AORARCHIVIA

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FIREHOUSE

 

  • FIREHOUSE (1991)

Etichetta:Epic/Sony Reperibilità:in commercio

 

 

Chissà che i Firehouse non debbano passare alla storia del rock solo per il “fattaccio” del ’92, quando soffiarono ai Nirvana il premio nella categoria “band emergente” agli importantissimi American Music Awards. Forse è da questo episodio che comincia la leggenda secondo cui i Firehouse sarebbero stati un gruppo “raccomandato”, amorosamente assistito dalla propria casa discografica durante la scalata alle top ten (la posizione più alta raggiunta da quest’album su Billboard fu il numero 21, ma arrivò comunque a sfiorare il platino). In realtà, la promozione per ‘Firehouse’ rientrò nei limiti della più assoluta normalità, addirittura la band non fece neppure un tour da headliner (girarono gli USA, fra gli altri, con i Tesla), e quel marchio d’infamia non trovava giustificazione salvo nella necessità da parte della stampa di spiegare i motivi per cui una band esordiente e praticamente priva di pedigree che proponeva del classicissimo hard rock di puro stampo ottantiano vendesse dischi a palate nel bel mezzo della rivoluzione grunge. A corroborare le malignità dei vari gazzettieri arrivarono anche le dichiarazioni più o meno deliranti di qualche collega, tra cui addirittura Nikki Sixx, ovvero l’ultima persona sulla faccia della terra che poteva permettersi di sputare su chi faceva del melodic metal festaiolo la propria bandiera...

Che gli ex White Heat (dovettero cambiare nome in Firehouse un pelo prima dell’uscita del disco, per evitare rogne legali con l’omonima band canadese) fossero arrivati con sorprendente rapidità al contratto con la Epic è innegabile, ma la modesta opinione dello scrivente è che la velocità che la major mise nel chiudere il deal con la band fosse dovuta esclusivamente al desiderio di non farsi soffiare un ottimo affare dalla concorrenza. Chi credeva ancora nelle potenzialità commerciali dell'AOR non poteva non drizzare le orecchie di fronte ad una band che aveva la capacità di distillare nel proprio songwriting tutto il meglio degli stilemi del metal melodico che era andato per la maggiore nella decade precedente (‘Firehouse’ uscì nel 1990), confezionando con questo disco d’esordio un trattato di class metal tra i più riusciti di tutti i tempi.

Guidati con mano ferrea alla console del mixer da David Prater (la band si lamenterà più di una volta dei suoi metodi dittatoriali), i Firehouse sceglievano di esprimersi secondo un registro che era “facile” solo in apparenza. Mettere assieme i fatidici tre accordi ed appiccicarci la melodia giusta senza fare eco a questo o quello è un’impresa molto più ardua che avventurarsi nei labirinti contorti del prog metal (genere intelligente per antonomasia). E se si decide di rinunciare - come i Firehouse praticamente fecero - alle mille sfumature che al suono di una canzone possono aggiungere le tastiere affidandosi unicamente alle orchestrazioni dei cori, se si sceglie di ridurre al minimo le sovrincisioni di chitarre, le difficoltà crescono in maniera esponenziale e si finisce per camminare su un filo sottile, quello che spesso divide  un glorioso capolavoro da un’immonda schifezza. Ma C.J. Snare (voce), Bill Leverty (chitarre), Perry Richardson (basso) e Michael Foster (batteria) dimostrarono di saper dominare la difficilissima materia con un’autorità davvero invidiabile per degli esordienti ( per la verità, C.J. e Perry erano stati in precedenza membri dei Maxx Warrior, band di cui ammetto senza imbarazzo di non sapere assolutamente nulla), grazie anche al contributo fondamentale di David Prater, che seppe bilanciare con formidabile efficacia il suono tra potenza e melodia, e questo, ripeto, pur con un uso delle sovrincisioni molto parco, al punto che più d’una canzone viaggia su una sola traccia di chitarra che un mixaggio veramente esemplare proietta nello spazio sonoro fino a saturarlo di timbriche affilate, scintillanti e massicce assieme. C.J. Snare era il punto d’incontro ideale fra Stephen Percy e James Neal (il cantante dei Malice, band di cui è stato recentemente ristampato il masterpiece, ‘Licence to kill’: procuratevelo!): impostato su un registro acuto ma capace di una più che discreta estensione, espressivo, tagliente, sapientemente stridulo quando era il caso: un perfetto class screamer.

L’anthem ‘Rock on the radio’ apre l’album dopo un breve intro percussivo, e subito è chiaro che i ragazzi non sono qui per stupirci con effetti speciali né hanno la minima voglia di mettersi ad inventare qualcosa di nuovo. I riff sono i soliti, presi da quegli imprescindibili manuali che sono i dischi di AC/DC, Judas Priest eccetera eccetera, ma tirati a lucido e rivestiti di cromature scintillanti. E poi quel cantato, così irrispettosamente pop su “Shake & tumble”, “Oughta be a law” e “Don’t treat me bad”, le più debitrici a quel certo modo di fare metal commerciale inventato dai Ratt. Gli altri numi della metallurgia losangelena, i Dokken, fanno capolino tra le note di “All she wrote”, “Helpless” e nella scheggia più diretta “Overnight sensation”. “Lover’s lane” è veloce, sfacciata, con una gradevole ombra rock’n’rollistica quasi fifties ed un assolo spettacolare e trascinante, “Home is where the heart is” viaggia su una melodia suggestiva ed impetuosa (accenni bonjoviani?), “Don’t walk away” è un mid tempo bluesato sorretto da un riff saturo e metallico. L’unica ballad, “Love of a lifetime”, è anche il solo pezzo dove fanno capolino le keys (usate anche per confezionare un intro - brevissimo - a “Home is where the heart is”) ed è tutt’altro che power, navigando senza pudore in un mare di miele: c’è chi gradisce...

Purtroppo, i Firehouse non hanno mai dato una replica del livello di questo disco, e già con il secondo album ‘Hold your fire’ si consacravano alla causa zuccherosa della ballad - più o meno acustica – rimanendo fedeli a questo sound quasi fino ai nostri giorni.

 

 

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LEGS DIAMOND

 

 

  • DISCOGRAFIA

Etichetta:varie Reperibilità:in commercio

 

 

Nel 1979, Woody Allen realizzò uno dei suoi film migliori, l’unico che l’Academy si sia degnata di premiare con un Oscar, Io e Annie. Ad un certo punto della storia, il protagonista, newyorkese, va a Los Angeles per partecipare ad uno show televisivo (che sarà costretto a disertare per colpa di un attacco di panico...) e viene invitato ad una festa da un produttore musicale che aveva conosciuto in un locale dove Annie, la sua ragazza, si esibiva come cantante. Il produttore (che fra l’altro era interpretato da un Paul Simon in estemporanea veste di attore) li riceve in una megavilla hollywoodiana con annessa piscina olimpica e, mentre li conduce in casa, fa: — Sapete a chi è appartenuta questa villa? Ai Legs Diamond!

Ogni volta che rivedo il film e sento Paul Simon ripetere questa battuta mi scappa un sorriso. Un sorriso triste. Perché né in quel 1979, né prima di quella data e meno che mai dopo, i Legs Diamond avrebbero potuto permettersi anche soltanto di affittare per un giorno una reggia simile.

Scalognati. Iellati. Sfortunati. Sfigati. Ogni aggettivo che la mente umana applicata alla lingua italiana ha creato per descrivere la condizione di chi si trova sempre nella direzione opposta a quella in cui guarda la signora con gli occhi bendati si può applicare a questa band. Hanno pubblicato alcuni degli album più belli della storia dell’hard rock melodico e dell’AOR, eppure sono rimasti sempre dei perdenti, adorati solo dai critici e da quel pubblico texano che per qualche strana ed imperscrutabile ragione si innamorò della band fin dagli anni ’70, al punto che ogni data dei tour che i Legs Diamond fanno da quelle parti è sempre - ancora oggi! - sold out.

Escludendo la scalogna, si può sostenere che ci fosse qualcosa, in questa band, che non funzionava, che era destinata a tenerli sempre e comunque lontani dal giro che conta?  A parte la faccia non proprio bellissima del singer Rick Sanford, che negava ai Diamond la possibilità di cavalcare le fantasie erotiche delle ragazzine, si può discutere di certe strategie, di certe scelte sulla chiave in cui proporre la propria musica, ma non della qualità della proposta, che è stata sempre altissima.

La storia dei Legs Diamond è lunghina, ingarbugliata da cambi di formazione, scioglimenti e reunion a ripetizione, incessanti traslochi da una label all’altra, progetti paralleli che vedevano coinvolti membri vecchi e nuovi della band: qui mi limiterò a prendere in esame i dischi, dando solo qualche accenno delle tormentate vicende attraverso cui la storia di questo monicker si è dipanata. Chi volesse saperne di più, può provare a cercare il numero 44 di HM (luglio 1988), in cui compariva un lungo articolo di Alessandro Massara che credo sia a tutt’oggi la bio più accurata mai pubblicata in italiano dei Legs Diamond.

Negli anni 70, la band pubblicò tre dischi ‘Legs Diamond’, ‘A diamond is a hard rock’ (entrambi del 1977), ‘Firepower’ (1979) esemplari nel disegnare l’inedito connubio hard rock + melodia che tanti proseliti avrebbe poi avuto nel decennio successivo. All’epoca si parlò dei Legs Diamond come dell’ideale riposta americana ai Deep Purple, e il paragone non era azzardato o immeritato. Mike Prince, anima e fulcro della band, era un key player capace di rivaleggiare ad armi pari con Jon Lord, dotato di un tocco “pesante” che manteneva i Diamond a debita distanza da quel Pomp Rock che tanto successo aveva invece nei seventies grazie a bands come gli Styx o i Kansas. Era naturalmente un hard melodico diverso da quello a cui siamo avvezzi, figlio legittimo di quel periodo storico, di quel certo modo di fare rock, legato a doppio filo alle matrici dell’hard contemporaneo. E tutt’altro che popolare. Per i Legs Diamond non c’è mai stato un disco d’oro,  e scarsi riconoscimenti ebbe pure l’altra band che forse ancora più dei Diamond ha recitato il ruolo di precorritrice del rock melodico che verrà, gli Starz. Il problema, insomma, era il pubblico. Nonostante una promozione più che discreta, miriadi di date a supporto di gente come Kiss, Ted Nugent, Bob Seger, Alice Cooper, Rush e innumerevoli altri act di punta nei ’70, i Legs Diamond rimasero commercialmente una band di seconda linea. La Mercury può anche averli scaricati dopo i primi due album perché indispettita dall’atteggiamento rapace del loro management, che non reinvestiva uno solo dei dollari guadagnati in promozione, ma se i Diamond di dischi ne avessero venduti a carrettate non c’è dubbio che la label avrebbe trovato il modo di ingoiare il rospo e digerirlo, tenendoseli ben stretti.

Dopo ‘Firepower’ (registrato per la Combat, che s’era messa in testa di trasformare i Legs Diamond in una cover band) arrivò il primo scioglimento, con i componenti della band in ordine sparso alla ricerca di sbocchi in un mercato ancora in embrione. Il solo Mike Prince riuscì a registrare qualcosa con i suoi Rag Doll, poi i Diamond tornarono assieme per il solito tour texano, e Mark Leonard, proprietario della Target, l’etichetta che aveva scoperto i Ratt, offrì una manciata di spiccioli per registrare il mini LP ‘Out on bail’. Era il 1984, e la band tentava con successo di attualizzare il proprio suono in chiave più propriamente AOR, guadagnando qualche consenso, ma non un major deal: solo la Metal Blade si offrì di metterli sotto contratto, e per essa nel 1986 i Diamond pubblicarono il formidabile ‘Land of the gun’. Ben prodotto da Mike Prince, dal nuovo chitarrista Jim May e da Robert Biles, ‘Land...’ è un disco di AOR che riesce nello stesso tempo ad essere spigoloso e patinato, benedetto da un songwriting superbo, con qualche inevitabile richiamo ai seventies ma completamente calato negli anni ’80. Dalla fascinosa malia di “Turn to stone” all’anthem “Rock doctor”, non c’è un solo episodio sottotono, dieci perle che chiunque ama l’AOR DEVE conoscere.

Ma la scalogna non abbandonava i Legs Diamond, che di fronte alle vendite tutt’altro che clamorose del disco - criminalmente ignorato da chi in quello stesso anno consacrava superstar Bon Jovy - si sciolsero ancora una volta, ritrovandosi a girare in tondo per quattro anni  senza riuscire a combinare il proverbiale cavolo e tornando ancora assieme sempre sotto l’ala della Metal Blade per registrare e prodursi in autonomia nel 1990 ‘Town bad girl’, un altro album bellissimo, ma stavolta completamente assurdo. Perché si tratta di un disco di hard rock melodico che pur essendo attuale nelle sonorità stà con i piedi saldamente piantati negli anni ’70: non fossero i riferimenti a Deep Purple e Rainbow sparsi attraverso tutte le tredici canzoni che lo compongono (e che risaltano in maniera eclatante sopratutto su “Pain Killer” e “Can’t get you (out of my mind)”), basterebbero gli arrangiamenti a collocare questo disco in una dimensione che nel 1990 appariva sicuramente anacronistica. Il fatto che il songwrtiting sia favoloso non fa che aggiungere sconcerto e - perché no? - dispetto: cosa sarebbe stato ‘Town bad girl’ se a sovrintenderlo ci fosse stato un Mike Stone (che Dio l’abbia in gloria), un Ritchie Zito, un Keith Olsen? E, insomma, quale dannato motivo poteva aver spinto la band a fare un passo indietro tanto azzardato in un momento così cruciale per la propria carriera? Quale demone li aveva indotti a lavorare alle nuove canzoni come se il calendario dicesse “1980” anziché “1990”? Eppure, tecnicamente, non c’è nulla, assolutamente nulla in ‘Town bad girl’ che non vada: belle timbriche, una produzione asciutta ma accurata, una resa fonica splendida e canzoni straordinarie. L’unico vero problema di quest’album sta nel fatto che era uscito in ritardo di dieci anni e non aveva alcuna speranza di competere con gli analoghi di Bad English, Giant, Firehouse, Mr.Big eccetera. Soltanto gli irriducibili texani premiarono la scelta della band di rimanere comunque fedele alle proprie radici, per tutto il resto del mondo i Legs Diamond rimasero una specie di oggetto misterioso che, sì, faceva l’AOR e lo faceva bene, d'accordo, però... Insomma, con ‘Town Bad girl’ i Diamond dettero alla scalogna una stretta di mano amichevole e le stesero il tappeto rosso, dimenticando quel vecchio e saggio proverbio che recita “Aiutati che Dio t’aiuta” e condannandosi ad un suicidio commerciale che stavolta non aveva davvero scusanti.

Arriva l’ennesimo scioglimento, un live registrato a San Antonio, Texas (e dove, se no?) e nel 1993 ancora una reunion ed un album, 'The wish', sempre per la Metal Blade, sulla stessa falsariga di ‘Town bad girl’ ma non allo stesso livello, di certo la cosa meno esaltante (capiamoci bene: in senso relativo, e raffrontato a tutto il resto del loro materiale, dato che il solo ‘The wish’ potrebbe seppellire la quasi totalità della produzione odierna di AOR) che i Diamond abbiano mai pubblicato nella loro ormai lunghissima carriera. Una carriera tutt’altro che esaurita, che prosegue ancora oggi con concerti nella terra dei cowboys (nel 2000, sempre a San Antonio, vennero ad applaudirli 6000 fans scatenati; ad aprile 2004 sono stati headliners di un minifestival durante il quale si sono esibiti anche Montrose, Starz, MSG e Uli Roth), ed una rassegnazione a quello status di cult heros a cui prima s’erano sempre ribellati, cercando con ostinazione, forse con rabbia quel sacrosanto successo commerciale che invece non li ha mai neppure sfiorati. 

La Zoom Record ha  ristampato tutti i loro dischi ed annunciato per quest’anno il nuovo, ennesimo album di studio. Non commettete anche voi l’errore di sottovalutare questi magnifici vegliardi del rock melodico, da quasi trent’anni (!) sulla breccia e capaci di deliziarci con della musica che altri act possono solo sognarsi. E quando vedrete comparire nei cataloghi il loro prossimo lavoro, non passate oltre sdegnosi preferendo magari a queste cariatidi qualche band di ventenni tedeschi o svedesi che non sanno fare di meglio che propinarvi le solite canzoni dei Journey o dei Def Leppard cambiando i testi e qualche nota qua e là. Non sto esortandovi a fare un favore ai Legs Diamond: puntando su di loro, lo farete soltanto a voi stessi.

 

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BANG TANGO

 

 

  • DANCIN' ON COALS (1991)

Etichetta:MCA/Mechanic Reperibilità:scarsa

 

Alla fine degli anni ’80, due erano le tendenze che tenevano banco in campo hard rock: lo street ed il funk metal. Da un lato c’erano Guns’n’Roses, L.A.Guns, Faster Pussycat,  Tora Tora, Jetboy, Kik Tracee,Sea Hags, Royal Court Of China, Kill For Thrills, Dangerous Toys; dall’altro Extreme, Dan Reed Network, Faith No More, R.H.C.P., Living Colour, Electric Boys, Heads Up. E in mezzo? Be’, in quella terra di confine, proprio al centro, stavano loro, i Bang Tango.

La prima testimonianza discografica fu un EP live di sei tracce (Guns’n’Roses docet) registrato mi pare al Whisky a Go-Go, che anticipò di pochi mesi il primo album, ‘Psycho Café’, uscito nel 1989 e prodotto da Howard Benson. Poi, nel 1991, venne questo ‘Dancin' on coals’, con cui la band ampliava il proprio vocabolario espressivo pur rimanendo fedele ai canoni di un suono funkeggiante e nello stesso tempo ruvidamente street, debitore in eguale misura alle scorribande settantiane dei maestri Aerosmith, a certa psichedelia USA e alla disperazione malata degli Hanoi Rocks.

L’iniziale “Soul to soul” è la scheggia più avventurosa dell’album, violento funk rilegato da una sezione fiati convulsa ed insinuante che trasforma i Tango in una versione hard rock di Prince o, meglio, dei più ruvidi Cameo. Ma tutte le esercitazioni su questo tema spiccano per originalità: da “Emotions in gear”, aperta e chiusa con un basso slappato, che parte lenta e poi si sviluppa su un tema nevrotico e urgente, a “Big Line”, dove su una trama tutto sommato classica (ma anche somigliante a quella di “Little dove” dei Faster Pussycat: c’avrà messo lo zampino il produttore, John Jansen, dietro il banco del mixer anche del masterpiece dei Pussycat, ‘Wake me when it’s over’?) si dipana un cantato sleaze, un po’ alla Perry Farrell; a “My saltine”, che rotola via tra fiati sinuosi ed un coro molto melodico in cui spunta addirittura un synth-bass pulsante. “Untied and true” e “Dressed up vamp” sono invece le tracce più aderenti all’ortodossia street, in bilico tra gli Hanoi Rocks e le atmosfere decadenti degli L.A.Guns di ‘Hollywood Vampire’: nervosa la prima, più notturna e blues la seconda, sono brani canonici ma assolutamente godibili. “I’m in love” è introdotta da serrati accordi psych che poi s’alternano al riff funk in un bel gioco di contrasti, la title track viaggia su un ritmo serrato ed ipnotico, il basso è sempre in grande evidenza (su “I’m in love” è rigorosamente slappato) mentre l’assolo è risolto con un inedito dialogo tra armonica, sax e chitarra. “Last Kiss” è un blues caldo, bollente, come dei Great White incazzati o i Cinderella senza la produzione cristallina di Andy Jones, mentre la conclusiva “Cactus juice” è di nuovo funk, ma un funk pesante, cadenzato, bluesato, molto bluesato, la chitarra ha un suono saturo, “vecchio”, valvoloso, ruvido come se avessero sfregato le corde con la sabbia rossastra dei deserti californiani: è davvero succo di cactus. Grande! Sull’unica ballad, “Midnight struck”, si intravedono di nuovo i Cinderella, o almeno una loro ipotetica versione più ruvida e soul, e magari dei Dog’s D’Amour levigati e (finalmente) sobri; discreta, ma quello che proprio non convince è il cantato di Joe Leste, che è anzi l’unica nota dolente di un disco globalmente formidabile. Joe, mi pare di averlo già scritto altrove, è uno di quei cantanti che non hanno mai veramente imparato a cantare. Su ‘Psycho café’ la sua tecnica si riduceva in pratica alla continua emissione di acuti striduli (e vi risparmio quello che riusciva a combinare sul live), ma in questo disco smette - per fortuna - di fare il “cantante”, e si concentra sull’interpretazione, risultando efficace e perfino gradevole nei suoi toni sensuali e abrasivi, come un Perry Farrell più manieristico e meno nevrotico o addirittura uno Steven Tyler rauco. Naturalmente, i suoi limiti lo mettono in imbarazzo in quei momenti in cui occorre far vibrare adeguatamente le corde vocali, come nel coro di “Emotions in gear”, dove, nonostante tutti i suoi sforzi, va fuori tonalità (leggi: è stonato), e appunto su “Midnight struck”, in cui risulta legnoso e poco incisivo.

Ma, a parte questa riserva sulle parti vocali, riconfermo che ‘Dancin’ on coals’ è un disco ispirato e convincente, ben prodotto e suonato alla grande da una band che avrebbe meritato miglior fortuna ed è attiva ancora oggi, almeno come monicker, dato che il solo Joe Leste è rimasto della formazione che incise quest’album (Mark Kight e Kyle Stevens alle chitarre, Kyle Kyle al basso, Tigg Ketler alla batteria) e sull’ultimo ‘Ready to go’, pubblicato nel 2004 dalla Shrapnel, i Tango suonano un hard rock essenziale e molto sleaze che è la fotocopia di quello che Leste fa con la sua nuova band, i Beatutiful Creatures.

Per finire, una curiosità. La copertina di ‘Dancin' on coals’ sembra frutto del capriccio di qualche grafico strafottente e non molto ferrato sulla musica della band: sullo sfondo di un cimitero al crepuscolo (uno di quelli protestanti, con i mausolei sul terreno, steli e statue di marmo nero e neanche l’ombra di un fiore) è fotografata una bella mora paludata di bianco, con un’aria tra la dark lady e la vampira. Che cavolo c’entra  questa composizione funebre con il disco, o anche solo con il titolo del disco (che si traduce: Ballando sui carboni ardenti)? Niente, assolutamente niente, ma l’immagine è palesemente ricalcata dalla copertina di 'Phantasmagoria', un album dei Damned (periodo gotico) uscito nel 1985. Non mi pare che tra le band ci siano sostanziali affinità, ma è vero che certe cover esercitano  talvolta un fascino magnetico, e mi piace pensare che qualcuno dei ragazzi abbia sognato per anni di avere quella copertina per il suo album, anche se la musica di Dave Vanian e compagnia non gli diceva nulla. Del resto, chi di noi non ha comprato almeno una volta un disco solo perché stregato dalla copertina? Io mi ritrovo con un EP dei Flesh For Lulu - pestifera noise-punk band dei primi anni ’80 - solo perché dovevo avere quella cover: un disegno con due monache sedute l’una sulle ginocchia dell’altra che pomiciano in un chiostro gotico...

 

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SNAKERYDER

 

 

  •  SNAKERYDER (2004)

Etichetta:Z Rock Reperibilità:in commercio

 

Dischi così non sai da che lato prenderli. Un po’ ti entusiasmano, un po’ ti fanno tenerezza, un po’ ti fanno incazzare. L’atmosfera vintage ti dà l’entusiasmo, la diligenza nel riproporla ti porta la tenerezza. E l’incazzatura? Be’, quella viene da tante cose, grandi e piccole.

Gli Snakeryder appartengono a quel gruppo minoritario di hard rock bands che con l’attualità musicale non vuole proprio avere nulla a che fare. Per questi ragazzi il tempo si è fermato al 1990 o giù di lì, e nel loro olimpo personale gli déi sono sempre quelli che regnavano su L.A. nei Big Eighties: Motley Crüe, Ratt, Malice, tutta la gang melodic metal della città degli angeli, e sopratutto gli Y&T. Verso questa band gli Snakeryder debbono provare una venerazione ai limiti del maniacale. A.J. Fedz, il cantante/chitarrista/songwriter/produttore degli Snakeryder, probabilmente se ne va in giro con una foto di Dave Meniketti nel portafogli ed ha passato gli ultimi quindici anni davanti ad uno specchio ad esercitarsi per imitare toni e sfumature del suo idolo, ottenendo un risultato da fare invidia ad Alighiero Noschese buonanima. Ironie a parte, è veramente impressionante l’identità tra le voci  del singer degli Y&T e Fedz, al punto che una buona metà del disco potrebbe passare per una raccolta di outtakes della band di ‘Earthshaker’ e ‘Ten’. Gli Snakeryder non si negano comunque altri punti di riferimento, come sulla ballad “Don’t wanna let go”, molto Firehouse; “Road to ruin” è il pezzo più ratteggiante dell’album, condito di qualche eco Black & Blue che si fa più risonante su “Long way home”. Imprescindibile “Stick to your gun”, con un testo che è un’appassionata dichiarazione d’amore al nostro genere, una canzone che ogni chic rocker dovrebbe imparare a memoria e ripetersi di continuo a mo’ di mantra propiziatorio.

Insomma: un disco globalmente efficace, ma che compositivamente non va oltre un ottimo artigianato: carino, simpatico, ma - ecco che arriva l’incazzatura... - ti spinge soprattutto a chiederti che fine hanno fatto gli altri, quelli che questa musica l’hanno inventata ed oggi si sono defilati o hanno disertato, lasciando il testimone a pochi irriducibili dai mezzi tutto sommato limitati, in grado di riproporre un’atmosfera, ma non certo illuminarci con un tocco di genio.

Preciso che sto recensendo l’edizione di quest’album fatta dalla Z Rock. In precedenza era stato pubblicato dalla Metal Mayhem con il titolo ‘D.O.A’ ed un’altra scaletta, diversa rispetto a quella stampata sul CD della Z Rock, che porta anche un brano in più il cui testo è regolarmente riportato nel booklet, ma di cui non c’è traccia, anche perché - alla faccia di quello che è stampato - la sequenza delle canzoni nel CD in realtà è sempre quella dell’edizione americana su Metal Mayhem. Confusi? Anch’io!

Da rimarcare la grande pulizia del suono e la produzione asciutta, nitida, assolutamente eighties.

E sulla questione della qualità audio, consentitemi di aprire una parentesi polemica e - abbiate pazienza - nient’affatto breve.

Una delle conseguenze meno avvertite e più catastrofiche della rivoluzione Internet in campo musicale è la virtuale morte dell’ Hi-Fi, del cosiddetto suono ad alta fedeltà, ovvero della riproduzione della fonte sonora nella maniera quanto più lineare e corretta possibile, senza tagliare o esaltare questa o quella banda di frequenza, senza distorsioni, senza fruscii. Il problema non è tanto nella diffusione sempre crescente dell’mp3 e degli altri formati audio compressi (che, se ben gestiti, consentono comunque una resa fonica perlomeno accettabile), quanto nella progressiva scomparsa degli impianti stereo dedicati. Se un tempo nella stanza dell’adolescente medio il posto d’onore era riservato al gruppo amplificatore/lettore CD/sintonizzatore/casse acustiche, al giorno d’oggi è il computer ad occupare il centro dello spazio, un computer sempre meno “calcolatore” in senso classico e sempre più interfaccia con la rete e le sue infinite possibilità ludiche. La nuova frontiera del PC è fatta di modelli che potremmo definire “da salotto”, destinati quasi unicamente a gestire la triade musica-immagini-videogame, sia attraverso i DVD che con il tramite del web, da collegare direttamente alla TV ed a sistemi di casse di tipo surround. Tutto OK, se non fosse per il fatto che lo scopo di questi sistemi è fornire un divertimento integrato, non l’alta fedeltà del suono. Peggio ancora: molti, moltissimi hanno ormai rinunciato all’impianto stereo tradizionale ed ascoltano musica attraverso le casse autoamplificate collegate alla scheda audio del PC, ottenendo una resa sonora che definire modesta è sicuramente eufemistico. Trovare un buon amplificatore, un buon lettore CD, un buon paio di casse sta diventando sempre più difficile; e sempre più difficile diventerà con il passare del tempo, dato che il mercato è ormai orientato verso prodotti multimediali anziché dedicati e specializzati com’era solo fino ad una decina di anni fa. Naturalmente ci si può rivolgere a quei modelli che una volta si chiamavano “esoterici”, la fascia più alta e sofisticata del mercato. Ma anche questa ha subito una contrazione significativa, ed è divenuta ormai riserva di una modestissima élite danarosa di clienti fissi, dato che i prezzi hanno avuto un’impennata incontrollabile ed ingiustificabile, ed oggi un paio di casse di alto livello può costare anche cinque o sei volte il prezzo di un modello di qualità equivalente di un decennio fa (e parliamo di roba dai quindici, ventimila euro in su). Insomma, il declino riguarda l’offerta per l’utente medio, che non può permettersi spese pazzesche ma chiede comunque qualità nella riproduzione della musica. E di questi utenti pare ce ne siano sempre meno.

D'accordo: la cultura dell’ Hi-Fi è per la massima parte un mito; il mercato, prima dell’introduzione del CD, viveva sopratutto di cassette analogiche, il supporto con la resa sonora più bassa in assoluto. L’ascoltatore medio chiede solo di sentirsi rintronare nelle orecchie la canzonetta del momento e chissenefrega se gli acuti sono distorti e le frequenze più basse vengono tagliate. Ma c’è anche una  tutt’altro che trascurabile quantità di persone le quali vorrebbero poter ascoltare musica nel modo migliore possibile, compatibilmente con il proprio portafogli, e per questa relativa minoranza si preparano tempi bui.

Ma c’è una minaccia ancora più subdola in agguato, una minaccia che si fa sempre più concreta e di cui si colgono le avvisaglie con allarmante chiarezza. Di fronte ad un panorama dominato da casse autoamplificate gracchianti e iPod da usufruire con microscopici auricolari che fanno suonare i bassi come se venissero  emessi da corde da bucato inchiodate ad assi di plastica, gli ingegneri del suono ed i produttori stanno semplicemente tirando i remi in barca: perché farsi in quattro per ottenere un bel suono quando nessuno o quasi dispone di apparecchi in grado di riprodurlo? Che senso ha registrare bassi ricchi ed acuti cristallini quando poi il tutto dovrà essere codificato in mp3 per il download nei nuovi siti a pagamento, e tutto o quasi lo spettro sonoro verrà spianato e compresso in omaggio agli studi di psicoacustica (fatti probabilmente su persone che avevano un gran bisogno di una confezione gigante di Cotton Fioc o che si trovavano al limite della sordità) ed alle dimensioni quanto più possibile ridotte del file? In sostanza: perché offrire la qualità quando nessuno la chiede o ha la possibilità di goderla? Ed ecco che il suono  dei CD si fa sempre meno spettacolare, sopratutto se paragonato a quello degli anni ’80 e dei primi ’90. Ditemi in quanti dischi di musica rock odierna (non necessariamente AOR) trovate quella corposità, quel colore, quella pienezza del sound che caratterizzava la musica dei Giant, per esempio. In tante produzioni, anche importanti e prestigiose, non c’è, e basta. E pochissimi se ne accorgono, perché i più non hanno i mezzi tecnici per accorgersene. E forse, anche se se ne rendessero conto, gliene fregherebbe poco o niente.

 

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JEFF PARIS

 

  •  WIRED UP(1987)

Etichetta:Polygram Reperibilità:discreta

 

Immagino non ci sia niente di più frustrante che essere un cult hero. E’ una qualifica che - in parole povere - si può tradurre e condensare nella madre lingua con l’espressione “glorioso fallito”. Sottintende che sei bravo, sei forte, hai stile e classe, sai fare qualcosa molto meglio della concorrenza, ma solo pochi, pochissimi, se ne sono mai accorti. Per tutto il resto del mondo sei un signor nessuno, magari un nome riportato in caratteri microscopici nei dischi di gente molto più famosa di te che sfrutta il tuo talento ricompensandoti con pochi spiccioli: le copertine, le folle oceaniche ai concerti, i videoclip in heavy rotation sono tutte cose per gli altri. A te tocca solo l’ombra, appena rischiarata da qualche passeggero sprazzo di luce.

Jeff Paris è, indiscutibilmente, un cult hero. Uno di quelli che non ce l’hanno fatta a entrare nel cono abbagliante gettato dai riflettori e sono rimasti indietro, merce per conoscitori approfonditi del genere AOR e ricercatissimo songwriter ed arrangiatore per tante e tante bands (Vixen, Alias, Mr.Big, Y&T, XYZ, e qualcuna l’ho sicuramente dimenticata) che s’affidavano al suo tocco sopraffino per dare ai propri dischi quel quid che li avrebbe fatti spiccare nel sovraffollato panorama del melodic rock dei Big Eighties.

Esordì nel 1986 con il magnifico ‘Race to paradise’, prodotto da David Thoener, ma il top lo raggiunse l’anno successivo con questo ‘Wired up’, che suppongo venne concepito come il disco della consacrazione e si rivelò invece una condanna a morte, dato che la Polygram in quello stesso 1987 decise che di lui e della sua musica non sapeva che farsene. E Jeff Paris passò dall’altra parte della barricata, da combattente in proprio a mercenario di lusso, tornando ad affrontare il pubblico solo quando l’AOR era diventato ormai una delizia per pochi, nel 1992 con il pregevole ‘Lucky this time’, e poi con ‘Smack’ e ‘Freak flag’.

Perché questo disco straordinario non sia schizzato subito nella top ten di Billboard rimanendo invece a languire negli scaffali dei negozi è uno dei (tanti) misteri della storia dell’AOR. Forse mancò una promozione adeguata, forse c’erano semplicemente troppe bands a contendersi i favori del pubblico, troppi buoni album da comprare. Quien sabe? Ci resta solo il dato nudo e crudo dell’insuccesso, dell’indifferenza che Jeff Paris raccolse come unico frutto delle fatiche sue e di quelli che lo aiutarono a confezionare ‘Wired up’. Già solo il technical crew era da urlo: produzione condivisa da Jeff assieme a Tony Platt, che fungeva anche da ingegnere del suono assieme a Paul Lani (con qualche intervento non saltuario di Bruce Fairbairn e Mike Fraser), e mixaggio curato da Bob Rock... e dopo questa sfilza di nomi ogni discorso riguardo la qualità audio, la ricchezza e la potenza del suono diventa superfluo. Poi c’è la backing band, che contava sul futuro Nightranger Gary Moon al basso, su un ancora sconosciuto Matt Sorum alla batteria e come seconda chitarra quel Michael Thompson che qualche anno dopo avrebbe esordito con una band a proprio nome sfornando un altro capolavoro inestimabile, ‘How long’, con Moon Calhoun (ex The Strand e corista per lo stesso Jeff su ‘Race to paradise’) dietro il microfono.

Il suono di questo disco deriva da un sofisticato e dinamico insieme di spunti colti dalle opere di Loverboy (in prevalenza), Journey, Heart e Foreigner, amalgamati dal tocco personale e sopraffino di Jeff. Ma non è tanto il modulo proposto – scevro da qualsiasi citazione di maniera a colpire, quanto l’efficacia del songwriting, la sequenza di autentici hit che procede lungo tutto l’album senza un attimo di pausa, un solo momento di flessione. Non ci sono filler in ‘Wired up’, nessuna delle dieci schegge che lo compongono è lì per fare numero. E’ fatto di un hard melodico raffinatamente scanzonato e leggero, anthemico quando serve, romantico quando è opportuno, su cui irrompe agile la voce pastosa, chiara e potente di Jeff (che divide assoli e ritmiche con Thompson e si incarica delle sempre caldissime parti di keys). “Saturday nite”, “Trial by fire” e “Heart to the flame” basterebbero da sole a far gridare al miracolo, con quel loro andamento impetuoso e melodicamente impeccabile, quei refrain squisiti che si incollano inesorabili ai timpani. “Cryin’” è una semi ballad per cui gli Heart avrebbero pagato oro: la reincisero le Vixen qualche anno dopo e come singolo schizzò subito nella Top 20 di Billboard (per la serie: quando c’hai la promozione giusta...). Il momento più romanticamente Journey è intitolato “A matter of time”, mentre “I can’t let go” è imparentata con le power ballad più vigorose dei Foreigner. E poi c’è la fascinosa “One night alone”, il dinamismo della title track, le reminiscenze Loverboy di “Charmed life”, l’imponenza e quasi la solennità di “Illusion”.

Le copie rimanenti di questo disco stanno per esaurirsi presso i rivenditori specializzati, e dunque l’ultima chance per entrarne in possesso è vicina e senza appello. Coglietela senza esitazione.

 

AORARCHIVIA

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STEELHEART

 

 

  • STEELHEART (1991)

Etichetta:MCA Reperibilità:in commercio

 

 

All’interno della recensione del primo album degli Winger, ho elencato quelli che ritengo essere i cinque migliori dischi di class metal di tutti i tempi. Dopo aver scorso quella lista di nomi e titoli, un cortese (e competente, non ci piove) lettore mi inviò una mail, chiedendomi per quale motivo gli Steelheart erano stati esclusi dal mio gotha metallico personale. Dopo una prima, rapida e mi auguro non troppo frettolosa risposta, eccone una più articolata, e la presentazione di quel disco colossale che è il primo, omonimo della band americana.

Allora: perché gli Steelheart fuori dalla top five del class metal? Semplice: perché inscatolare questa band nel recinto tutto sommato angusto di quel genere non gli rende giustizia. Troppo varia ed articolata la proposta, per appiccicarle semplicemente  un’etichetta e chiudere lì il discorso. Naturalmente, gli Steelheart appartengono di diritto a quel gruppo di bands che a fine anni ’80 affrontarono il discorso heavy metal con modi e atteggiamenti rivoluzionari, lontano dalle architetture crude e violente, dalle trame rauche ed essenziali codificate da Judas Priest, Iron Maiden e R. J. Dio. Queste nuove bands non s’accontentavano di scolpire nella roccia riff assassini, piuttosto si compiacevano di cesellarci dentro arabeschi procedendo con grazia felina... Non era un ammorbidirsi, un cedere alle lusinghe della melodia, piuttosto un pianificare e mettere in opera altre strategie d’attacco, meno ovvie, più insinuanti, più sofisticate. Il semplice stand out and shout propagandato da Ronnie James Dio era una formula efficace – chi può sognarsi di negarlo? – ma desolatamente limitante... e anche questo è innegabile. I Queensrÿche avevano già dimostrato che il metal era un genere molto più duttile di quello che poteva apparire, ma lavorando su un registro nient’affatto leggero. Toccò a Dokken e compagnia provare che con l’HM ci si poteva anche divertire. E addirittura in maniera raffinata.

La grandezza degli Steelheart stava in quel loro risoluto attaccamento al metal abbinato ad una fantasia compositiva e ad una voglia di sperimentare soluzioni inedite senza uscire dal seminato. Insomma: class metal, ma non solo. Mentre i Firehouse si limitavano a seguire le orme dei grandi pur riuscendo a conquistarsi una certa autonomia nel sound, mentre i Ratt continuavano imperterriti a comporre secondo l’efficacissima formula messa a punto assieme a Beau Hill, gli Steelheart svariavano con freschezza ed entusiasmo – ma anche con formidabile autorità ed un senso della misura encomiabile – arricchendo di mille sfumature cangianti la propria musica. Mi pare addirittura che l’importanza storica di questo loro primo album non sia mai stata compresa appieno, anche perché di lì a poco (il disco uscì nel 1991) il metal avrebbe preso altre strade, che - salvo per il “caso” Dream Theatre - non contemplavano certo melodia e raffinatezza...

L’elemento più eclatante delle architetture escogitate dalla band stava però nella voce realmente straordinaria del singer Michael Matijevic. Spesso si esalta l’estensione vocale di certi cantanti, ma quella di Matijevic aveva davvero del miracoloso, rendendolo un autentico Caruso dell’hard rock: spaziava con assoluta disinvoltura su un numero di ottave davvero inaudito, e con una fluidità ed una padronanza tecnica da urlo. Per soprasomma, il singer degli Steelheart sapeva anche mettere nel proprio canto un’espressività non comune, entrando sempre con autorità nel contesto sonoro proposto dai suoi compañeros (lo spagnolo non è casuale, e lo vedremo tra poco), contesto di cui era comunque il maggior responsabile, dato che le dieci canzoni dell’album portavano quasi tutte la sua firma assieme a quella del bassista Jim Ward (completavano il quintetto la coppia d’asce Chris Risola e Frank Di Costanzo, ed il drummer John Fowler).

Love ain’t easy” è il tuonante atto d’apertura: un anthem che fa suonare gli Steelheart quasi come degli Whitesnake prima maniera ma placcati di mezzo metro di cromo luccicante, mentre “Can’t stop loving you” è un classico mid tempo melodico in bilico tra suggestioni Dokken e Def Leppard. “Like never before” è un altro mega anthem e se proprio dovessi dare un riferimento, potrei citare i Black’n’Blue più metallici, almeno come atmosfera. “I’ll never let you go” è una sublime power ballad che richiama i contemporanei (e più fortunati, commercialmente parlando) Firehouse, “Everybody loves Eileen” ha qualcosa degli Winger, ma in un contesto decisamente più hardrockeggiante. E poi arriva “Sheila”... Se fino a questo punto la band si era accontentata di proporci intrattenimento sopraffino, qui la musica cambia, in senso reale ed in senso lato: perché “Sheila” è semplicemente il più straordinario blues metallico che mai hard rock band abbia inciso. Ci sono il calore e l’ambiguità della musica del diavolo e la potenza ed il suono lussuoso del metal californiano, le sfumature e le finezze e la pura forza d’urto, e una serie di virtuosismi accuratamente calibrati per incastonarsi senza sbavature nel tessuto sonoro della canzone, mirati a completare quell’atmosfera che la band ha scelto di ricreare e non certo proposti per far capire a tutti quanto erano bravi questi cinque ragazzi a suonare. Qui Mike canta come un Plant più virile e virtuoso ed al ritmo dei suoi “Sheila/Sheila/Sheila likes tequila...” veniamo trasportati come per incanto in qualche sperduta roadhouse ai confini del messico: notte, deserto, calore, chitarre che tagliano il buio come lame dorate, danzano lente... L’assolo è tutto uno sfrigolare di slide e il finale lascia semplicemente allibiti, con Mike che lancia i suoi ultimi “Oh, Sheila!” contrappuntato da Chris Risola il quale (sulla scia dello Steve Vai di “Tobacco Road”) muovendo solo Dio sa come le dita sulla tastiera della sua chitarra, riesce a far dire anche a lei “Oh, Sheila”! Non si fa in tempo a tirare il fiato ed ecco arrivare “Gimme gimme”, un impasto micidiale degli Zep più metallici con il miglior glam metal di marca Motley Crüe; la più lineare “Rock & roll (I just wanna)”, sulla scia del più classico heavy americano, ma veloce e melodica; la drammatica power ballad “She’s gone” (unico episodio in cui fanno capolino le tastiere) che unisce il fragore del L.A. metal ad armonie a-là Gary Moore. Chiude “Down n’ dirty”, un glam-metal-anthem così dannatamente perfetto che i Poison lo scopiazzeranno senza vergogna per costruire la loro “Strike up the band” (su ‘Native tongue’, album di cui parleremo presto).

Dopo questo disco superbo, gli Steelheart licenziarono un altro ottimo album, ‘Tangled in reins’, nel 1992 (un’altra “Sheila”, però, su ‘Tangled...’ non c’era), vennero inghiottiti anche loro dall’uragano grunge e riemersero nel 1997 con ‘Wait’, con il solo Mike Matijevic superstite della line up originale. Di quest’ultimo (credo) album posso solo riportarvi quello che lessi nelle recensioni all’epoca (la band pare fosse diventata più modernista e zeppeliniana), dato che era un prodotto d’import giapponese, con tutto quel che ne segue (leggi: prezzo da restarci secchi).

Non posso che concludere invitando tutti quelli che per distrazione o ragioni anagrafiche si lasciarono sfuggire quest’album quindici anni fa, ad impossessarsene senza il minimo indugio (è ancora reperibile senza troppe difficoltà, mentre ‘Tangled in reins’ sembra svanito dalla faccia della terra: misteri insondabili della distribuzione discografica). Non solo per poter godere di un masterpiece assoluto, ma anche avere una prospettiva più chiara del nostro genere. Tra i tanti che attualmente discettano di AOR (sopratutto all’estero, a onor del vero) si diffonde sempre più il vezzo di accorciare a dismisura l’intervallo temporale su cui estendere i riferimenti, cosicché capita con frequenza di trovare band venute fuori solo da uno o due anni usate come pietra di paragone. Non ci sarebbe nulla di strano se solo queste band non componessero nel solito stile codificato negli anni ’80 da quei gruppi storici che pare nessuno scribacchino si vada più a riascoltare. Mi sembra francamente risibile che qualcuno affermi - tanto per fare un esempio - che un certo disco somiglia a quelli dei Two Fires quando la band di Kevin Chalfant non è niente più che un clone (pregevole, ma pur sempre un clone) dei Journey ottantiani. Oppure che ci si sbrodoli per delle band che non si meritano neppure la metà di tutto quello che hanno ottenuto in termini di popolarità e soldi (gli esemplari più rappresentativi di questa fortunata razza sono, per me, i TNT) e godono di un credito artistico che si basa principalmente sulla loro discutibile virtù di essere riuscite a sopravvivere - almeno come monicker - fino ai giorni nostri, lasciando poi scivolare nel dimenticatoio o quasi chi ha scritto invece pagine straordinarie nella storia dell’AOR. Come gli Steelheart.