NOTE DAL WEBMASTER

 

 

DUE CHIACCHIERE SUI COVER ALBUM

 

AORARCHIVIA

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GREAT WHITE

JOE LYNN TURNER

AXEL RUDY PELL

 

 

 

  • Great White REVISITING FAMILIAR WATERS (2002)

  • Joe Lynn Turner UNDER COVER (1997)

  • Axel Rudy Pell DIAMOND UNLOCKED (2007)

 

Se c’è un terreno minato per una band, una zona in cui è rischioso – al limite, mortale – avventurarsi, questo è il territorio che porta il nome di “cover album”. I due modi estremi di affrontarlo sono, da un lato la riproposizione rigorosa e filologica, dall’altro il completo stravolgimento, ed entrambi questi approcci producono spesso risultati ignobili: il primo, conduce a compilation inutili, noiose, in special modo quando le canzoni coverizzate sono arcinote, album che si sentono un paio di volte e poi (giustamente) si dimenticano; il secondo, genera immondi pastrocchi spesso all’insegna di un crossover allucinato e allucinante. In passato le band si accostavano con molta prudenza a questa materia scottante, ma dalla fine degli anni ’80 la moda del cover album è diventata appunto questo: una moda. E si può dire quasi non c’è band appena sfiorata dalla notorietà che non si sia sentita in dovere di sfoggiare la sua cultura rock pubblicando un album o – più prudentemente – un EP in cui rifaceva canzoni altrui. La bravura della band in sé non pare incidere troppo sul risultato, voglio dire che ensemble certamente dotatissimi c’hanno dato cover album inutili o fiacchi, come i Guns ‘N Roses con il loro ‘The spaghetti incident’.

Frugando nel mucchio degli innumerevoli dischi di questo genere, selezioniamone qualcuno che sia in grado di schiarire le idee su come dovrebbe o non dovrebbe essere fatto un cover album per interessare e durare nel tempo.

Qual è allora (se esiste) la ricetta giusta per assemblare una raccolta di cover che non susciti sbadigli o raccapriccio? Secondo il mio modestissimo e sempre opinabile parere, gli ingredienti necessari sono unicamente il buon gusto e la personalità. Prendiamo ‘Revisiting familiar waters’ dei Great White. Non è a stretto rigore un cover album, ma solo una raccolta delle canzoni altrui che la band ha inciso sui propri dischi durante gli anni. Non ci sono grandi divagazioni rispetto agli originali, solo una maggior enfasi rock dove serviva e la voce strepitosa di Jack Russell, ma riescono a fare la differenza, al punto che la versione da loro proposta di “Burnin’ House of Love” (pubblicata anche come singolo) è diventata più celebre di quella originale degli X pur discostandosene pochissimo.

Dell’eccellenza di ‘Furious George’ di George Lynch vi ho già riferito in un’apposita recensione, qui mi limito solo a sottolineare ancora una volta la misura e la fantasia di George nel ridare vita a canzoni a volte notissime in altri casi poco conosciute dal grande pubblico, e lo stesso si può dire dell’unico album a nome Spin 1ne 2wo (seguite i link per saperne di più).

Un esempio perfetto di cover album inutile, invece, è ‘Under Cover’ di Joe Lynn Turner, dove, a parte la gran voce di Joe, troviamo ben poco di interessante. “We’re An American Band”, “Fire and Water”, “Gimme Some Lovin’”, l’inevitabile “Sunshine of Your Love”, “Hush” (nella versione dei Deep Purple) ci vengono servite tutte o quasi in versioni filologiche di una piattezza disarmante. Un lavoro, insomma, only for fans, o diretto a novellini che gli originali neppure li conoscono.

E qualche esempio di cover album osceno o ridicolo? Posto che la cover più oscena che abbia mai sentito resta quella che la folle Grace Jones fece nel 1978 sull’album ‘Fame’ della nota canzone napoletana “Anema e core” (cantata in dialetto, e potete immaginare come), preferisco puntare i riflettori su un disco che avrebbe potuto essere bellissimo ma ha mancato veramente di poco il bersaglio, ‘Diamonds unlocked’ di Axel Rudy Pell. C’erano qui tutti gli ingredienti per riuscire: una scelta delle canzoni fatta davvero a 360 gradi (dal mainstream rock di U2 e Mission al pop raffinato di Phil Collins, dall’hard bluesy anni ’70 dei Free a quello anni ’80 di Chris Rea, dal soul AOR di Michael Bolton all’heavy metal americano puro e duro dei Riot e dei Kiss, dall’hard roccioso dei Montrose al rock classico dei Who lo spettro era veramente amplissimo), ottima produzione e naturalmente il talento di Pell. Quello che spesso non funzionava era il cantante, Johnny Gioeli. L’ex Hardline ha indubbiamente polmoni da vendere, ma questo non è un buon motivo per mettersi a fare l’imitazione di Tarzan, urlando come un indemoniato su gran parte delle canzoni di ‘Diamonds unlocked’. “Heartbreaker” (Free) e “Stone” (Chris Rea, ma forse più nota nella versione dei The Law) vengono letteralmente straziate da vocals spaccatimpani che superano in fragore tutto ciò che le circonda, inclusa la chitarra di Axel. Per fortuna, Johnny si contiene un po’ su “In The Air Tonight” (P. Collins), “Like a Child Again” (Mission) e sulla versione acustica di “Love Gun” (Kiss), dandoci modo di apprezzare i begli arrangiamenti che Pell si è inventato per queste canzoni, sopratutto quello di “In The Air Tonight”, sospeso tra atmospheric power e vigoria heavy metal, con al centro un bel break funky, ma resta il rammarico per quella che è stata in sostanza un’occasione sprecata. Canzoni tanto diverse pretendono approcci diversi, e impongono una versatilità che Johnny Gioeli ha dimostrato clamorosamente di non possedere, riuscendo – da solo – a rovinare mezzo disco all’incolpevole Axel.

Naturalmente, ho trattato qui di cover album “veri”, ma sappiamo bene tutti che in giro – sopratutto al giorno d’oggi – ci sono sterminate quantità di cover album sotto falso nome, dischi gabellati dai loro interpreti come opere originali che invece risultano composti di ricalchi spudorati e rendono alla perfezione il clima di disonestà intellettuale, ignoranza o disperazione (scegliete pure voi) in cui naviga una gran parte del rock contemporaneo. Bisogna allora riconoscere a chiunque si presenti con una raccolta di canzoni altrui con i titoli e gli autori dichiarati nero su bianco almeno una buona dose di correttezza: che questa basti però a rendere le raccolte suddette se non memorabili, almeno ascoltabili, è un altro paio di maniche.