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Anni fa, Pete Willis dichiarò che venire licenziato dai Def Leppard a causa del suo troppo ardente amore per la bottiglia fu la cosa migliore che gli fosse mai capitata: se non lo avessero buttato fuori, disse, avrebbe quasi certamente fatto la stessa fine di Steve Clark. Si può credergli? Il Nostro è oggi titolare di una property management company nella natia Sheffield, una ditta che (se ho bene afferrato) si occupa della manutenzione generale dei condomini e dubito possa garantirgli un tenore di vita pari a quello di Joe Elliot e compagni. Pete Willis si ritrovò fuori dai Leppard mentre si registrava ‘Pyromania’ e, se pure ne guadagnò la salute del suo fegato, certo il portafogli dovette soffrirne molto. Inghiottito quel rospo, Pete provò a restare nel giro prima con i Gogmagog, band formata da ex di band più o meno illustri (oltre a Pete c’erano Paul DiAnno, Janick Gers, Neil Murray e Clive Burr) che pubblicò solo un EP nel 1985, poi formò questi Roadhouse, che però debuttarono troppo tardi, nel ferale 1991. Stavolta, nessuno dei suoi compagni aveva trascorsi di rilievo e che Pete ne fosse il leader appariva palese. Prodotto da Chris Sheldon, Mike Shipley e Pete Woodruff, ‘Roadhouse’ era aperto da una canzone, “All Join Hands”, che se presa come dichiarazione di intenti faceva della band un mero clone dei Leppard: anthemica, divertente, una scheggia di musica indubbiamente valida e che su ‘Hysteria’ non avrebbe certo fatto la figura del filler. Portando questa track la firma di un ex Leppard, non si poteva gridare allo scandalo, ma era lecito domandarsi se Pete e i suoi nuovi compagni altro non volessero che fare da controfigure alla band madre, sospetto dissipato da “Time”, che pur rimanendo abbastanza fedele alla matrice Leppard variava il passo con strofe d’atmosfera e un refrain dinamico e drammatico nella stessa misura, spandendo su tutto qualche suggestione Tall Stories. “Tower Of Love”, un arena rock che su un bel riff croccante adagiava una melodia policroma, precedeva “A Little Love”, un hard’n’roll cromato e melodico mentre “Loving You” era quasi una power ballad, smaltata di bei chiaroscuri. Una power ballad, senza dubbi o tentennamenti, si rivelava essere “Hell Can Wait”, aperta da una batteria di chitarre acustiche dal suono caldo, caratterizzata da un crescendo elettrico e luminoso. Con “One Heart” si tornava a una monodimensionalità leppardeggiante che però non dava gli stessi ottimi frutti di “All Join Hands”, dato che questa canzone si rivelava un po’ opaca. Molto meglio riusciva “New Horizon”, così ariosa ma sempre molto elettrica, che coniugava i Bad English in senso Leppard con grande maestria. Sorprendente “Stranger In Your Eyes”, così funk, un funk cromato, metallico, divertito e divertente con quel refrain geometrico. Chiudeva l’album “Desperation Calling”, che procedeva lenta e insinuante sfociando in un bel refrain che non poteva non ricordare i Leppard dei primordi, meno leccati e più bruschi. Eccellente la produzione, sofisticata e americaneggiante pur senza eccedere in sovrincisioni e sempre valide le performance del cantante, Paul Jackson, che esibiva una vocalità molto diversa rispetto a quella di Joe Elliot e contribuiva non poco a dare a questa band una propria identità, facendo dei Roadhouse, nonostante le innegabili somiglianze, molto più di un clone della ex band di Pete. Eppure, ‘Roadhouse’ fu un fiasco solenne: non solo uscì troppo tardi, ma la Vertigo non lo pubblicò negli USA (uscì solo in Europa, Giappone e Indonesia), tagliando le gambe a un prodotto che sembrava fatto apposta per il mercato americano. Annotato che in quello stesso 1991, la filiale tedesca della Vertigo pubblicò una ulteriore edizione dell’album che aggiungeva altre cinque canzoni alla scaletta, veniamo alla reperibilità odierna del prodotto, che non è scarsa ma scarsissima. I CD sono rari e venduti a cifre folli (tanto folli che in Russia li falsificano), anche vinili e cassette hanno prezzi sostenuti (da 15 a oltre 50 euro tra eBay e Amazon), né Spotify né Amazon Music ce l’hanno in catalogo. In attesa di una ristampa, per l’ascolto ci si può rivolgere solo a YouTube.
Le esportazioni australiane nel settore della musica rock raramente hanno riscosso un gran successo. Fatto salvo il caso clamoroso degli AC/DC, abbiamo avuto qualche meteora (come Easybeats, INXS e Jet) oppure personaggi che nonostante l’impegno e/o il talento non sono mai riusciti ad affermarsi del tutto a livello internazionale (Jimmy Barnes rappresenta alla perfezione la categoria). Tutto il resto è passato senza suscitare la più piccola increspatura nell’oceano del rock, compreso il golfo del rock melodico: in questo specchio d’acqua hanno navigato i Noiseworks per almeno due (ottimi) album. Ma quasi nessuno, al di fuori della loro patria insulare, ha fatto caso al passaggio tra quei flutti del vascello che portava il nome Noiseworks dipinto sulla chiglia (e mi auguro che i miei lettori abbiano colto la raffinatezza di queste metafore musical/marinare). ‘Touch’, secondo e miglior album della band, uscì nel 1988 e fu pubblicato dalla CBS anche negli USA e in europa, segno che la major vedeva negli australiani buone potenzialità anche lontano dai mercati siti sotto l’equatore: potenzialità che, però, sono rimaste tali, dato che i Noiseworks, come già annotato, non volle mai filarseli nessuno. Prodotto addirittura da Chris Kimsey, ‘Touch’ confermava la predilezione dei Nostri per una cifra stilistica mutuata per buona parte da band britanniche come Simple Minds e Tears For Fears opportunemente americanizzata in senso AOR. Rispetto al primo album, ‘Touch’ risultava poi molto più rock e meno pop, a cominciare da “Simple Man”, con la sua bella tessitura elettroacustica, pacata e suggestiva nelle strofe, veemente nel refrain. La title track vantava una grande estensione melodica che si realizzava su panneggi di tastiere in chiaroscuro e una chitarra molto U2 (i Diving For Pearls prenderanno nota), mentre “Voice Of Reason” era drammatica e diretta, anche lei costruita su un riffing alla The Edge. “Chained” ci dava un efficace arena rock dall’inconsueto feeling danzereccio, “Home” puntava tutto sull’atmospheric power, “I Can’t Win” sorprendeva con quello che era sostanzialmente un gospel solo per voce, cori e chitarra acustica. Su un gioco d’atmosfera tra basso, keys e chitarre funky viaggiava “Letter”, con il voltaggio che aumentava discretamente nel refrain dinamico, “Tell It Like It Is”, agile e galoppante, iniettava una melodia da AOR canadese su un ordito tessuto in eguale misura su trame Simple Minds e INXS, il peso massimo “Keep Me Running”, guidata da una chitarra raffinatamente zeppeliniana, si svolgeva in un clima non tanto distante da quello in cui avevano operato i Kingdom Come del primo album. Dopo l’intro d’archi, “Live And Die” saliva in un crescendo luminoso, solenne e con qualche sfumatura Honeymoon Suite, mentre “In My Youth” chiudeva le danze con un soul blues senza dubbio inatteso ma per nulla fuori luogo. Insomma, un gran bel disco, ma che fuori dalla terra dei canguri non raccolse molti consensi. L’ultima ristampa (fatta in Australia, naturalmente) è del 2016, i CD vanno via a cifre modeste (da cinque fino a non più di una dozzina di euro) e ‘Touch’ è comunque in vendita in formato .mp3 su Amazon Music: per chi ama quelle band che hanno operato sul confine tra il rock melodico e il pop rock britannico primi anni 80, l’ascolto è di rigore.
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