutriamo soverchia fiducia? Il primo contatto con gli Xenon avvenne tramite una recensione che era una stroncatura senza mezzi termini, assoluta, definitiva, sia sotto il profilo diciamo “tecnico” (la semplice competenza dei musicisti) che quello artistico. Nonostante di quel particolare recensore mi fidassi veramente poco, accettai un giudizio  che appariva serenamente motivato ed eliminai gli Xenon da qualunque lista di spesa. Passa il tempo, ed ecco comparirmi davanti questa band. Dato che un ascolto non si dovrebbe rifiutarlo per principio a nessuno e che un brutto album è sempre una buona occasione per esercitarsi nell’arte dell’aggettivazione più caustica e perfida, eccomi alle prese con ‘America’s New Design’. Che non solo non si rivela un brutto album, ma mi pare un prodotto rimarchevole e sopra la media nel settore dell’hard rock con forti venature street. L’apertura è affidata al riff singhiozzante di  “Tip of My Fingers”, vagamente Van Halen era Hagar, dotata di un certo flavour anthemico e spezzata da un pregevole bridge melodico, ma più interessante si rivela “Here When I Need You”, urgente e nervosa, impostata su un  tempo “strano” di batteria ma con un ritornello melodicamente californiano. Una versione più patinata dei Lynch Mob avrebbe potuto partorire sia “So Hard” che “Safe (Till the Morning)”: echi root, chiaroscuri fascinosi, grandissime. “Maybe” è un class metal zeppeliniano, notturno, lento, ben orchestrato, lucidato da un velo di tastiere, mentre “On and On” si rivela una power ballad eccellente, ariosa, sempre con un occhio verso i territori battuti da gente come Lynch Mob, Tora Tora, Soul Kitchen. Cambio di genere con “A Night to Remember”, hard melodico eclettico ed originale, tra il David Lee Roth degli anni con Steve Vai ed i Warp Drive, la fase solista è divisa equamente tra basso, batteria e chitarra. Suggestiva “Thru the Rain”, che viaggia su una chitarra distorta e molto zeppeliniana su cui si adagia il refrain arioso e molto yankee e a seguire “Holding On” parla la lingua del metal californiano, sinuosa, aggressiva. In chiusura, l’hard rock zeppeliniano, cromato e variopinto di “Cry in the Night”, con il suo bel refrain semplice ma non banale.

America’s New Design’ venne pubblicato nel 1989 negli USA, riproposto nei primi anni ’90 dalla tedesca Long Island che riuscì a venderne ben 46 copie in tutta Europa (notizia fornita dagli stessi Xenon sul loro sito). Il successivo album, ‘Simple’, uscì nel 1995, troppo tardi per incidere in qualche modo sulla carriera di una band che avrebbe meritato sicuramente più attenzione.

Riguardo poi la stroncatura di cui ho raccontato al principio… Potrei tagliare corto e usarla semplicemente per dimostrare l’incompetenza della persona che l’aveva scritta. Non credo però che le cose siano così semplici (anche se forse lo sono…). È che anche al più rigoroso dei critici/recensori certe volte capita di svegliarsi storto, con il mal di testa o il mal di stomaco. Un album aspetta di essere recensito, e tu, nonostante i crampi o l’emicrania, devi metterti all’ascolto di quel prodotto discografico, anche se preferiresti fare tutt’altro. A volte riesci ad essere obiettivo e cogliere il buono o il pessimo in quel disco allo stesso modo in cui lo faresti se la testa non ti pulsasse ed il piloro non sembrasse cantarti a tutto volume una canzone dei Sonic Youth con Carmen Consoli come special guest alle vocals; altre, il senso di malessere ti colpisce al punto da trasformare anche il più sublime lieder di Schubert in una canzone dei Sonic Youth (con o senza Carmen Consoli al microfono), e tu sfoghi inconsciamente la tua rabbia verso quello che è, in quel particolare momento, nulla più che uno strumento di tortura confezionando una recensione assassina: forse è andata così. (In situazioni del genere si è venuto a trovare anche il sottoscritto, ma sono riuscito a fermarmi in tempo e riprendere l’ascolto dell’incolpevole album in condizioni fisiche tali da garantire un giudizio sereno). Oppure: questo ‘America’s New Design’ fa davvero schifo e l’incompetente sono io. Per scoprirlo, non vi resta che ascoltarlo…

 

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THE DEAD DAISIES

 

 

  • REVOLUCIÓN (2015)

Etichetta:INgrooves Reperibilità:in commercio

 

Nel settore dell’hard rock americano, questo secondo album dei The Dead Daisies è senza dubbio uno degli highlights dell’anno, forse destinato ad essere ricordato come la vetta di questo 2015 appena arrivato al giro di boa. Come noto, The Dead Daisies non si definiscono esattamente una band ma piuttosto un collettivo di musicisti, un ensemble ballerino che difatti vede all’opera su questo ‘Revolución’ un gruppo di esecutori parzialmente diverso rispetto all’esordio. Come nuovo cantante troviamo il grande John Corabi, mentre al basso c’è Marco Mendoza, alla batteria Jackie Barnes (ma in tour, pare che andrà Brian Tichy), con i soliti Dizzy Reed alle tastiere e David Lowy con Richard Fortus alle chitarre. Della produzione si è incaricato Ben Grosse. Hard rock americano, dicevamo, bilanciato fra gli ’80 (in prevalenza) ed i ’70 e nobilitato da un songwriting davvero di altissima qualità, a cominciare da “Mexico”, con il suo pregiato assortimento di riff, le carezze dell’Hammond, il piano, una precisa cifra melodica che rimanda ai Lynch Mob ed ai Guns N’ Roses ma in un clima più scanzonato. Riffing zeppeliniano per “Evil”, con l’Hammond che ammorbidisce gli spigoli di una canzone nello stesso tempo dura e sinuosa, adorna di un assolo di chitarra sporchissimo. “Looking for the One” ci porta in un clima hard r&b che fa un po’ Whitesnake, ritmata e pimpante, divertente, caldissima, mentre “Empty Heart” è intensa, potente, hard rock di grandissima caratura, marezzato di chiaroscuri. “Make The Best Of It” mi ha ricordato i Rockhead: elettrica e selvatica ma con accattivanti flash melodici. “Something I Said” è una favolosa power ballad dal tessuto variegato, echi Black Crowes e GN’R, con un ritornello dalle sfumature soul ed una parte centrale carezzevole e r&b. A seguire, due notevoli esercizi funk rock: la nerissima “Get Up, Get Ready” e “With You and I”, heavy e cadenzata, con un refrain di grande estensione melodica. Ancora una suggestiva power ballad con “Sleep”, qui la melodia è di chiara ispirazione Beatles, poi irrompe “My Time”, con un riffing ancheggiante, trascinante, irresistibile ed un bridge d’atmosfera prima dell’assolo tirato. L’unica cover si intitola “Midnight Moses”, la incise la Sensational Alex Harvey Band, John e soci ci aggiungono delle chitarre grattanti che fanno tanto metal californiano, mentre “Devil Out Of Time” è un hard’n’roll molto Little Caesar. In chiusura, “Critical” alterna strofe quasi rarefatte ad un refrain aggressivo e urticante.

Insomma, ‘Revolución’ è un prodotto discografico di assoluta eccellenza che raccomando caldamente a tutti di non farsi mancare.

 

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TEN

 

 

  • ISLA DE MUERTA (2015)

Etichetta:Rocktopia Records Reperibilità:in commercio

Ma cos’è ‘sta fregola di pubblicare che è presa a tutti quanti? Il ritmo a cui escono gli album è diventato talmente frenetico che anche il più stakanovista dei recensori dalle orecchie d’acciaio non riuscirebbe a tenere dietro ad una marea di prodotti discografici che ha raggiunto ormai l’ampiezza e la portata delle cascate del Niagara. D’accordo che con il ProTools e tutta quella massa di aggeggi che ti correggono automaticamente accordature, tonalità e solo il diavolo sa cos’altro, registrare musica è diventato un giochetto, ma se consideriamo il carattere di fondo dell’attuale mercato (se è ancora corretto usare questa parola) discografico, ovvero che il materiale viene sostanzialmente offerto in fruizione gratuita, diventa davvero difficile capire cosa spinga band vecchie e nuove a muoversi a ritmi talmente convulsi per regalare album ai propri fan. Purtroppo, il ProTools e gli altri aggeggi non scrivono canzoni né le arrangiano (ma chissà che, prima o poi…), e se c’è qualcosa che latita in questo sterminato oceano musicale è la qualità del songwriting. Anche Gary Hughes si è fatto prendere dalla smania, ed a molto meno di un anno dall’uscita di ‘Albion’, eccolo con un nuovo disco di studio, ‘Isla de Muerta’. Gary, ai bei tempi che furono, si dimostrò senza dubbio un autore prolifico, capace di assemblare sempre dei set di canzoni ben più che accattivanti, ma oggi? Senza sorpresa, sopra ‘Isla…’ aleggia costante una sensazione di “già sentito”, un deja vu che rimanda soprattutto agli ultimi tre album. Il peggio, sta nell’inutile “Dead Men Tell No Tales”, praticamente i Magnum serviti per l’ennesima volta in salsa celtica, e nel class metal monotono intitolato “Angel Of Darkness”; il meglio, nelle tinte r&b della divertente ed un po’ Little Angels “Tell Me What To Do”, ed in “The Last Pretender”, un hard melodico fresco e potente. In generale, le canzoni sono spesso troppo lunghe (con testi intricati che in più di un frangente fanno a pugni con la musica), mentre gli arrangiamenti risultano molto snelli con parti di tastiere decisamente lineari: l'impressione, insomma, è che questo sia un album inciso di corsa, per dare comunque qualcosa in pasto ad un pubblico che non pare più essere in grado di discriminare fra quello che è gradevole, sublime o rivoltante, ascolta per una settimana (se va bene) e poi passa al prossimo album scaricato (per il quale, naturalmente, non ha pagato un centesimo). Inserito in questo quadro, ‘Isla…’ fa pure la sua figura, ma chi – tranne qualche fan arrabbiato – se ne ricorderà fra appena un paio di mesi? E se anche fosse stato un capolavoro, la sua sorte sarebbe stata migliore? Chi si ricorda degli album usciti l’anno scorso, o (addirittura…) due anni fa? Li ascoltate ancora? Regolarmente? Meditate, gente, meditate…

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CIRCLE OF SOUL

 

 

  • HANDS OF FAITH (1991)

Etichetta:Hollywood Records Reperibilità:scarsa

 

I conoscitori dell’hard rock fine anni ottanta generalmente valutano molto di più il secondo album di questa band rispetto al primo. Non dissento del tutto, ma mi pare che anche ‘Hands of Faith’ abbia i suoi numeri, dunque punto l’obiettivo proprio sull’esordio, che uscì a suo tempo per una major, la Hollywood Records, sussidiaria della Disney. I Circle of Soul praticavano quel crossover tra hard rock e funky che pareva riscuotere un discreto successo alla fine dei Big 80s, ma variando con buona fantasia la ricetta: se l’apertura con “War” è difatti un tipico hard funky ottantiano, agile e dinamico, già la successiva “Stone in My Shoe” cambia abbastanza la rotta, con il suo passo felpato, i riferimenti ai ’70, quella chitarra col wah wah dal sapore decisamente hendrixiano ed il refrain molto black. “Shattered Faith” si sposta in territori street rock e possiede una bella cifra melodica notturna, ma il funk riappare su “Rusted Love” alternando armonie tinnanti a riff metal che confluiscono in un ritornello nello stesso tempo energico e vellutato. Le atmosfere di “Stone in My Shoe” tornano nell’ancheggiare funkeggiante di “Shed a Tear”, mentre “One Kiss” è una power ballad dall’andamento classico ma (proprio per questo, forse) un po’ anonima. Ancora street rock nel ritmo pulsante di “Hard in the City”, ma “Ghetto Grind” torna ad un riffing funk sporco e potente su cui viene sovrapposto un refrain da melodic metal californiano completato da un rap nel finale. “Mission Boogie” è la perla dell’album, grazie alla micidiale scansione ritmica danzereccia, al drumming guerriero, alla linea melodica di grande suggestione, ma anche “Long Arm of the Law” spicca grazie al suo mix vincente di metal californiano ed armonie vocali molto black e sulla stessa rotta procede “99 Pounds”, che chiude il disco aggiungendo un’ulteriore dose di funk.

Nel ’92 la band registrò un secondo album che la Hollywood inizialmente doveva essere decisa a pubblicare, dato che ne distribuì parecchie copie alla stampa, poi la label cambiò parere sull’opportunità di mantenere nel proprio roster una band che non si dedicava al pattume rumoroso in voga fra gli adolescenti dei primi ’90 e licenziò i Circle of Soul. La tedesca Intercord pubblicò infine nel ’93 quel ‘One Man’s Poison’ giudicato (a torto o a ragione) il capolavoro della band ma, considerati i mezzi della label, si trattò di una soddisfazione molto magra per i Circle of Soul, che difatti non ressero il colpo di quel declassamento da major a etichetta indipendente e si sciolsero svanendo nel nulla.

 

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OZONE

 

 

  • SELF DEFENCE (2015)

Etichetta:Escape Reperibilità:in commercio

 

L’annuncio di questo nuova band che vede riuniti Steve Overland e Chris Ousey di nuovo sotto la direzione di Mike Slamer (e con un contributo non indifferente di Tommy Denander) mi aveva trovato freddino, al punto che ho lasciato il press kit a sonnecchiare per quasi un mese prima di aprirlo. La sensazione che mi dava il progetto Ozone era qualcosa del tipo “prendi due e paghi uno”: entrambi i cantanti si erano rivolti a Mike Slamer per confezionare i loro ultimi lavori solisti, ma con risultati molto diversi: eccellente e addirittura memorabile nel caso di Chris, tutt’altro che eccezionale per quanto riguarda Steve. Che senso aveva metterli assieme, considerato anche che le loro vocalità non sembrano sposarsi affatto? Immaginavo ne fosse venuto fuori al massimo una replica sbiadita di quanto già abbiamo ascoltato, il solito lavoro fotocopia tanto comune in questi nostri disastrati tempi musicali. L’ascolto, invece, ha smentito le previsioni pessimistiche del sottoscritto, a cominciare dal presunto fare a pugni delle voci dei due protagonisti, che si alternano invece molto bene durante le canzoni, con uno Steve Overland spronato costantemente ad alzare i toni dalla vocalità impetuosa di Chris Ousey, cosa che forse snatura un poco la vocalità di Steve, ma gli impedisce anche di ricadere in quegli accenti morbidoni che avevano rovinato (secondo me) il suo ‘Epic’ (per saperne di più, seguite il link). Mike Slamer ha fatto il solito, egregio lavoro alla chitarra, ed è riuscito a trovare arrangiamenti che coniugano molto meglio il suo tipico riffeggiare al patrimonio di atmosfere e melodie degli FM, in questo senza dubbio aiutato da Steve che, come detto, stavolta non ha (forse non ha potuto) rifugiarsi negli usuali toni soul, gettandosi nella mischia con una grinta che non ritroviamo neppure nell’ultimo lavoro della sua band.

Tiger by the Tail” è un’apertura perfetta, viaggia su un fraseggio di chitarra heavy prog tipicamente Slamer su cui si adagia una melodia quasi r&b, mentre nella successiva “Let the Good Will Out” risalta il refrain totalmente FM sul riffing tagliente e sinuoso, per un risultato finale che rimanda (piacevolmente) agli ultimi Shadowman. Il patrimonio melodico degli FM viene sfruttato anche sulla power ballad “So Blind”, in cui si sentono nitidamente anche i Seventh Key, “Destiny” è invece un arena rock superbo, riff pulsante e melodia che traccia un morbido crescendo fino al refrain cadenzato. “Shadow on the Sun” ripropone la stessa formula hard melodica degli Steelhouse Lane (qui, Steve sembra fare un po’ fatica a star dietro alla voce più agile e potente di Chris), “Evolved” è serrata e purpleiana, con un ritornello molto diretto. Chris Ousey prende il controllo della situazione su “Self Defence”, “Smile before you Lie” (dal bel riffing geometrico) e “Visionary man” (veloce e potente, con un bell’impasto chitarre/tastiere), che avrebbero potuto tranquillamente  figurare sul suo ‘Rhyme & Reason’, Steve mette molto del suo su “Practice what you Preach” (in cui ritroviamo la tipica vivacità FM su un riffing più eclettico e colorato), ma il top arriva probabilmente con “Lifetime”, aperta da un riff dalla pesantezza sabbathiana, che si sviluppa in un caleidoscopio di melodie in chiaroscuro che va crescendo verso il bel refrain. Nella track list fornitami risulta un’altra canzone, “Save my Soul”, che però non è stata inclusa (per una svista, suppongo) nel press kit. ‘Self Defence’ uscirà il 25 settembre ed è caldamente consigliato a tutti.

 

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THE BURNING CROWS

 

 

  • MURDER AT THE GIN HOUSE (2015)

Etichetta:Burning Crows Record Reperibilità:in commercio

 

Del primo album di questa eccellente formazione britannica vi riferii a suo tempo su Classix, il secondo capitolo lo tratto qui perché non ha potuto trovare spazio su Classix né su Classic Rock (per motivi tecnici che riguardano i tempi di pubblicazione delle riviste che a loro volta vanno ad incrociarsi con le date di pubblicazione degli album, e qui mi fermo perché credo di avervi già annoiati abbastanza). Rispetto a ‘Behind the Veil’, questo ‘Murder At the Gin House’ è un passo avanti importante. I ragazzi hanno imparato ad essere più concisi (il primo album durava, se ricordo bene, oltre un’ora; questo, meno di quarantacinque minuti), meno rumorosi (‘Behind the Veil’ era uno di quei dischi che potevano essere presi come modello per dimostrare quali nefasti effetti sulla qualità audio abbia la loudness war) e – soprattutto – hanno cambiato il loro punto di riferimento musicale. Se ‘Behind the Veil’ urlava “Whitesnake!” a squarciagola (con qualche eccesso filologico di troppo, considerato che in “High” campionavano una buona metà di ‘”Give Me All Your Love”), ‘Murder…’ guarda piuttosto alle discografie di due band dal moniker simile ma dal sound abbastanza diverso: i Little Caesar ed i Little Angels. È come se i ragazzi fossero diventati nello stesso tempo più americani e più inglesi… Dagli yankees hanno preso il riffing spaccaossa ma sempre agile, dai loro compatrioti quel gusto melodico inconfondibile, impastando il tutto con un’attitudine verso il tipico suono melodic metal californiano. Le prime due track, “Hell to Pay” e “Come On” rimandano decisamente alla band di Ron Young, con i riff molto heavy, le melodie scanzonate ed i refrain anthemici inseriti in un telaio molto ruvido, “Shine” vira invece negli spazi luminosi tipici dei Little Angels, mentre “Alright” ci porta nel Far West con dei chiaroscuri molto Tangier, anche se la melodia rimane sempre di matrice Little Angels, come nella bella power ballad intitolata “Goodbye (To the Sunshine)” (qui fanno capolino per la prima volta le tastiere, utilizzate con molta più parsimonia rispetto al primo album). Con “11:37” e “Little Bit More” ci ritroviamo sullo Strip di L.A., metal californiano ruvido quanto basta, la prima con un ritmo irresistibile, la seconda bilanciata su un riff nello stesso tempo sinuoso e convulso, mentre l’organo Hammond spande una morbida patina su “She’s the Summertime”, quasi una power ballad che riprende ancora le atmosfere della mai abbastanza lodata band di Toby Jepson. “Feels Like Home” tira in ballo ancora i Little Caesar, un hard’n’roll fenomenale e chiude “Holding On”, aperta da un incantevole intreccio di pianoforte e tastiere d’archi, una grandissima power ballad in crescendo, dalla melodia strepitosa.

Murder At the Gin House’ risulta insomma una delle proposte più stuzzicanti dell’anno nell’ambito del classico hard rock di matrice ottantiana, ed i Burning Crows confermano di essere una band intelligente, talentuosa e con un potenziale che questi nostri tempi musicali tanto sciagurati rischiano purtroppo di bruciare, considerato quanta fatica fanno le buone band a spiccare in mezzo alla massa sterminata di immondezza che quotidianamente si candida ad invadere iPod e smartphone a costo zero.

 

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DRIVE SHE SAID

 

 

  • ROAD TO PARADISE (1997)

Etichetta:Frontiers Reperibilità:scarsa

Le compilation o best of o come preferite chiamarle, si possono dividere in due grandi categorie: le compilation oneste e le compilation carogna. In quelle oneste figurano solo track già regolarmente presenti nella discografia della band; in quelle carogna, trovate in scaletta anche roba inedita, messa lì (ovviamente) per spingere all’acquisto anche quelli che posseggono già tutti gli album e non si fanno irretire semplicemente da remix o versioni live assortite. Questa compilation dei Drive She Said appartiene al gruppo delle gran carogne, perché conta ben cinque inediti su diciotto canzoni. Dato che l’estensore di queste note era già in possesso delle tredici canzoni rimanenti, l’acquisto (secondo i suoi personali criteri) era fuori discussione. Ma, come noto, i CD si svalutano a velocità impressionante, così che girando su eBay forse un paio d’anni dopo l’uscita di ‘Road to paradise’, il vostro webmaster si imbatté in copie di questo disco vendute a 0.99 centesimi di dollaro o giù di lì, prezzo che (sia pur gravato dalle spese postali) lo spronò a procurarsi un album che offriva pur sempre cinque canzoni mai ascoltate di una delle più grandi band AOR di tutti i tempi (‘Road to paradise’ è diventata poi una rara avis, ed i prezzi si sono impennati fino a raggiungere e superare i cento dollari, almeno per qualche tempo: alla data in cui scrivo passa di mano su eBay a quotazioni molto variabili, tra i dieci ed i quaranta dollari). ‘Road to paradise’, dunque, compilation carognesca, ma anche compilation assemblata con notevole lucidità, selezionando davvero il meglio che la band di Mark Mangold (tastierista straordinario; American Tears e Touch le band con cui aveva lasciato un marchio indelebile sul rock melodico) e Al Fritsch (chitarra e voce) abbia fatto nella sua breve storia, meglio senza dubbio dell’ultima raccolta uscita nel 2010, ‘Dreams Will Come - The Best Of and More’. E la storia discografica dei DSD è breve davvero, solo tre album fra il 1989 ed il ’92, un altro nel 2003 (un po’ fiacco se paragonato agli altri), ma sufficiente a spingere la band nell’empireo dell’AOR puro e duro, quello fatto di grandi melodie, keyboard oriented ma sempre con una solida base rock. Gli scarsi riscontri ottenuti su Billboard si spiegano forse con il fatto che i Drive She Said erano arrivati tardi, nel 1989 l’AOR puro e duro non riscuoteva più i consensi raccolti al principio del decennio, la gente chiedeva al rock melodico un suono più energico e veemente, e se è vero che dopo il primo album Mark ed Al avevano dato al loro sound una certa sterzata elettrica, l’ambito della band restava comunque quello dell’AOR, supportato da un songwriting semplicemente stellare (che vedeva come principale protagonista Mark Mangold affiancato saltuariamente da Aldo Nova) capace di spaziare con autorità in tutte le pieghe del rock adulto, dai risvolti più sofisticati (il  capolavoro assoluto “Love Has No Pride”, una di quelle canzoni che chiunque voglia praticare l’AOR dovrebbe studiarsi nota per nota; i chiaroscuri impagabili di “It’s Gonna Take a Miracle”) a quelli più aggressivi (“Drivin’ Wheel”, in cui Mark Mangold si scatena dimostrando che la sua band, con un suono opportunamente e sistematicamente indurito, avrebbe potuto rappresentare l’unica credibile alternativa agli House of Lords; la drammatica intensità di “Inside You”). Naturalmente, ‘Road to Paradise’ ne mette in luce la grandezza ma funziona da introduzione, e non può che essere di sprone a procurarsi tutti i loro album (i primi tre, almeno; l’esordio è stato ristampato proprio quest’anno da AOR Heaven, e meno male, dato che girava su eBay a cifre sui settanta euro) o, per i fan, ascoltare quei cinque inediti. Ma quelle canzoni valgono la spesa? “Look At What You Got” è una magnifica tranche di AOR hard edged che risale addirittura al 1982, scritta da Mark assieme a Michael Bolton (collaborarono sia su ‘Michael Bolton’ che sul fondamentale ‘Everybody’s Crazy’), ma la perla è “Water From a Stone”, che dovrebbe risalire alle session del primo album e venne lasciata inspiegabilmente fuori: aggressiva, potente, con una linea melodica che deve senza dubbio qualcosa ai Survivor. Le altre tre canzoni sono contemporanee all’uscita di ‘Road…’, registrate di fresco e rappresentavano evidentemente un tentativo di rimanere in qualche modo a galla nell’era del grunge, con risultati altalenanti. La title track è semplicemente orrenda (provate ad immaginare dei Soundgarden versione AOR…), mentre la piacevole “Fallin’ Again” è un riuscito innesto dei loro stilemi melodici in un contesto se non proprio grunge di certo più scuro ed elettrico rispetto a quanto avevamo ascoltato in passato. “Suddenly Closer” è una ballad pregevole, impostata su temi beatlesiani, gli unici ammessi (almeno questa era l’impressione che si ricavava) durante l’impero di Nirvana e Pearl Jam. Comunque, Mark e Al rinunceranno al moniker e si rifaranno vivi con il nuovo marchio Mystic Healer l’anno successivo, per un solitario album di eccellente fattura prima di ripresentarsi come già detto nel 2003 e poi sciogliere la società, lasciandoci tre capolavori che chiunque professi la fede dell’Adult oriented Rock non può permettersi di ignorare.

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RAGE & BEYOND

 

 

  • CORPORATE NATION (2009)

Etichetta:AOR Heaven Reperibilità:in commercio

 

Naturalmente, avrei dovuto parlare di questo album quando uscì, sei anni fa circa. Ma nell’incalzare frenetico delle uscite discografiche (ma sarebbe meglio definirle “musicali”, dato che i dischi – di qualunque genere –  sembrano oggetti destinati ad un’inesorabile estinzione) si finisce sempre per perdere qualcosa per strada, ti ripeti che prima o poi ne scriverai, poi il tempo passa… Ho riascoltato da pochissimo questo bel disco ed ho cercato qualche review, così, per curiosità, senza riuscire a trovarne. CD ed .mp3 sono regolarmente in vendita su vari siti, ma sembra non tanto che dei Rage & Beyond si siano dimenticati tutti, piuttosto che nessuno si sia mai accorto dell’esistenza di questa band. Anzi: di questa eccellente band. Il mixaggio dell’album era stato fatto nientemeno che da Kevin Shirley, il mastering da Ted Jensen, alle chitarre c’era Karl Cochrane, da anni collaboratore di Joe Lynn Turner, alla batteria l’ex Dokken Bobby Marks, il bassista era Paul Di Leo mentre dietro il microfono stava il bravissimo Ed Terry (Terrarosa, Vick Lecar’s Blue Moon), anche produttore. “Proposition” apre il disco con un funk heavy, mutante, convulso eppure cromato, “Not Gonna Try” stupisce con qualcosa che non sai bene come etichettare, una sorta di melodic grunge, tra un riff dalla pesantezza sabbathiana e vocals che si intrecciano limpide e suggestive. Brusco cambio di rotta con “Nice And Easy”, che richiama le cose più lunatiche dei Van Halen, mentre “Desire” fa pensare a dei Danger Danger in una versione più heavy e “Say No More” è un class metal dal riffing pulsante e geometrico. I Led Zeppelin diventano protagonisti nelle due track successive: “No Resolution” filtra “Ten Years Gone” attraverso il sound elegante degli House of Lords; “Media Song” – trascinante, turbinosa – li fonde alla perfezione con gli Aerosmith. La title track si sviluppa nella forma di un heavy metal hi tech tutt’altro che ovvio, srotolando una serie di riff nervosi e potenti, “Between The Lines” cambia di botto portandoci in territori aerosmithiani tramite un hard bluesy scanzonato e divertente. Fantasmi zeppeliniani occhieggiano attraverso “What’s Your Game”, street metal tagliente e cromato, mentre “Cut My Ties” parte con un riff pesantissimo e moderno e la voce filtrata che sfocia imprevedibilmente in un refrain solenne e molto House of Lords sostenuto da un tappeto di tastiere. “Tryin To Be” è impostata sulle stesse coordinate di “Not Gonna Try”, ma su un riffing lento e mesto, “Down To Business” chiude con un altro hard bluesy molto Aerosmith di eccellente caratura.

I contenuti di ‘Corporate Nation’ erano insomma di un tale livello che questo disco avrebbe dovuto entrare (ed ai primi posti) in tutte le classifiche dei migliori album del 2009, invece è stato ignorato da un pubblico che forse non ne conosce neppure l’esistenza. Ed è importante recuperare album come ‘Corporate Nation’, perché in questi tempi musicali così caotici, senza ordine né regola, in cui le uscite si succedono ad un ritmo pazzesco e la vita media di un album è ridotta a poche settimane (quando va bene), tante, troppe cose buone rischiano di scomparire dalla memoria collettiva come se non fossero mai esistite. E veder svanire il ricordo dei Rage & Beyond e della loro unica testimonianza discografica sarebbe un autentico delitto.

 

AORARCHIVIA

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HIGH TENSION THEORY

 

 

  • 24 (2015)

Etichetta:Long Haul Records & Tapes Reperibilità:in commercio

Questa sarà probabilmente l’unica recensione mai pubblicata, in qualsiasi lingua parlata sul globo terracqueo, dell’album in esame. E non c’è da stupirsi. Difatti, gli High Tension Theory hanno pubblicato questo ‘24’ senza il supporto di una label, senza rivolgersi a servizi di promozione come ReverbNation, senza neppure scomodarsi a mettere su una fetentissima pagina facebook. Risultato: anche se è in vendita su CD Baby e Amazon, e figura nelle liste dei principali siti di pirateria musicale, nessuno sa veramente che gli High Tension Theory esistono.  Chi frequenta i siti di pirateria anzidetti forse andrà a scaricarselo per curiosità, ma non ci giurerei: con la massa di materiale adeguatamente promozionato che c’è in giro, perché perdere tempo con questi tizi che (pare) si divertono a giocare ai misteriosi oppure dimostrano un’indifferenza assoluta verso le sorti di questa loro fatica musicale? Di due membri della band abbiamo i nomi (Phil Doherty e Jeff D’Alessandro), si sa che vengono da Boston, il resto è mistero. C’è una cantante, ma come si chiama? È un nome che varrebbe la pena segnarsi sperando che ricompaia altrove, perché la voce della suddetta cantante meritava un tappeto migliore di quello che gli High Tension Theory gli forniscono, un heavy metal molto americano, molto anni ’80, mai troppo aggressivo né abbastanza cromato da rientrare nell’universo class: il paragone più ovvio sarebbe quello con gli Y&T, ed ho usato il condizionale perché della band di Dave Meniketti, gli HTT possono apparire solo una copia sbiadita: le canzoni si appoggiano generalmente su successioni di riff già rimasticati fino alla nausea e vengono risolte tramite arrangiamenti scarni e opachi. Ma la misteriosa cantante di cui sopra (voce stile Robin Beck) ricama su questo tessuto smorto intrecci di melodie suggestivi e ben calibrati (magari un po’ troppo mesti). Gli HTT sono senza speranza, ma la loro cantante promette benissimo: speriamo che qualcuno si accorga di lei e la tiri fuori dal pantano della musica di Doherty e D’Alessandro. E ci faccia sapere come si chiama.

AORARCHIVIA

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VICE

 

 

  • Hot... Just Looking At You (2015)

Etichetta:Demon Doll Records Reperibilità:in commercio

 

Chi ha letto la recensione dei Maximum sa già a cosa mi riferisco quando uso l’espressione “lost patacca” (per i distratti o gli smemorati c’è il link) e questo album dei Vice sembra possedere tutti i requisiti per entrare nell’empireo delle lost patacche: presentazione roboante ed esaltata da parte della label (traducendo qualche frase in lingua madre: “Avete chiesto, e gli dei del metal vi hanno risposto: dopo vent’anni, arriva l’album di quella che può essere considerata la più grande hair metal band unreleased di tutti i tempi… i Vice hanno sfornato niente meno che un capolavoro” e il resto è tutto su questo tono); band formata da gente forse ben conosciuta nel proprio rione ma del tutto ignota ai più; moniker mai sentito durante i Big 80s, neppure a livello underground. La Demon Doll sostiene che il materiale di ‘Hot... Just Looking At You’ sarebbe stato prodotto da Hirsh Gardner, batterista dei New England, ma non è chiaro se queste canzoni debbano essere considerate semplici demo o qualcosa di più, dato che la qualità audio è discreta ma certo non fa gridare al miracolo. Allora: lost gem o lost patacca? Né l’una né l’altra. ‘Hot... Just Looking At You’ è uno di quei lavori che avrebbero avuto bisogno di un produttore veramente bravo (Hirsh Gardner non so fino a che punto li ha seguiti in studio, probabilmente si è limitato a dargli qualche consiglio o muovere un po’ gli slides del banco per fare scena) per curare gli arrangiamenti, le timbriche degli strumenti, tenere ben sintonizzato lo shit detector (anche per questa definizione vi offro il link, ma se non volete sforzare il dito, vi basta salire in cima alla pagina, alla recensione dei Voodoo X)… i Vice non hanno potuto contare su questo genere di supporto per la propria musica, e il risultato finale dei loro sforzi è rappresentato da un gruppo di canzoni che vanno dall’ottimo all’orribile/patetico quasi senza soluzione di continuità. L’inizio è dei peggiori, dato che “Stranded In The Shadows” è uno di quei connubi tra epic e class metal che dovrebbero essere vietati per legge, ne viene regolarmente fuori il peggio dei due generi, roba che fa storcere la bocca sia ai fan del metal stile Dio/Virgin Steele che a quelli quelli seguaci dei Dokken, è la classica tattica del cercare di tenere un piede in entrambe le scarpe, e con quali risultati… “Alone In The Night” è il solito furto con scasso ai danni dei Ratt, ma con un refrain davvero gustoso, ma anche “You’re So Far Away” è il risultato di un’appropriazione indebita, stavolta a danno dei Journey, diretta e comunque gradevole, mentre più opaca risulta “Holdin’ On”, un class metal addobbato con tastiere e cori imponenti, molto Scorpions. “Mixed Emotions” riprova a celebrare il matrimonio contro natura tra epic e class, ma mi risulta più ascoltabile di “Stranded In The Shadows”, forse perché qui il canto del singer Billy Ian è meno tronfio. “You Drive Me Crazy” è il fondo dell’album, uno di quei brani mostruosamente pacchiani che sembrano esistere apposta per giustificare tutte le accuse di volgarità/ignoranza/grossolanità che certa intellighenzia critica continua imperterrita a rivolgere a tutto quanto è – anche solo alla lontana – metallurgia pesante, parte con un giro di tastiere che sfocia in un heavy melodico classicheggiante alla Malmsteen periodo ‘Trilogy’, e come se non bastasse l’obbrorio dei continui, sgraziati rimandi alla musica classica, qua e là i Vice hanno aggiunto una voce filtrata, profonda e gracchiante, che dice con tono robotico “you drive me crazy” ed è assolutamente identica a quella che (i più vecchi se lo ricordano certamente) risuonava al principio della sigla del cartone animato giapponese Mazinga (cercatela su YouTube e verificate pure). Se, arrivati qui, siete riusciti a resistere alla tentazione di cancellare all’istante la cartella con i file dell’album o scagliare il CD dalla finestra più vicina, sarete però ripagati dall’ascolto della canzone migliore, la title track, un bel party rock anthemico con tanto di piano martellante. Anche “We’re Here To Rock” non c’è malaccio, un arena rock ben arrangiato ma con un mixaggio dei cori che a mio parere penalizza l’impatto: che senso ha proporre un arena rock se non è prodotto in maniera adeguatamente bombastic? “All I Ever Wanted” potremmo descriverla come una power ballatona: la melodia è bella, il crescendo orchestrato da chitarre e synth è ben fatto ma tutto viene rovinato o quasi da un pianoforte che non ha soltanto una brutta timbrica ma sembra suonato da mani più aduse alla zappa o al maglio che ai tasti d’avorio. “Feeling Lonely” chiude l’album con un metal californiano molto ben fatto, un bel gioco d’atmosfera di chitarre e tastiere prima del riffone ratteggiante su cui si stende un refrain piacevolmente melodico.

Ricapitolando, in ‘Hot... Just Looking At You’ troviamo del buono, del decente e del veramente orripilante. Lost gem, sicuramente non è, ma neppure possiamo definirlo una patacca al 100%. Se il tipico suono yankee dell’hard rock melodico ottantiano non vi basta mai, buttatevi pure sui Vice senza esitazioni. I palati più fini possono passare oltre senza rimpianti.