AORARCHIVIA

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BURNING RAIN

 

 

  • BURNING RAIN (1999)

  • PLEASURE TO BURN (2001)

 

Etichetta:Pony Canyon / Z Rock Reperibilità:discreta

 

Se per la prossima estate avete in programma un viaggio in Giappone, il vostro webmaster può suggerirvi un sistema rapidissimo ed efficace per accattivarvi le simpatie dei sudditi del Tenno, i quali, nonostante la proverbiale cortesia, sono notoriamente poco inclini a trattare con i gajin (in quanto a razzismo, tutto il fottutissimo mondo è paese). Bene: in caso di difficoltà (uno dei più classici è quello del tassista che non vuol prendervi a bordo del suo mezzo) vi basterà pronunciare due semplici parole: Doug Aldrich. Immediatamente, il viso del nipponico o della nipponica si illuminerà e vi gratificherà di un sorriso a trentadue denti,  l’individuo prima freddissimo e scostante prenderà ad inchinarsi e ad inondarvi di gentilezze. E tutto questo perché, nonostante la mancanza degli occhi a mandorla e del colorito citrino, il soggetto investito delle parole magiche vi avrà riconosciuto come uno dei loro: difatti, i giapponesi per il nostro Doug nutrono una passione ardente e inossidabile. Perché? Boh! Lo hanno praticamente adottato fin dalla metà degli anni 80, ai tempi dei Lion, e tutte le sue band successive hanno avuto contratti d’oro con la potente label locale Pony Canyon. Insomma: i giapponesi amano Doug Aldrich, anche se tanta devozione non ha una base solidissima su cui poggiare. Doug è un bravo chitarrista, ma certo non è un genio né un songwriter di classe superiore. Tanti artisti molto più dotati ed ispirati di lui sono svaniti nella nebbia o hanno appeso la chitarra al chiodo, ma lui è sempre lì, è come Figaro, tutti lo cercano, tutti lo vogliono, ha collezionato innumerevoli collaborazioni di prestigio ed in ultimo è riuscito perfino ad occupare il posto di chitarrista solista negli Whitesnake, preferito a Reb Beach – lui sì, un vero fuoriclasse – a cui David Coverdale  ha assegnato il più modesto ruolo di chitarrista ritmico. Solo mazzo? Non mi pronuncio, ma certo la dea bendata pare avere gli occhi incollati in permanenza sul nostro  Doug.

I Burning Rain sono stati il suo ultimo progetto autonomo prima che ricominciasse a girovagare da una band all’altra e si accasasse poi (definitivamente?) con gli Whitesnake, due album usciti in Giappone nel 1999 e nel 2000 per la solita Pony Canyon, editi poi in Europa dalla Z Records ad un anno di distanza. Perduti per strada Kal Swan e Jackie Ramos dopo la chiusura dell’esperienza Bad Moon Rising, Doug si rivolse al bravissimo Keith St.John (era nei Medicine Wheel di Mark Ferrari nel loro ultimo album) per le parti vocali mentre  Alex Makarovich  (ex Steelheart) andò ad occupare il posto di batterista (al basso rimase, dunque, Ian Mayo, che si separava infine dal suo fratello siamese Jackie Ramos, col quale aveva fatto coppia ritmica in ben tre bands: Hericane Alice, Bangalore Choir e Bad Moon Rising). Probabilmente Kal Swan doveva essere comproprietario del vecchio moniker, non si spiega altrimenti la decisione di Doug di sceglierne uno nuovo, i Bad Moon Rising avevano un seguito notevole e dall’uscita di ‘Opium for the masses’ erano passati appena quattro anni. Sia come sia, Doug si presentò con una band nuova di nome e (parzialmente) di fatto, ma la musica era (fortunatamente) sempre la stessa dei Bad Moon Rising: per essere più precisi, dei primi due album dei BMR, la ferocia del pur eccellente ‘Opium for the masses’ veniva messa da parte, si tornava in gran parte alle tematiche hard rock yankee molto Whitesnake - oriented di ‘Bad Moon Rising’ e ‘Blood’, ma con qualche distinguo. La voce di Keith St.John, strepitosamente simile a quella del mai abbastanza compianto Ray Gillen (con una discreta preferenza per sfumature più planteggianti), ed una certa essenzialità hard blues nel chitarrismo di Doug portavano la band in più di una circostanza in territori molto vicini a quelli battuti dai primi Badlands, mentre su ‘Pleasure to burn’ l’identità con i BMR – in particolare, con quelli del primo disco omonimo – diventava quasi completa, anche per la scelta di Keith St.John di esprimersi qui su toni spiccatamente alla Coverdale. La mancanza di un produttore titolare non penalizzava più di tanto la musica della band (ma gli arrangiamenti sono più snelli), in compenso Doug si assicurò per il mixaggio prima Noel Golden (che aveva prodotto ‘Opium...’) e poi addirittura Jeff Glixmann (e il suono di un album si fa per il cinquanta per cento al momento di mixare).

Burning rain’, dunque, appariva subito una sorta di prolungamento naturale del discorso interrotto anni prima da ‘Opium...’, sparando con “Smooth locomotion”, “Superstar train” e “Jungle queen” tre belle bordate in puro stile BMR corretto al blues. “Making my heart beat” è una notevole power ballad decisamente “Is this love” inspired, mentre la convulsa “Fool no more” porta con decisione nelle badlands di Jake E. Lee e Ray Gillen. “Cherry groove” trasla la “Custard pie” dei Led Zeppelin su un telaio cromato e metallico: siamo praticamente al plagio, dato che la canzone viene riletta quasi nota per nota, ma l’operazione di trapianto – pur con tutte le riserve del caso – convince lo stesso (e permette a Doug di non pagare i diritti d’autore a Jimmy Page...). Ancora Badlands a più non posso su “Can’t cure the fire”, poi “Can’t turn your back on love” concede una pausa con una ballad sempre su base Whitesnake (con un certo smalto alla Jeff Paris nel refrain, magari) ma in un clima più AOR, giocato sulle acustiche ed un fondo di tastiere. “Heaven’s garden” e “Tokio rising” fanno il paio: di nuovo i Badlands sugli scudi, la prima adagiata su un bel riff funk con un refrain martellante e suadente allo stesso tempo mentre la seconda, pur impostata sullo stesso registro, risulta più metallica e scanzonata. Chiude “Seasons of autumn”, una cavalcata su un riff turbinoso dove si intrecciano Led Zeppelin, House of Lords e (tanto per cambiare) Badlands.

Pleasure to burn’, come detto, correggeva leggermente il tiro, le sfumature bluesy si facevano più evanescenti, il metal americano la faceva da padrone, in particolare su “Fireball” e sulla serrata “Metal superman”, colorandosi di tonalità più spiccatamente californiane con “Love emotion”(dal coro molto sleaze), “Shot down” (esercitazione di netta marca Whitesnake / Blue Murder) e “Devil Money”. “Stone cold n’ crazy” rinnova la connection con i Badlands, quelli più ispidi e convulsi, mentre “Gotta get it on” è un superbo hard rock bluesato che fa il paio con “Sex Machine”, sinuosa e graffiante. “Judgement Day” è epica e drammatica alla maniera degli House Of Lords, mentre le ballad sono “Cherie don’t break my heart”, ennesima (piacevole) variazione sul chiodo fisso di Doug (non fatemi scrivere per l’ennesima volta quel titolo...), e “Faithfully yours”, dalle cadenze più bonjoviane.

Due magnifici dischi, quindi. Album compatti, agili e massicci insieme, senza fronzoli, fatti di chitarre bollenti ed una voce maschia: non il massimo dell’originalità, d’accordo, ma il feeling, a volte, fa premio su tutto il resto, ed i Burning Rain avevano il feeling giusto per interpretare questo genere di materiale ai più alti livelli. E, insomma, se David Coverdale ha infine chiamato Doug negli Whitesnake, un motivo, e buono anche, ci doveva pure essere...

 

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TIM KARR

 

 

  • RUBBIN' ME THE RIGHT WAY (1989)

Etichetta:EMI Reperibilità:scarsa

 

Tim Karr è un altro di quelli finiti, a torto o a ragione, nel mucchio. Uno dei tanti che nei Big 80s ebbero la loro brava occasione dalla major di turno (nel suo caso, la EMI), vendettero poco o niente e sparirono dalla circolazione. Per lui, il periodo di eclisse si concluse nel 1998, quando tornò a farsi sentire con l’album ‘Everybody bleeds’ (in compagnia dell’ex Love/Hate Jon E. Love) e più recentemente con i Trigger Daddy, assieme a Gilby Clarke.

Rubbin’ me the right way’ era il classico album di hard rock melodico fine anni 80: ben confezionato (tra i musicisti che si alternano fra una canzone e l’altra troviamo Brad Cole, Tim Pierce, Jeff Paris e Tracii Guns), ben prodotto (da Rick Neigher), con un songwriting efficace ma poco personale. In quest’ultimo comparto, anzi, Tim non faceva proprio nulla per distinguersi, tutt’altro: potendo contare su una voce abbastanza simile a quella di Jon Bon Jovi, dirigeva senza pudore la propria musica in direzione ‘New Jersey’, collaborando in un’occasione anche con Greg Fulkerson, membro di un altro ensamble spudoratamente Bob Jovi oriented, i Blue Tears: il frutto di questa cooperazione, ”Innocent kiss”, verrà inciso anche dalla band di Fulkerson. Anche ad un’altra canzone di questo disco, “Tonite you’re mine”, toccò l’onore di venire coverizzata, dai Contraband, un supergruppo (vedeva nei propri ranghi Bobby Blotzer, Michael Shenker, Tracii Guns, Share Pedersen e Richard Black) che prometteva scintille ma si rivelò poca cosa.

L’album si apre con l’hard yankee senza fronzoli “I’m not falling in love”, replicato da “Sad face” e “Long way home” in un clima più root. “Desirée” è più melodica e bonjoviana, segnata da un bell’assolo di armonica di Little John Cristley, mentre la title track ha un impianto bluesy di grandissima classe. “She’s not shy” cavalca una bella melodia maschia e anthemica, al crocevia tra il Bon Jovy sound era ‘Slippery...’ e l’hard melodico di matrice californiana, ricetta riproposta su “All nite long” nel contesto di una graziosa ballad elettrica. “Tonight you’re mine” e “Innocent kiss” sono le tracks più sfacciatamente Bon Jovy oriented del disco, ma riescono ad evitare qualsiasi citazione di maniera, addirittura “Innocent kiss” potrebbe passare ad un ascolto distratto come un outtake di ‘New Jersey’... “Time enough for love” rende ancora omaggio a Jon ed alla sua band, ma solo nel refrain incastonato in un intrigante contesto bluesy con begli spunti soul nei cori.

La sensazione, è che Tim Karr avesse tutte le capacità di muoversi in direzioni meno scontate di quelle scelte per assemblare le canzoni di ‘Rubbin’ me the right way’, che resta comunque una buona collection non strettamente riservata ai fan dei Bon Jovi, ormai da molti anni orfani del loro suono prediletto e costretti a rivolgersi ad altri per ascoltare qualcosa che replichi almeno dignitosamente quanto veniva fuori da ‘Slippery when wet’ e ‘New Jersey’. Tim Karr avrebbe potuto fare di più e di meglio, forse, ma ‘Rubbin’...’ risulta comunque un disco ben più che dignitoso, prodotto e suonato con competenza e professionalità: non la fine del mondo, ma sicuramente da recuperare.

 

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AUTOGRAPH

 

 

  • LOUD AND CLEAR (1987)

Etichetta:RCA/BMG

Ristampa:Rock Candy

Reperibilità:in commercio

 

Nel nostro genere le date fondamentali, quelle da tenere sempre a mente per inquadrare la proposta di una band, sono: il 1981, l’anno della pubblicazione di ‘Escape’ dei Journey, quando l’AOR acquistò una forma definita ed un carattere preciso; l’altra è il 1987, quando Whitesnake, Bon Jovy e Def Leppard sbaragliarono la concorrenza nelle classifiche americane.

Tra il 1981 e il 1986, c’era da parte di molti gruppi la volontà ed il coraggio di esplorare universi sonori personali pur all’interno dei confini del genere. Ma quando le tre bands prima citate cominciarono a vendere dischi a camionate, parve molto più semplice e sicuro allinearsi ad un sound ben conosciuto dal grande pubblico e premiato da vendite stratosferiche. Per una band non si pose più tanto il problema di come distinguersi dal mucchio, ma piuttosto di impostare la propria offerta lungo gli stilemi codificati dagli act di recente successo. Le majors si affidavano più volentieri a gruppi capaci di imitare (bene o male) le bands che facevano furore, finendo magari per ghettizzare quelle che volevano portare avanti un proprio discorso personale: meglio uno pseudo Bon Jovi o pseudo Def Leppard che una band originale, insomma. Non che gruppi capaci di esprimersi autonomamente siano mancati dal 1987 in poi, tutt’altro, ma questi sono passati per la gran parte quasi inosservati, travolti dall’alluvione di cloni che ‘1987’, ‘Slippery when wet’ e ‘Hysteria’ scatenarono. Anche bands di successo e lunga militanza finirono travolte da questa corsa al “suono di moda”, come i Survivor ed i Loverboy. E, naturalmente, gli Autograph. La loro è una storia emblematica, perché nonostante la progressiva maturazione, la popolarità di questa band andò sempre più giù. Nel booklet di questa eccellente ristampa del loro terzo disco viene raccontata con dovizia di particolari dal solito Paul Suter, ed è veramente triste scoprire come una grandissima band possa venire falciata da un intrecciarsi perverso di cattive strategie manageriali e di promozione, venendo lasciata praticamente a se stessa da un management fiacco ed una label miope. Se l’esordio ‘Sign in please’ vendette 700.000 copie in USA nel 1984, il successore ‘That’s the stuff’ riuscì a raggiungere solo le 300.000 nel 1985, mentre il presente ‘Loud and clear’ ne mise assieme “appena” 200.000 nel 1987… e parliamo del miglior album inciso da Plunkett e soci. La band rimase attiva ancora per qualche tempo, lavorando a dei demo che non si trasformarono mai in un disco (ma queste canzoni sono state comunque pubblicate nelle raccolte postume ‘Missing pieces’), e gli Autograph sparirono fino al 2003, quando il solo Plunkett (l’unico rimasto attivamente nel music business, dato che si occupa di songwriting e produzione, ha scritto canzoni anche per il cinema e la TV, mentre Steve Lynch fa il dimostratore per una ditta di amplificatori per chitarra e l’insegnante, Keni Richards - dopo essere passato nei Dirty White Boy – fu costretto a smettere con la batteria per un problema alla schiena, Randy Rand pure appese il basso al chiodo e oggi disegna oggetti di pelle per la Harley Davidson; Steve Isham andò a suonare le tastiere nella band di Vince Neil, poi di lui ho perduto le tracce) resuscitò il moniker per l’album ‘Buzz’.

Loud and clear’ è, ripeto, il disco migliore di questa band che ha avuto un ruolo fondamentale nella definizione di quel suono contemporaneamente rock e melodico nato sulle coste della California: un lavoro di assoluta eccellenza che meritava riscontri molto superiori a quelli ottenuti. La title track apre l’album con un intro possente che si scioglie su un riff molto AC/DC che gratta sul pulsare delle tastiere sfociando in uno di quei refrain divenuti un vero trade mark della band, melodico e anthemico, colorato e diretto, in equilibrio miracoloso sulla pulizia del coro a più voci ed i versi modulati dalla voce ruvida e potente di Steve Plunkett. “Dance all night” è un altro hard melodico da spiaggia, molto diretto, ben calibrato tra chitarra, tastiere e impasti vocali (ma forse un arrangiamento un pelo più movimentato non sarebbe stato fuori luogo). “She never looked that good for me” ha un refrain deliziosamente pop, mentre “Bad boy” è tosta, sfacciata e intensa: non dico una delle cose più belle del disco perché il disco è eccezionale nella sua globalità, ma di certo una delle mie tracks predilette e mi ha stupito non poco leggere nel booklet del CD la nota di Steve Plunkett che, commentando una per una le canzoni, mette proprio “Bad boy” in ombra definendola non proprio una delle perle dell’album... “Every time I dream” è una power ballad in cui il clima drammatico è sapientemente bilanciato dal ritornello morbido e romantico. Gli AC/DC occhieggiano su “She’s a tease” o meglio, vi fa capolino la versione melodica del loro sound che siamo abituati ad associare a bands come Kix e Dirty Looks, solo che qui c’è un quintale di classe in più. Un bellissimo gioco di tastiere riverberanti segna “Just got back from heaven”, un brano d’atmosfera e nello stesso tempo molto heavy spezzato dal solito refrain poppeggiante. Se “Down ‘n dirty” è l’ennesimo super anthem (stavolta con qualche sfumatura glam), “More than a million times” si rivela un’altra finissima stesura, un melange assolutamente perfetto di melodia ed energia, mentre “When the sun goes down” chiude il sipario innestando un coro semplice ed efficace su un telaio pesante e bluesy.

Assieme ai Black’N’Blue, gli Autograph sono stati  - a mio modestissimo e sempre opinabile parere - la più strepitosa band dell’hard melodico californiano, quel genere in equilibrio tra pop, rock e metal che pochi, pochissimi hanno saputo maneggiare con l’ abilità e l’eleganza di questo gruppo che scelse il proprio monicker per assonanza con la “Photograph” dei Def Leppard, una vera e propria dichiarazione d’amore per un modo di fare musica che la band ha praticato ai massimi livelli concepibili.