AORARCHIVIA

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TALL STORIES

 

 

  • TALL STORIES (1991)

Etichetta:Epic Reperibilità:scarsa

 

Molti conoscono il nome di questa band solo per un motivo: il suo cantante, Steve Augeri, è diventato il successore di Steve Perry nei Journey. Ma questa è veramente l’ultima ragione per ricordarsi dei Tall Stories.

Molto si è parlato della mancanza - reale o presunta - di “originalità” fra le band di hard rock in generale e quelle di AOR in particolare. Non si può negare che una parte consistente degli act del nostro genere preferisca la facile via del ricalco di stilemi inventati da altri: quanti pseudo-Bon Jovy, pseudo-Def Leppard e pseudo-Journey esistono nell’universo del melodic rock? Naturalmente, non c’è nulla di male a far girare la propria musica sempre attorno a quei soliti tre accordi, l’innovazione fine a se stessa lasciamola all’avanguardia, all’art rock, a quelli che fanno dischi per un pubblico di sussiegosi intellettuali che s’attizzano per qualunque cosa porti il modaiolo prefisso “post” (a voler essere acidi, potremmo riformulare l’ultimo periodo in questo modo: ai furbi che fanno dischi per i fessi. Un nome? Uno solo? Detto a voce neanche tanto bassa? Brian Eno! Un altro nome? John Zorn!!). Il rock gira attorno ad altre cose: l’energia, il feeling, la capacità interpretativa. Ma non si può neppure liquidare il discorso “originalità” con un lapidario: non ne abbiamo bisogno. Si può - si deve - cercare di fare qualcosa di diverso, qualcosa che stacchi in qualche modo quanto proposto da quello che altri hanno già fatto, ma che nello stesso tempo sia perfettamente riconoscibile ed identificabile all’interno del nostro genere. Basta poco, in fondo. E quel poco lo fecero i Tall Stories, che pubblicarono uno dei più bei dischi nella storia del rock melodico senza fare ricorso ad un uso massiccio di carta carbone, curando da soli il proprio giardino anziché trapiantarci germogli rubacchiati a destra e a manca. Non che in ‘Tall stories’ mancassero riferimenti a quanto altri avevano già suonato, ma era palese che la band non forzava la mano in questa direzione e preferiva cercare da sola piuttosto che farsi guidare da numi tutelari più o meno illustri.

Nati nel 1987 a New York, arrivarono al disco solo nel 1991, dopo il consueto periodo di assestamento che vide transitare nei ranghi della band anche Anthony Esposito (poi nei Lynch Mob) e Michael Cartellone (Damn Yankees). Accanto a Steve Augeri c’erano Jack Morer (chitarra), Kevin Totoian (basso) e Tom DeFaria (batteria). Salvo Morer, tutti gli altri membri della band avevano trascorsi professionali abbastanza intensi: Steve Augeri aveva fatto una quantità di colonne sonore per cinema e TV ed era stato corista per il Michael Shenker Group, DeFaria aveva suonato con Etta James, Blood Sweat & Tears ed i Company of Wolves (band di cui parleremo presto), mentre Totoian aveva collaborato con Edgar Winter e Joe Cocker. Messi sotto contratto dal management dei Foreigner, ottennero finalmente un deal con la Epic e entrarono in studio con Frank Filipetti (ovviamente, potremmo dire, dato che Filipetti era all’epoca il produttore dei Foreigner).

Wild on the run” è l’atto di apertura di un disco in cui nulla è banale o scontato, una track fascinosa dominata da quelle grandi estensioni melodiche che caratterizzavano i dischi di Diving For Pearls e Giant tese su un riff contemporaneamente duro e sinuoso. “Chain of love” ha un coro che rimanda pur senza alcuna citazione ai più classici Journey su un riff di funky tecnologico in un’atmosfera degna dei Beggars & Thieves. “Crawling back” ha un’intro acustica, echi zeppeliniani, un refrain splendidamente intenso, Steve Augeri planteggia sfacciatamente (e con che classe!): tutto molto Diving For Pearls, ma in un clima decisamente più fisico. “Sisters of mercy” va ancora più oltre, con un riff pulsante, un coro con vaghe tinte rhythm’n’blues: come degli U2 hard rock? Il soul, il miglior AOR canadese, i Giant si fondono in “Stay with me”, segnata in maniera addirittura geniale da un riff  che entra solo a metà canzone e va poi a chiudere le danze, mentre “She waits” ha qualche sfumatura prog come i Journey prima maniera. Scatenatissima è “World inside you”, con elementi funky e rhythm’n’blues trascritti in un cromato telaio hard rock un po’ alla Dan Reed Network. “Restless ones” è una ballad elettroacustica che mi fa pensare a dei Riverdogs in versione AOR, “Never enough” ha un tempo quasi boogie e ombre Foreigner e Survivor. “Close your eyes” è pura materia Zeppeliniana innestata su una partitura AOR, quasi come i Bonham ma senza la carica drammatica e solenne della band del figlio di Bonzo: divina.

Critiche ottime ed un tour nei club come supporter per i Mr.Big non bastarono a spingere il disco nelle classifiche in un momento storico infelice e la band si dissolse nel disinteresse generale, con Augeri che prima si unì ai Tyketto per ‘Shine’, poi appese il microfono al chiodo perché cantare pop o alternative non gli interessava, e quando Neal Shon lo chiamò al telefono per chiedergli di diventare il nuovo cantante dei Journey, lui naturalmente pensò che fosse tutto uno scherzo...

 

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WARRANT

 

 

  • CHERRY PIE (1990)

Etichetta:Columbia/CBS Reperibilità:in commercio

 

Nello special di MTV “Heavy: the Story of Metal”, trasmesso di recente, c’era anche Jani Lane: imbolsito, occhialuto, con qualche chilo di grasso in più e di capelli in meno (non che gli altri protagonisti dei Big 80s se la passino meglio di Jani: Ronnie James Dio sembrava una mummia imbalsamata e imbellettata; Toni Iommi s’è fatto stirare le rughe al punto che la sua pelle sembra stia per rompersi tanto è tesa, pare carta di riso spianata col ferro a vapore; Sebastian Bach è ingrassato e appesantito, e della sua bellezza angelica non è rimasto che un pallido ricordo; Kevin DuBrow ha fatto un trapianto di capelli o ha comprato una parrucca; Vince Neil ha messo su una pappagorgia degna di Aldo Fabrizzi... Nikki Six e Tommy Lee, però, sono sempre in gran forma, come pure Frankie Banali e Stephen Percy; Dee Snider è invecchiato bene, aveva un’aria talmente cazzuta, mentre Brett Michaels pareva la controfigura di Johnny Depp versione capitan Sparrow... ma quello meglio conservato era il più anziano di tutti, Geezer Butler: praticamente identico a vent’anni fa, e sì che dovrebbe essere sotto i sessanta... Fa i bagni nella formalina o cosa?). I perfidi responsabili del programma (su cui ci sarebbe molto da discutere, per l’immagine ambigua data del nostro genere ed aver permesso ad un illustre idiota come Ian Christe di dichiarare che l’ hair metal – quanto odio quest’etichetta, è talmente insultante... – si basava tutto sui videoclip, gli effetti speciali ai concerti e l’avvenenza dei bassisti...) hanno concentrato il suo intervento sulla canzone che dà il titolo a quest’album, e lui, con un’aria mesta e stanca, ha raccontato che quelli della CBS gli dissero che al disco mancava un bel singolo e allora lui scrisse “Cherry Pie”, e da quel momento lui è stato perseguitato da questa canzone, lui era diventato “Cherry Pie”, dovunque andasse, qualunque cosa facesse era sempre “Cherry Pie”, non s’era mai pentito tanto di aver fatto qualcosa come scrivere “Cherry Pie”... Ora, a parte il fatto per nulla trascurabile che, in realtà, “Cherry Pie” l’hanno scritta i Def Leppard, dato che il refrain della song è palesemente un riarrangiamento di quello della “Pour some sugar on me” della band di Sheffield, mi pare curioso che un musicista si lamenti del successo di un pezzo diventato così popolare ed amato. Forse c’entra il fatto che i Warrant tentarono già con il successivo album ‘Dog eat dog’ di togliersi di dosso l’etichetta di party band e reinventarsi nel nuovo clima musicale creato dal grunge.

Dei gran figli di buona donna, i Warrant... Ultimi arrivati fra i party animals, si conquistarono immediatamente un seguito invidiabile andando a rimpiazzare i Poison nel cuore dei più sfrenati seguaci del metal festaiolo. La band di Brett Michaels cercava senza convinzione di rifarsi il trucco con ‘Flesh & blood’ e i Warrant arrivarono a cacciarli a ginocchiate nella schiena dagli stereo che rimbombavano a tutto volume il sabato sera, complice anche il supporto forsennato della propria casa discografica che non mancò di attirargli le solite accuse di raccomandazioni e bustarelle a MTV. Certo è che i Warrant non nascono da un giorno all’altro, anzi, la loro storia è lunga e intricata: comincia nel 1984, la band viene fondata dal vocalist Adam  Shore, che poi andrà via per mettere assieme col drummer Max Asher (anche lui nella line up originale) gli Hot Wheelz. Ancora prima dell’ingresso di Jani Lane, i Warrant si erano comunque fatti conoscere in California aprendo (fra gli altri) per Ted Nugent, Odin, Hurricane, Stryper e Black’n’Blue. Joey Allen entra nella band solo nel 1987, in coincidenza con la registrazione di un demo finanziato dalla Paisley Park, la compagnia di Prince (cosa avesse però in mente il genietto del funky per i Warrant non si sa). Ma il movimento attorno alla band sta crescendo, pare che debbano firmare per la A&M ma è la Columbia a vincere l’asta e Jani, per festeggiare il contratto major, va a comprarsi una Corvette e la sfascia contro un muro nel più classico stile del rock Hollywoodiano.

Dirty rotten filthy stinking rich’ si rivela però un esordio frettoloso anche se ben accettato dal pubblico (numero 10 nella classifica di Billboard, grazie anche a tour con Poison, Kingdome Come, Queensryche e Cinderella), ma la bomba esplode con ‘Cherry pie’, e per un paio d’anni i Warrant sono sul trono più alto del metal melodico americano assieme a Firehouse, Steelheart e compagnia, prima che il grunge arrivi a spazzare via tutto ciò che è fun dalla vita dei ragazzi yankees. In Europa, i Warrant rimangono invece un articolo d’importazione, poco amato e meno ancora compreso, come già era accaduto ai Poison, anche se pure loro, proprio come i Poison, con questo secondo album tentano di mettere assieme qualcosa che li allontani dagli stereotipi cavalcati in precedenza. E ci riescono molto meglio dei loro (presunti) maestri, dimostrando una maturità nel songwriting francamente inaspettata, anche se larga parte del merito per la riuscita di ‘Cherry Pie’ spetta a quel mago della produzione che risponde al nome di Beau Hill, il quale confeziona assieme alla band degli arrangiamenti perfettamente bilanciati tra il vigore anthemico a cui i Warrant non vogliono (ancora) rinunciare e soluzioni di una raffinatezza incantevole, e tutto con una concisione che già all’epoca era insolita, le canzoni durano spesso meno dei canonici tre minuti e fluiscono l’una nell’altra praticamente senza pause.

Della title track abbiamo già detto, ma bisogna comunque rimarcarne il grande ritmo, quel refrain che si stampa nel cranio già al primo ascolto: è un piccolo capolavoro che troverà molti estimatori anche fra i musicisti, dato che è stata ricalcata con esiti più o meno felici da parecchie altre band (tanto per fare un nome, Paul Sabu con la sua "Kiss my boomerang"). Dimenticavo: l’assolo di chitarra è di CC De Ville, ma è veramente facile dimenticarlo... “Uncle Tom’s cabin” doveva essere la title track, in principio: intro acustico, echi root, qualcosa in bilico tra i Motley Crue e Bon Jovy; mentre la band guarda al passato con convinzione interpretando la “Train, train” dei Blackfoot, proponendone una versione molto fedele al suo spirito Southern, con tanto di Hammond e armonica. Ma anche “Love in stereo” ha qualche flavour root alla maniera dei Great White periodo ‘Twice shy’ in un contesto metallizzato e con un coro molto glam (o molto Poison, come volete...), valorizzato da un arrangiamento esemplare in cui spicca il piano boogie. Se “You’re the only hell your mama ever raised” è tutto quello che i Poison non sapevano o volevano più fare, “Sure feels good to me” varia l’approccio, un fast festaiolo (sorry per lo squallido gioco di parole) che ricorda a tratti i Kingdome Come di ‘In Your face’, e non è un caso, dato che co-autori del pezzo assieme a Jani Lane sono Danny Stag e Johnny B. Frank, ossia la chitarra solista ed il bassista della band di Lenny Wolf. Su “Bed of roses” spuntano anche i Journey, ibridati con le solite suggestioni glam, mentre “Mr. Rainmaker” è un bel rock metallizzato. Le power ballad sono “I saw red”, con vaghe eco di Great White e Cheap Trick, e “Blind fate”, più lineare ma forse anche più ispirata. Il top, per me, resta “Song and dance man”, che mi ricorda gli Hurricane nei loro momenti più d’atmosfera e qualcosa dei Cult di ‘Sonic Temple’ o ‘Ceremony’, il refrain maschio e sfacciatamente ispirato a quello della “Wanted man” dei Ratt (ma Jani, nel coro, sembra quasi David Coverdale!) si incunea esplodendo nel clima malioso e suadente della song senza intaccarlo: superba. Chiude l’album la boutadeOde to Tipper Gore”, un collage dei “fucking”, “shit”, “ass”, “blowjob” lanciati da Jani durante i concerti e dedicato alla moglie di Al Gore, fondatrice del PMRC, l’organizzazione moralista che appiccicava sulle copertine gli adesivi che dovevano mettere in guardia i genitori informandoli del fatto che i loro bimbi buoni & belli compravano dischi pieni di parolacce e si rivelò invece, come testimoniato da Nikki Sixx in uno degli interventi nel programma televisivo di cui sopra, un formidabile veicolo pubblicitario, così che diventò una sorta di punto d’onore poter fregiare le proprie cover di quel bollino rettangolare bianco e nero, perché se il PMRC non ti aveva messo all’indice, allora che cavolo di band oltraggiosa eri?

Cherry Pie’ vendette tre milioni di copie arrivando al numero 7 della classifica di Billboard, ma ‘Dog eat dog’, suo feroce e metallico successore, riuscì a stento a raggiungere due anni dopo il numero 25. Licenziati dalla Columbia, i Warrant non seppero fare di meglio che strizzare l’occhio al grunge con ‘Ultraphobic’ e poi con ‘Belly to belly’, usciti nel 1995 e ’96 rispettivamente per la MFN e la CMC International. Bisogna aspettare il 2006 per vedere nuovo materiale di studio (‘Under the influence’, uscito nel 2001, era un cover album), con il buon ‘Born again’, che vede il redivivo Jamie St. James prendere il posto di Jani Lane (a cui gli ex compagni proibiranno di esibirsi con la propria band sbandierando il logo Warrant) ed un ritorno al melodic rock, con ovvie e nient’affatto sgradevoli  nuances Black’n’Blue. Che la band sia tutt’altro che dimenticata in patria è dimostrato dalla ristampa che l’ingrata Columbia ha riproposto nel 2004 di ‘Cherry Pie’ e ‘Dirty...’ con la solita aggiunta di bonus tracks, e comunque i Warrant non hanno praticamente mai smesso di andare in tour (la CMC, nel 1997, gli pubblicò anche un live), in questo momento dovrebbero essere in giro con gli L.A. Guns ed i Firehouse negli States per una serie di show battezzata “80s Invasion”. La vecchia guardia muore, ma non si arrende, per citare il generale Cambronne, eroe delle guerre napoleoniche. La tradizione, però, vuole che il generale abbia risposto alla richiesta di resa delle truppe inglesi usando una certa parola, una di quelle che Jamie pronuncia (nella propria lingua, of course)  nella sua ode alla moglie di Al Gore. E allora, parafrasando, alle ripetute richieste dei punkalternativi di rassegnarci alla sconfitta, di tirarci indietro e lasciargli il campo, rispondiamo anche noi una sola parola: merde!

 

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MITCH MALLOY

 

 

  • MITCH MALLOY (1992)

Etichetta:BMG Reperibilità:scarsa

 

La storia del rock non è particolarmente ricca di quelli che, citando il sommo Dante, si possono definire “gran rifiuti”, ovvero: una band importante si ritrova con un vuoto nel proprio organico, e offre il posto vacante a qualcuno che però risponde: no, grazie. Se il posto è poi quello di cantante - che in genere rappresenta il front man del gruppo, l’uomo immagine - i rifiuti divengono ancora più scarsi ed improbabili. Se poteva esserci una logica nella rinunzia di Jimmy Barnes a diventare il cantante dei Deep Purple (la carriera internazionale di Jimmy, all’epoca, pareva in piena ascesa, mentre quella dei Purple era già cristallizzata), clamoroso fu il “no” che John Bush rispose ai Metallica, quando, all’epoca di ‘Kill them all’, James Hatfield accarezzò l'idea di dedicarsi esclusivamente alla chitarra ritmica: il fatto che questo rifiuto fosse motivato solo dalla volontà del cantante di non lasciare gli Armored Saint aggiunge un’incalcolabile dose di humour ad una vicenda che immagino sia il tema principale degli incubi di John (il quale, fattosi finalmente furbo, si unirà poi – ma troppo tardi per goderne i frutti dal punto di vista economico – agli Anthrax).

Anche Mitch Malloy entra nella (poco) ambita lista di coloro che dissero di no ad una band famosa. Era stato prescelto da Eddie in persona come nuovo singer dei Van Halen al posto di Sammy Hagar, aveva anche cominciato a lavorare con la band, quando la temporanea reunion con David Lee Roth lo indusse a fare marcia indietro. Ebbe paura del confronto con il grande istrione in persona e Eddie, alla fine, assunse Gary Cherone ed a Mitch non rimase che mangiarsi le mani. Gli sarebbe bastata una settimana come loro membro effettivo per vivere tutta la vita di rendita, e invece...

Il suo primo album, Mitch Malloy lo incise nel 1992, un fulmine a ciel sereno nel firmamento già pieno di nuvole dell’AOR americano. Anche se aveva suonato (la chitarra) e cantato (con una voce maschia e potente, come versione una più rude del miglior Paul Rodgers) fin da ragazzino, solo alla non verdissima età (almeno per il rock) di ventotto anni riuscì ad assicurarsi un contratto e ad esordire come solista. La BMG doveva avere molta fiducia in lui, dato che per registrare questo disco non badò a spese, pagando a  Mitch uno stuolo di session men prestigiosi: Mickey Curry e Hugh Mc Donald (la sezione ritmica di Bryan Adams, insomma) per batteria e basso, Michael Thompson e Kevin Dukes alle chitarre, C.J. Vanston alle keys. Per la produzione venne chiamato Arthur Payson, e colgo quest’occasione per precisare che non è affatto vera la voce che vuole questo nome sia semplicemente uno pseudonimo che Desmond Child usa per firmare i suoi lavori di produttore. Payson (che ci tiene sempre a firmarsi “sir”...) è stato per anni il suo ingegnere del suono, prima di mettersi in proprio. Non so immaginare da cosa sia nata questa storiella, forse la presenza contemporanea dei due (uno come songwriter, l’altro come ingegnere e produttore) su un gran numero di dischi ha acceso la fantasia (malata) di qualcuno e la chiacchiera è diventata mito... Anche su quest’album c’è la firma di Child, ma solo come co-autore di un brevissimo stacchetto, una ventina di secondi di carillon che non a caso si intitola “Music box”, e della splendida “Cowboy and the ballerina”. Mitch, in un' intervista di qualche anno fa, dichiarò che il buon Desmond, all’epoca, aveva un modo di fare talmente odioso e arrogante che quei due pezzi furono tutto quanto lui riuscì a trarre da una collaborazione troncata sul nascere, così che il songwriting del disco lo condivise con Marck Ribler e Tim Wheeler.

Apre “Anything at all”, un bel rock metallizzato alla Bryan Adams, si prosegue con il solido AOR sfumato di rhythm and blues (un po’ alla Hurricane?) Mission of love”. Nobody wins in this war” è la prima, autorevole power ballad, mentre “Over the water” è un blues cadenzato, contemporaneamente levigato e piccante. “Problem child” è una rude scheggia acustica, “Stranded in the middle of nowhere” un esercizio di AOR in stile Foreigner, poi – dopo la facezia “Music box” – arriva “Cowboy and the ballerina”, squillante hard blues Aerosmithiano con tanto di fiati (veri) e piano boogie, dove Mitch intona il refrain in coro con Bekka Bramlett. “Our love will neve die” è una power ballad vagamente Bonjoviana, la dinamica “Forever” fonde Giant, Bon Jovi e Bryan Adams e la conclusione è affidata alla stratosferica “Mirror, mirror”, ballad tutta chitarra acustica e tastiere.

Mitch Malloy’ fu un buon successo di vendite e critica, al punto che Mitch si montò la testa: ritenendosi già maturo per abbordare il pubblico di Michael Bolton, fece del suo secondo album ‘Ceilings & the walls’ nient’altro che una raccolta di ballatone strappalacrime che gli fecero perdere in un soffio i favori del suo pubblico ed il contratto major. Nel 1995 addirittura Mitch pubblicò un disco country, anche se in edizione limitata, ma dopo la delusione Vanhaleniana, ci fu il ritorno al rock nel 2001 con ‘Shine’,  e più di recente l’album dei Fluid Sol, di cui è anche produttore, tutti lavori improntati a sonorità abbastanza moderne che ci inducono a credere ‘Mitch Malloy’ sia destinato a restare una stella solitaria, un momento irripetibile e definitivamente archiviato dal suo autore.