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Quando un genere musicale esce dalla luce abbagliante dei riflettori, non riesce a far più presa sul grande pubblico e continua a essere seguito soltanto dai fan duri & puri si verifica un cambiamento singolare nella sua scala dei valori. In teoria, il fan d&p dovrebbe essere molto competente riguardo il genere musicale di suo (quasi) esclusivo interesse. Ha ascoltato tanto e dovrebbe sapere bene quali sono le band, gli interpreti che durante gli anni d’oro hanno inciso le cose migliori, quelle che hanno fatto scuola e sono state prese come punto di riferimento. Il fruitore generico di musica hard rock, quello che nel 1980 ha comprato ‘Back in Black’, nel 1985 ‘Theatre of Pain’ e nel 1991 ‘Nevermind’ si è limitato a prendere quello che la radio e MTV gli scaricava nelle orecchie: bastava che la band fosse alla moda e agghindata come i trend comandavano. Ascoltare certe cose non era un fatto di gusto, ma di tendenza, uno dei tanti modi per stare nel mucchio, l’esigenza prioritaria per l’essere umano medio. Per questa categoria di ascoltatori, passare dai Mötley Crüe ai Nirvana è stato quasi un obbligo sociale e la conversione al nuovo sound di moda del tutto indolore. Per il fan le cose stanno, naturalmente, in maniera diversa. Ribellandosi al mutamento di gusti in atto, vede le proposte del genere che gli è caro ridursi in numero. E, pure, in qualità. Ma questo, pare, non lo tocca. Dovrebbe essere capace di valutare quanto gli viene offerto, invece, di colpo, la sua vista si abbassa e una strana forma di miopia o astigmatismo lo affligge ogni volta che spunta all’orizzonte un nuovo album. Tutto ciò che rientra nei confini del suo genere prediletto diventa accettabile, e quasi tutto va dal buono all’ottimo, con i classici che, all’improvviso, fioccano. Si sprecano superlativi per dischi che un tempo sarebbero stati giudicati idonei solo a fare da estemporanei bersagli in una gara di tiro al piattello, ci si genuflette davanti a band a cui pochi anni prima veniva spontaneo suggerire di mettere da parte gli strumenti musicali e proporsi piuttosto come manodopera non specializzata alle aziende agricole di stampo tradizionale. Tutto questo in generale, e per qualsiasi genere musicale. Focalizziamo sul rock melodico, adesso. All’incirca a partire dal 1993, il rock melodico è passato di moda e viene seguito esclusivamente dai fan d&p. Molti (quasi tutti, temo) hanno vissuto gli anni d’oro del genere e dovrebbero avere le idee ben chiare su ciò che è schifoso, decente, accettabile, grazioso, buono, ottimo o eccezionale. Anche se i gusti personali sono sacrosanti, non possono diventare la base di una valutazione assoluta. Non si può sostenere a spada tratta che un album è eccezionale solo perché ci piace o, peggio, perché ci ricorda più o meno bene un altro album che è eccezionale per davvero. Eppure, questo è quanto accade al giorno d’oggi nel rock melodico (e non solo). Le scale di valori sono state appiattite. TUTTO è bello. È vero che i presunti nuovi classici vengono di solito dimenticati un paio di mesi dopo l’uscita, ma questo accade anche (credo) perché non si è più in grado di distinguere quello che è davvero buono (e ogni tanto, qualcosa di veramente buono spunta) da ciò che non lo è per niente. Stringiamo ulteriormente l’inquadratura e puntiamo l’obiettivo sui Gotthard. Già la provenienza della band dovrebbe metterci almeno un po’ sul chi vive: la Svizzera. Che tradizione in fatto di rock (melodico o meno) ha il paese delle banche e delle cliniche per milionari? Quali band svizzere vi vengono in mente, così, di primo acchito? I Krokus, suppongo. Magari i China. Colonne della musica rock, vero? E se la band di Marc Storace (Francesco Pascoletti, ai bei tempi che furono, coniò per il cantante di origine maltese una perfetta definizione: il “pecoraro metal”) qualche buon risultato in termini di vendite lo ha ottenuto (due dischi d’oro negli USA con ‘Headhunter’ e ‘The Blitz’), tutti gli altri non hanno inciso né punto né poco. Se ‘Lipservice’ è l’ album migliore dei Gotthard, i fan non lo hanno ancora deciso: c’è chi elegge ‘Dial Hard’, chi ‘Human Zoo’. Di certo, questo è l’album che su Heavyharmonies ha il punteggio più alto, 89/100: è stato messo quindi alla pari con i Bad English del primo album (!!), un punto sopra i Journey di ‘Frontiers’ (!!!), e appena uno sotto i Def Leppard di ‘Hysteria’ (ma ben due sopra quelli di ‘Adrenalize’). E il confronto con i Leppard è pertinente, dato che il sound codificato dalla band di Sheffield è il chiodo quasi sempre fisso dei Gotthard su questo disco. Capiamoci: non sto a sostenere che ‘Lipservice’ fa schifo. È soltanto un album derivativo al cento per cento, con un songwriting competente ma ben lontano dall’essere, non dico geniale, ma almeno un filo originale. Tanti bei riff, ma tutti presi a prestito da questo o quel brano iconico. E melodie alla Def Leppard come se piovesse. Da questa matrice la band si allontana solo poche volte: in “Stay for the Night” rifanno i Deep Purple in versione rock melodico, “Anytime Anywhere” è un class metal drammatico vagamente Scorpions (con le parti di tastiere riprese quasi pari pari dalla “The Nightmare Begins” degli Steelhouse Lane), “Said and Done” trae invece spunto dagli Whitesnake in versione americana con l’aggiunta di un refrain molto svedese. In quasi tutto il resto, i Leppard dominano la scena, in certi frangenti sfacciatamente (“Everything I Want”, “I Wonder”), in altri in maniera un po’ più sfumata. C’è molto di buono, certo: “Lift U Up” è un anthem arena rock che procede a passo di marcia tra i riffoni AC/DC, il class metal “Dream On” ha un bel riff dondolante alla “Peter Gunn”, “I’m Alive” è impostata su un riffing agile (un po’ Winger, un po’ Mike Slamer) e ha un cantato aggressivo, “Nothing Left at All” è una ballad piacevole e solare. Ma tutto questo non basta certo a farne non dico un capo d’opera, ma neppure un classico minore. È il prodotto di una band che non si sforza neppure un po’ di essere originale o di avere un sound proprio, buoni artigiani che non sanno o non possono andare oltre il mero ricalco: fatto con buon gusto e una certa abilità, ma sempre ricalco, ossia riproposizione di stilemi altrui, neppure temperata da un songwriting d’eccezione. E allora, godiamoci pure i dischi dei Gotthard, ma senza esagerare nel cantarne le lodi. Prendiamoli per quello che sono, senza ingigantirne la statura fino a livelli non solo irreali ma anche – a seconda dei punti di vista – indecenti o ridicoli.
Il leitmotiv che accompagna l’unico parto dei Regatta fin dalla sua uscita (un ritornello spuntato dalla prima recensione che lessi nel lontano 1989 e ritrovo quasi pari pari fra i commenti di Heavyharmonies) è il seguente: le prime due canzoni sono fantastiche, il resto è quasi da buttare. Verità o leggenda? E se c’è una leggenda nera che ammanta questo disco, da cosa è scaturita? I Regatta erano canadesi, formati da Chris Smith (chitarre e voce), l’ubiquo Matthew Gerrard al basso e Greg Critchley alla batteria. Le non indifferenti parti di tastiere erano opera dei session player Lou Pomanti e Richard Evans, mentre della produzione si incaricò David Bendeth (Wrabit, Big House, Sven Gali, Bruce Hornsby, SR 71). L’apertura è affidata a “Wherever You Run”, che importa gli U2 nel rock melodico secondo la lezione dei Diving For Pearls nelle strofe, mentre il refrain fa molto più AOR canuck alla Glass Tiger o Honeymoon Suite. Anche nella successiva “This Is Love” troviamo una parte di chitarra che arieggia quelle di The Edge ma inserita in un contesto decisamente Honeymoon Suite fatto di bei chiaroscuri. Netto cambio di scenario con “Give Me a Sign”, che guarda piuttosto in direzione Boulevard e The Works, con piacevoli sfumature funky e r&b, mentre “Matter of Time” è una power ballad con qualche tratto Journey e un finale strumentale tutto d’atmosfera. Ancora più lontana dal sound dei primi due brani si porta “Heartbreaker”, che è tutto un divertente pulsare funky danzereccio spezzato dai flash di chitarre e keys e dal refrain pop e sulla stessa lunghezza d’onda sono sintonizzate “Wild Girls”, che ha un andamento robotico e la solita chitarra funky ma possiede vibrazioni più nettamente hard rock e anticipa quanto gli Haywire faranno poi su ‘Get Off’, e “Confidential Information” che con la sua vena r&b richiama alla mente anche i Dan Reed Network. Nell’ AOR funky di “Writing on the Wall” spiccano il basso agile e i flash di tastiere, “I Will Be There” è una power ballad che si snoda tra imponenti sciabolate di chitarra, cori e keys che a volte salgono fino ad altezze pomp. “Devils in Disguise” torna al funky hi tech in versione hard melodico, nel refrain alla Honeymoon Suite risuona di nuovo una chitarra simil U2, “Moonlight” chiude le danze (letteralmente) con un stesura più pop alla maniera dei Loverboy o dei primi Glass Tiger, sempre un po’ funky e con un andamento ritmico vagamente dance. A me non pare che tutto quanto viene dopo “This Is Love” sia da scaricare nel water più vicino. C’è piuttosto una differenza a livello di sound abbastanza netta fra le prime due track e quasi tutto il resto che (suppongo) è stata la base della leggenda nera, propalata (mi pare evidente) da gente a cui le commistioni tra rock melodico, funky e ritmiche da dance music poco dovevano piacere. Leggenda che deve aver condizionato non poco la fama della band, considerato che la prima ristampa di questo eccellente disco è arrivata solo nel 2024 per la Melodic Rock Records di Andrew McNiece, completata da un secondo album di inediti, intitolato ‘No Looking Back’.
Uno dei tanti piaceri di cui ci ha privato l’orrido secolo ventunesimo è stato non solo frequentare i negozi di dischi, ma soprattutto frugare nello scaffale delle offerte che non mancava mai nei suddetti negozi. C’erano le cose più assurde in quello scaffale, e se per rovistarci la scusa era sperare di trovare qualcosa di buono a prezzo stracciato in realtà ci si accostava a quella pila di vinili provando la fascinazione malsana che in passato portava la gente nei baracconi circensi dove erano in mostra scherzi di natura come i cani con due teste. A volte i dischi erano vecchi di anni e anni, le copertine consumate dagli sfregamenti ma gli LP all’interno sempre immacolati, mai essere senziente aveva piazzato quei piattoni neri su un giradischi. Cantautori conosciuti solo nel loro borgo natale, pop o discomusic di nazionalità equivoca, musica etnica proveniente dai posti più improbabili, compilation assemblate da persone in evidente stato di alterazione mentale… Come ci fosse finito in quello scaffale l’unico album di Chris Mancini non saprei spiegarlo. Forse per puro disinteresse dei possibili acquirenti. La cosa strana è che quel disco non è stato mai stampato in Europa, e quando lo avvistai fra le inenarrabili schifezze che popolavano lo scaffale erano già passati cinque o sei anni dalla sua pubblicazione nel 1983. Naturalmente, quando mi capitò fra le mani non avevo idea di chi fosse quel tizio. Ma bastò la lettura del personale coinvolto nella registrazione di ‘No Strings’ per attizzare il mio interesse. Prodotto da Roy Bittan, registrato in cinque studi diversi (fra cui i Power Station di New York e i Record Plant di L.A.), la backing band comprendeva (fra gli altri) Mike Porcaro, Anton Fig, Jeff Porcaro, Rick Derringer, Waddy Wachtel… E, insomma, chiunque fosse quel signore, con l’AOR almeno qualcosa doveva averci a che fare. Dulcis in fundo, il disco costava (mi pare) 4000 lire. Scoprii solo molto tempo dopo che il tizio era il figlio di Henry Mancini, e qualunque pensiero maligno riguardo il peso che quell’illustrissimo cognome deve aver avuto nell’assicurare al Nostro un deal tutt’altro che sparagnino sarebbe giustificato… almeno finché non si ascolta ‘No Strings’. Perché se c’è un album del nostro genere che si merita la qualifica di “lost gem” è questo. Non solo non è mai stato ristampato, ma neppure è mai stato trasposto su CD (esiste solo su vinile e cassetta) e non figura su Heavyharmonies, né è incluso nei cataloghi di Spotify e Amazon Music. È un disco quasi dimenticato e credo che se non ne fossi entrato più o meno casualmente in possesso tanti anni fa, difficilmente ne avrei potuto scoprire l’esistenza. Chris Mancini, dunque, figlio d’arte e di uno di quegli artisti così grandi e riveriti da rendere arduo alla discendenza di poter non dico superare ma almeno sfiorare la rinomanza del genitore. Chris ha collaborato con suo padre per diversi album ma nel suo carnet troviamo anche nomi come Herbie Hankock, Bonnie Rait, Eric Clapton e Robert Plant. Tutto il materiale inciso su ‘No Strings’ era composto da lui, che condivideva gli arrangiamenti con Roy Bittan (autore anche delle parti di tastiere). “City Girl” non era esattamente un inizio col botto, portando i Journey in una dimensione più pop, meglio riusciva “(Here Comes That) Hurt Again”, ballad robusta con le strofe per tastiere e chitarre acustiche e un refrain vivace ed elettrico. “Gonna Find Me A Girl Tonight” era un tipico rock melodico primi 80, molto Journey con il suo riffing elementare, le keys geometriche che salivano imponenti nel bridge, ma con “Lovers In Love” arrivava il primo colpo da maestro, per una ballad dal crescendo gentile tessuta su una melodia superba, mentre “Wild Eyes” chiudeva il lato A: fusione di Journey e Boston, incalzante, con qualche sfumatura pomp e una sontuosa coda strumentale. Voltato il piattone di vinile, dopo aver religiosamente passato la spazzola sui solchi e pozionato la puntina, ecco arrivare la splendida “Suspicions”, notturna, ancheggiante e vagamente danzereccia alla maniera di Van Stephenson, ma anche “Where’s That Feelin’” spiccava, un pop rock dalla melodia deliziosa e suggestiva. “Hot Streets” aveva un’anima heartland ambientata nel contesto dell’AOR primi anni 80, “Let Down Easy” era una sorta di AOR soul che si snodava tra una bella chitarra secca, il piano e un refrain quasi anthemico. Gran finale con “I Never Believed”, dove tornavano a farsi sentire i Journey in una ballad elettrica che saliva in un crescendo glorioso. Arrangiamenti perfetti, produzione impeccabile, resa fonica eccellente (nient’affatto scontata con il vinile). Della voce di Chris (che era accreditato anche a chitarre e synth) si può dire che lo faceva sembrare una sorta di fratello minore di Steve Perry, con uno spettro vocale meno esteso e una timbrica non altrettanto pastosa. E adesso, la domanda da un milione di dollari: perché questo disco non vendette quanto avrebbe dovuto e potuto? Cosa mancò? La promozione, la fortuna, cosa? Non fu semplicemente un flop, ma passò del tutto inosservato. E oggi anche i fan più accaniti del nostro genere sembrano averlo dimenticato o ne ignorano addirittura l’esistenza. I vinili passano di mano su eBay a cifre modeste, di ristampe non si parla e chi non vuole o non può rivolgersi all’analogico per sentirlo ha come unica alternativa YouTube, cliccate sul link e troverete ‘No Strings’, caricato dal principio alla fine da un fan volenteroso: è lì da quindici anni, e il totale degli ascolti è di poco superiore a 3600. Eccola qui, tutta per voi, un’autentica, genuina e perfetta lost gem…
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