RECENSIONI IN BREVE

 

HARD BLUES DEPARTMENT

THE UNION "Siren's Song"

I Thunder riveduti e corretti. Ma la nuova band di Luke Morley poteva mai essere qualcosa di diverso? I distinguo sono minimi. Luke si è trovato un altro cantante dalla voce simil Paul Rodgers ed ha abbassato un po’ il voltaggio generale del sound, iniettandoci dentro una dose maggiore di blues che porta inevitabilmente a paragoni con gli ultimi album dei Bad Company degli anni 70. Rispetto ai Thunder, mancano del tutto la vivacità, lo humor e la verve che Danny Bowes metteva sempre nelle sue interpretazioni. Il cantante Peter Shoulder si mantiene costantemente fra il grave ed il serioso, ma questo non è certo un difetto: dà soltanto un carattere molto diverso alla proposta di una band che, come i Thunder, sa fare bene il suo mestiere ma niente più di questo, anche per la cronica incapacità di Luke Morley di trovare soluzioni inedite, finendo per girare sempre attorno a quei soliti tre accordi che la sua chitarra macina imperterrita dai tempi di ‘Back Street Symphony’.

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Payola Records - 2011

 

HARD BLUES DEPARTMENT

LYNCH MOB "Sound Mountain Sessions"

E' solo un EP a quattro pezzi, ma contiene materiale per nulla trascurabile e che i fan dei Mob accoglieranno con piacere. "Slow Drag" ha un ritmo suadente e nervoso nello stesso tempo, saltellante e con retrogusto bluesy; "Sucka" viaggia su una ritmica serrata che si contrappone ad un refrain melodico, ha un bridge fatto di sciabolate di chitarra prima dell'assolo heavy metal; "World of Chance" comincia quasi come un voodoo blues ma sfocia in un ritornello elettrico e luminoso; "City of Freedom"  è un altro riff magistrale, con il canto disperato di Oni Logan sopra lo sfrigolare elettrico prima di un refrain fascinoso. In questa fase della sua carriera, George Lynch si sta muovendo con indifferenza tra il metal più classico e lo street rock, ma mi pare sia proprio in quest'ultimo ambito che la sua chitarra risulti sempre più convincente ed autorevole. A quando un nuovo album completo?

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Rat Pak Records - 2012

 

HARD BLUES DEPARTMENT

WHISKEY SIX "American grit"

Frugare incessantemente il sottobosco delle piccole band americane, come fa il vostro webmaster, porta sempre delle piacevoli sorprese. Questi Whiskey Six, per esempio. Come suonano? Prendete i Ratt dell’ultimo ‘Infestation’, fategli fare un bagno nell’acqua ragia e poi rotolateli nel fango ed avrete ‘American Grit’! Ma possiamo immaginare a tratti anche un eretico incrocio tra i Soundgarden ed i Tangier (su “One Last Time” e “As One”, entrambe cupe e fascinose) ed una versione più rough dei Little Caesar, per non parlare delle aperture melodiche in chiave country blues ruvide ed efficaci che spuntano su “Home” o di una limpida ballad tutta acustiche ed Hammond intitolata “Heartache”. Con un cantante che è una sorta di Chris Cornell più vellutato, i Whiskey Six meriterebbero più attenzione di quella che sicuramente avranno da un mercato ormai confuso ed iperinflazionato. Il CD è vendita sul loro sito, il downloading è disponibile su iTunes, CD Baby e Amazon.

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Whiskey Six - 2013

 

HARD BLUES DEPARTMENT

THE ANSWER "New horizon"

Ma per quanto tempo si può tirare avanti questo giochetto chiamato “retro rock”? Mi pare che ‘New Horizon’ (titolo assolutamente bugiardo), sia un passo indietro per i The Answer e la migliore dimostrazione di quale vicolo cieco sia questo ostinato – e ormai al limite dell’allucinante – riciclare l’hard rock degli anni ’70. I soliti riff prelevati dai dischi dei primi Led Zeppelin, Grand Funk Railroad, Hendrix e compagnia, il solito suono nasale e cavernoso delle Les Paul, gli arrangiamenti scarni per avere l’effetto vintage, una voce che spesso e volentieri rintrona con guaiti da indemoniato… In ‘Revival’ c’era una superiore cifra melodica, ‘New Horizon’ è invece un continuo, assordante pestare sodo, praticamente senza pause, qualche buona intuizione si perde nel furore filologico a cui i The Answer non sembrano volere rinunciare a nessun costo, tutti presi da un gioco che le cover band giocano di sicuro con molta più onestà.

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Napalm Records - 2013

 

HARD BLUES DEPARTMENT

SAMANTHA FISH "Black wind howlin'"

Carino, questo secondo album di Samantha Fish, chitarrista dalla bella voce (sul genere di Beyoncé), che ci serve quasi un'ora di blues elettrico proponendo variazioni in stile ZZ Top d'annata ("Miles To Go", serrata, percorsa da una slide sporchissima) o Cream (la title track, con i suoi lunghissimi assoli), un voodoo blues lento e minaccioso ("Go to Hell", cantata in duetto con Paul Thorn), southern rock da film western ("Sucker Born", che ha l'armonica ed un assolo di chitarra acido e distorto), un morbido slow spalmato di soul ("Over you"), le classiche dodici battute ("Who's Been Talking"), hard bluesy sempre stuzzicanti ("Lay It Down", potente, notturna, maliziosa; "Heartbreaker", con la sua slide abrasiva; il bel crescendo di "Foolin' Me"). La ballad country "Last September" piacerà solo ai patiti del genere "campagnolo americano", ma il resto non deluderà i fan del rock blues più canonico.

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Ruf Records - 2013

 

HARD BLUES DEPARTMENT

MISS ELIANA "Love affairs"

Questo esordio (almeno, credo che rappresenti l’esordio) della cantante italiana Eliana Cargnelutti ha una produzione competente ed un songwriting di discreto livello. “Miss E” è un retro rock scontato ma piacevole, “The Girl Who Hates Your Mama”, “Hard Texas” e “Distant Scents” sono rock blues canonici, il primo molto cool con una fiammata d’energia nel finale, il terzo caldo e cadenzato. Il funky “The Musician” vede all’opera nientemeno che la chitarra di Scott Henderson, “Dream” è elettroacustica, densa di chiaroscuri zeppeliniani, con un bel crescendo, molto suggestive le sfumature southern di “Too Busy”, inutile la cover di “Toys in The Attic” (cantata oltretutto non da Eliana ma da un tizio con una pronuncia inglese tutt’altro che impeccabile), carezzevole “Farewell”, prima acustica poi elettrica e molto anni ’70, e a chiudere la ballad “Violins”. Il vero punto debole di questo lavoro è la voce di Eliana, accattivante ma più adatta al blues tout court o al soul che al rock propriamente detto, per cui occorrerebbero altre tonsille.

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Videoradio - 2013

 

HARD BLUES DEPARTMENT

MOONSHINE "Moonshine"

Bello, proprio bello questo esordio dei Moonshine, band in cui spicca il veterano Derek Davis, voce dei redivivi (hanno da poco pubblicato un EP) Babylon A.D.. C’è il southern elettrico degli ultimi Lynyrd Skynyrd ma sopratutto quell’hard bluesy che ci ammaliò nei Big 80s grazie a band come Company of Wolves, Tattoo Rodeo, Johnny Law, Soul Kitchen, Dillinger, Delta Rebels, Graveyard Train, e da anni non riascoltavo su questi livelli. ‘Moonshine’ procede sicuro tra praterie e saloon, con il giusto corredo di slide, piano e armonica, ma senza mai dimenticare l’hard rock della Città degli Angeli, quello un po’ sleaze ed un po’ street che non certo per caso prende in più di un frangente (“Mama’s Kitchen Brew”, “Turn Me Around”, “The American Train”) nitide sfumature Babylon A.D. (quelli del secondo, più ruvido album, ‘Nothing sacred’). Il songwriting è costantemente di altissimo livello, Derek è sempre in gran forma, i chitarristi sanno il fatto loro, la produzione (firmata dall’ex Van Halen Michael Anthony) è competente, il suono eccellente: molto difficile che quest’ anno qualcuno riesca a fare di meglio nell’ambito dell’hard blues yankee di stretta osservanza ottantiana.

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Perris - 2014

 

HARD BLUES DEPARTMENT

DIESEL "Into the fire"

Se avete perso da un po' i contatti con la voce di Robert Hart, l'ascolto di questo album potrebbe costituire per voi una grossa sorpresa. Il quasi-sosia di Paul Rodgers è diventato una specie di Jimi Jamison più rauco e profondo, assolutamente irriconoscibile dal cantante che fece credere a più di un giornalista messosi all'ascolto del promo di 'Company of strangers' che i Bad Company fossero tornati alla line up originale. Peccato... eppure, anche in questa nuova versione scartavetrata, la voce di Robert Hart resta fascinosa e convincente, un plus decisivo per le dodici canzoni che compongono l'esordio del nuovo moniker Diesel, che vede Robert fare società con la chitarra solista degli FM, Jim Kirkpatrick. I Bad Company sono l'ovvio punto di riferimento per il songwriting, con altrettanto ovvie sfumature FM e qualche puntata in direzione vecchi Whitesnake, per un risultato finale molto brillante nobilitato da un sound pulito, policromo e intenso, che rilegge il patrimonio di riff e melodie della band di Mick Ralphs attraverso il filtro di una produzione cromata in puro stile anni '80. 'Into the fire' è senza dubbio uno degli album hard blues più interessanti dell’anno: uscirà il 23 maggio.

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Escape - 2014

 

HARD BLUES DEPARTMENT

MOTHER ROAD "Drive"

Sintetizzando quest’album tramite le percentuali dei suoi ingredienti, si ottiene una cosa del genere: 70% di Bad Company, Free, Mott The Hoople; un 15% di Led Zeppelin; un ulteriore 15% di Deep Purple e Whitesnake. Descritto così, ‘Drive’ sembra il solito pastone retro rock a base di chitarre dal suono lercio suonate da svedesi addobbati come hippy, e invece no. Perché gli ingredienti di cui sopra sono stati cucinati secondo la ricetta di big sound dei mai abbastanza compianti Tangier: produzione lussuosa in puro stile anni ’80 e timbriche limpide, scintillanti, cromate. Certo, l’originalità non abita da queste parti ed il songwriting è un po’ meno ispirato rispetto al contemporaneo (e analogo per quanto riguarda le fonti d’ispirazione) album dei Diesel di cui potete leggere più sopra, ma il risultato finale resta di alto livello, con Keith Slack (Steelhouse Lane) che passa con disinvoltura da vocals calde e intense alla Paul Rodgers al planteggiare più sfacciato ed il guitar player Chris Lyne (che militò nei tutt’altro che malvagi Soul Doctor, e qui opera anche in veste di produttore) eccellente sia nella fase ritmica che in quella solista. Se solo il retro rock fosse sempre fatto così…

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AOR Heaven - 2014

 

HARD BLUES DEPARTMENT

JEFF LABAR "One for the road"

Curioso, questo esordio da solista del chitarrista dei Cinderella Jeff LaBar. Dura soltanto ventisei minuti (è un album, allora? O dobbiamo considerarlo solo un EP?), comincia e finisce benissimo con “No Strings” e “One For The Road”, hard rock bluesy che non avrebbero sfigurato su ‘Still Climbing’, ma il resto? Ci sono due strumentali per chitarre acustiche, “Muse” e “Ode to Page”, il primo brevissimo, il secondo un dichiarato omaggio al suo collega dei Led Zeppelin, molto ben fatti ma che lasciano un po’ il tempo che trovano, una power ballad discreta, “Hello or Goodbye” e due pezzi di heavy metal americano: il primo, “Asking for a Beating”, mortalmente noioso e per giunta inutilmente lungo; il secondo, “Nightmare on My Street”, più californiano e vivace nel riffing, tra Y&T e Twisted Sister. Jeff si disimpegna bene al canto, alla chitarra lo accompagna il figlio Sebastian, di recente visto all’opera con gli ottimi Mach 22, ma questo ‘One for the road’ appare più che altro un assemblaggio veloce e confuso di materiale eterogeneo e di qualità fin troppo altalenante.

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Ratpakrecords - 2014

 

HARD BLUES DEPARTMENT

GHOST RIDERS "Fortune teller"

Creatura dell’ex Outlaws Steve Grisham, i Ghost Riders erano (oppure sono, non so se siano sempre in attività) pura goduria sonica per gli amanti del southern rock più classico, ricapitolandone in questo loro esordio tutti i volti, da quello epico/romantico (“Roots”, “Shotgun Run”, “Ballad of the Ghost Rider”) a quello più imparentato con il country & western (“There Goes Another Love Song”, “Whiskey Drinkin’ Woman”, “I Want The Blues Tonight”) ed il blues (“Handy Man”, la title track), passando per qualche divertimento da saloon (“Gone South”, “G.R.I.T.S.”) ad una track notturna ed insinuante come “Song For The Angels”. Di ‘Fortune Teller’ esistono due edizioni, la seconda uscì nel 2008 ed ha una canzone in più, intitolata “100 Proof

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Sound Knowledge Rec. - 2003

 

HARD BLUES DEPARTMENT

FM "Heroes & villains"

La novità in questo nuovo album degli FM sta in una ritrovata vena anthemica, che in diverse circostanze porta la band di Steve Overland più vicina ai territori dell’hard melodico pur senza il venir meno dell’ormai tradizionale vena soul blues. Ci sono diversi acuti: l’iniziale “Digging Up The Dirt”, “Cold Hearted” e “I Want You” che riavvicinano gli FM – come detto – all’arena rock, le architetture sofisticate di “Big Brother”, la delicata ballad elettroacustica “Walking With Angels”; il resto ricade nella categoria della “routine competente” tipica di chi ha un sound caratteristico ed è capace di girarci attorno senza ripetersi in maniera sfacciata ma neppure è sempre in grado di trovare il riff o il ritornello capace di far saltare l’ascoltatore dalla sedia. Comunque, un ottimo album e certamente non un prodotto only for fans.

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Frontiers - 2015

 

HARD BLUES DEPARTMENT

SKIP ROCK "Take it or leave it"

Molti anni fa c’era un’altra band tedesca  (The Waltons era il moniker) che faceva quello che gli Skip Rock pretenderebbero di aver inventato oggi: la contaminazione tra country e metal. Come tutti gli ibridi contro natura, anche questo non sempre dà buoni frutti: se a volte si dirige semplicemente in direzione southern rock, più spesso la componente metal prende con decisione il sopravvento ma quando è il country a venire fuori, tutto viene rovinato dalla voce del singer Marc Terry, tronfia, rauca e con un tremendo accento da crucco che trasforma una canzone già pericolosamente in bilico sulla soglia del ridicolo come “Jesse James” nella caricatura involontaria di un tema da colonna sonora di telefilm western anni ‘50 (per inciso, proprio il genere di cosa per cui i tedeschi vanno pazzi…). Messo tutto questo assieme, mi pare di poter vaticinare con una certa sicurezza che difficilmente gli Skip Rock troveranno seguaci fuori dalla loro terra natale.

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Streetdog Records - 2015

 

HARD BLUES DEPARTMENT

ASPHALT BALLET "Asphalt Ballet"

Band di discreta caratura questi Asphalt Ballet, caratterizzati da un sound che ricapitolava quanto andava per la maggiore in campo hard rock in quel 1991 che ne vide l’esordio, con una certa preferenza per le atmosfere street rock di marca Guns N’ Roses, ma in un contesto meno ispido e con le tastiere che intervengono frequentemente dando colore e spessore alle canzoni. Bella la cifra melodica straniata di “Tuesday’s Rain”, con il suo arrangiamento policromo, su “Unlucky Mr. Lucky” sembrano dei Crüe incarogniti mentre “End of My Rope” è un boogie metallico con tanto di ottoni (veri) e pianoforte. Molto belle le atmosfere southern alla Black Crowes di “Heaven Winds Blow” (grande refrain) e “Wasted Time”, mentre “Taking a Walk” suona decisamente selvatica eppure spettacolare alla maniera dei Kik Tracee o dei Love/Hate. Se “Hangman Swing” richiama alla memoria i Jetboy (che ritmo…), “Blue Movie” si rivela bluesy e notturna ma nello stesso tempo vigorosa e beffarda con tanto di rifiniture di sax. Decisamente, un album da recuperare.

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Virgin - 1991

 

HARD BLUES DEPARTMENT

RENEGADE CREATION "Renegade creation"

Considerata la statura dei quattro luminari coinvolti nel progetto (nientemeno che Michael Landau, Robben Ford, Jimmy Haslip e Gary Novak), avevamo senza dubbio il diritto di aspettarci qualcosa in più di quanto ci è stato servito, che si riduce ad un misto abbastanza scontato di hard settantiano e blues accademico solcato da improvvisi sprazzi di sperimentazione fusion. “Renegade Destruction” sembra uscita dal songbook dei Chickenfoot, “The Darkness” è uno slow apprezzabile, salvo per il fatto che l’abbiamo già sentito forse mezzo miliardo di volte. Belle le atmosfere jazzate e rarefatte di “Peace” (solo strumentale) e le sofisticate trame bluesy tessute di un suggestivo intreccio di assoli di “Who Do You Think You Are”, mentre “Where The Wind Blows” fa il verso ai Cream e lascia davvero il tempo che trova. “Brother” chiude con un altro strumentale, impostato stavolta su coordinate prog/jazz che fanno (ovviamente) a pugni con tutto quanto abbiamo ascoltato prima. La musica non cambierà su ‘Bullet’, di due anni successivo, confinando i Renegade Creation nel limbo delle grandi occasioni perdute, almeno per chi ritiene che in campo blues si possa ancora fare del nuovo.

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Blues Bureau - 2010

 

HARD BLUES DEPARTMENT

JON BON JOVI "Blaze of glory"

Non venne apprezzato granché all’epoca della sua uscita e non mi pare che il primo disco solo di Jon Bon Jovi sia stato rivalutato nel tempo. Cosa precisamente si imputasse a ‘Blaze Of Glory’ non è mai stato del tutto chiaro, a seconda dei gusti del recensore di turno l’album era troppo cromato e metallico oppure troppo country & western. A me, ‘Blaze of Glory’ è sempre apparso come una replica in stile più root di ‘New Jersey’, composto di canzoni apprezzabili ma non superlative: la title track fa indubbiamente il verso a “Wanted Dead or Alive” in un contesto un po’ più southern, “Never Say Die” e “Bang a Drum” springsteeneggiano benissimo, ma il top sono i chiaroscuri dell’hard rock “Justice In a Barrel”, il resto non è brillante come quello che avevamo ascoltato su ‘New Jersey’ o ascolteremo su ‘Keep The Faith’, ma neppure da buttare via. Insomma: un titolo minore, non proprio only for fans ma quasi.

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Vertigo - 1990

 

HARD BLUES DEPARTMENT

DELTA DEEP "Delta Deep"

Il progetto hard blues di Phil Collen risulta fin troppo convenzionale: nessuno sforzo da parte del chitarrista dei Def Leppard di uscire fuori dai cliche del genere, e quest’album non meriterebbe di essere segnalato fra il mare magnum di uscite del settore se non fosse per la bellissima voce di Debbi Blackwell-Cook, sempre al microfono da sola o in duetto con Phil e gli ospiti David Coverdale e Joe Elliot. Tra blues elettrico e hard rock settantiano, l’album procede in maniera gradevole e se la cover di “Mistreated” non riesce sonnolenta o tediosa il merito è di Debbi, che su questa canzone sovrasta un Joe Elliot completamente fuori contesto. ‘Delta Deep’ è consigliato, in definitiva, soprattutto a chi ama le grandi voci femminili rock blues.

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Proper W/S - 2015

 

HARD BLUES DEPARTMENT

NOISY MAMA "Everybody Has One"

Fratelli consanguinei dei Kix questi Noisy Mama: stessi padri spirituali, gli AC/DC; stessa voglia di trapiantare quel rifferama secco e potente in un terreno meno piatto, più colorato rispetto a quello che battono in genere gli australiani più famosi del rock. Nel caso dei Noisy Mama, più sleaze, non tendente all’anthemico o al party rock rispetto ai Kix, con qualche bella divagazione bluesy/R’n’R (l’iniziale “Heart of Stone”, “Daddy Long Legs”, “Little Brown Jug”) sporca alla maniera dei Faster Pussycat o dei Jetboy, un vero e proprio slow blues (“Million Miles”) nello stesso tempo scanzonato e fascinoso, una power ballad elettroacustica (“Long Way Home”) sensibile e molto Cinderella. ‘Everybody Has One’ non è mai stato ristampato ma gira fra gli usati a pochi dollari, ed il rapporto qualità/prezzo risulta davvero altissimo.

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ATCO - 1991

 

HARD BLUES DEPARTMENT

JESSE DAMON "Southern Highway"

Tranquilli, Jesse Damon non si è buttato nel retro rock (o nel country rock, come sembrano minacciare i comunicati del suo sito web), ‘Southern Highway’ è fatto del solito hard melodico scintillante con cui Jesse ci delizia dai tempi dei Silent Rage, sempre splendidamente prodotto da Paul Sabu (segnalo un netto miglioramento della qualità audio rispetto a ‘Temptation in The Garden of Eve’) ma con arrangiamenti più bluesy del solito, un po’ alla maniera dei Dillinger o dei Tattoo Rodeo o dei Tangier di ‘Stranded’: piano boogie, qualche chitarra slide, ma la matrice resta più o meno quella che conosciamo, condita di timbriche brillanti ed atmosfere anni ’80. Il songwriting è, come al solito, stellare, e ‘Southern Highway’ prenota fin d’ora un piazzamento altissimo nella top ten delle uscite melodic rock del 2016.

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On Fire records - 2016

 

HARD BLUES DEPARTMENT

STEFAN BERGGREN "Stranger in a Strangeland"

Con la sua bella voce simil Coverdale, Stefan Breggren si è prestato più e più volte a fare da controfigura/surrogato in band che tentavano (più o meno scopertamente) di riempire il vuoto lasciato nell’hard blues dagli Whitesnake dopo il trasferimento negli USA. E che quel ruolo, a Stefan, stia tutt’altro che stretto lo prova ad usura questo suo esordio solista, evocante senza imbarazzo atmosfere e stilemi dei vecchi Whitesnake e dei Deep Purple Mk IV, con un paio di derive in direzione Uriah Heep che non giungono certo a sorpresa considerato il recente sodalizio di Stefan con Lee Kerslake. ‘Stranger…’ è in linea di massima un album nient’affatto tirato, anzi risulta spesso piuttosto rilassato, con un suono caldo e ricco (ovviamente) di rifrazioni bluesy e soul. Il songwriting è di buon livello pur senza strabiliare ma il vero plus rispetto a tante produzioni dello stesso genere sta nella voce di Stefan, almeno per chi ama tutto quello che il serpens albus ha realizzato prima del 1987.

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Pride & Joy Music - 2016

 

HARD BLUES DEPARTMENT

HAND OF DIMES "Raise"

Questi Hand of Dimes sono la nuova band di Neville McDonald, singer degli Skin, ‘Raise’ è il loro primo album e che album… Non mi aspettavo granché da McDonald dopo il mezzo fiasco dell’ultimo disco degli Skin, invece ‘Raise’ è proprio l’album che la sua ex band non è riuscita a fare dopo l’eccellente esordio: caldo, bluesy, con parti di chitarra davvero stuzzicanti, tramato di melodie intense e drammatiche, prodotto benissimo. ‘Raise’, per me, è uno degli highlighs dell’anno che s’avvia alla conclusione nel settore dell’hard rock più blues che mantiene un deciso flavour anni ’80.

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Coda Recordings - 2016

 

HARD BLUES DEPARTMENT

BONEYARD DOG "Bluesbound Train"

Quest’anno abbiamo già ascoltato parecchie cose interessanti in ambito hard blues, ma per chi ama il genere fatto però alla maniera degli anni ’80, questo esordio dei Boneyard Dog è assolutamente imperdibile. La band è nuova ma i suoi componenti sono tutti o quasi professionisti navigati: se il chitarrista gallese Davy Kerrigan non è conosciutissimo, in compenso dietro il microfono c’è il bravo Rob Mancini (Hotwire, Crush, Scar For Life), alla batteria Ron Wikso (Foreigner, Cher, Richie Sambora), alle tastiere nientemeno che l’ex Rainbow Tony Carey mentre le parti di basso sono state distribuite fra vari ospiti, tra cui Marc Lynn (Gotthard) e Neil Murray. Come suonano? Mescolate e impastate i Bad Company più drammatici (quelli di “Evil Wind” e “The Sky is Burning”), il southern rock di Lynyrd Skynyrd e Outlaws, tutto l’hard bluesy più fascinoso dagli Whitesnake in giù con qualche occasionale deriva verso il funky ed il metal californiano, avvolgete il tutto in una produzione brillante, calda e limpida come quella che avevano i Tangier del primo album e cosa avrete? Una bomba! Gli Inglorious sono stati eccellenti ma hanno fatto un album più hard rock che blues, gli Absolution idem (potete leggere la mia recensione sul numero 49 di Classix! attualmente in edicola), però il loro punto di riferimento nel sound sono gli anni ’70: ‘Bluesbound Train’ sembra schizzato dritto dagli anni ’80, dall’epoca di Tangier, Cinderella, Dillinger e Regulators: se amate quel genere di alchimie sonore, non potrete farne a meno.

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AOR HEAVEN - 2016

 

HARD BLUES DEPARTMENT

LAURA COX BAND "Hard Blues Shot"

Quasi non varrebbe la pena di sprecare inchiostro virtuale per scrivere di questi francesi, ma la Laura Cox Band funziona così bene come esempio (e un fulgido esempio) della mediocrità imperante, riassume in maniera tanto perfetta la quasi globalità della scena classic rock attuale che è praticamente impossibile non dedicarle qualche riga. Cosa abbiamo, qui? Una bella gnocca sulla copertina (su questo non si discute), la Laura suddetta che imbraccia una Les Paul d’ordinanza (Les Paul=classic rock, ormai è diventato un assioma… per la felicità della Gibson e, suppongo, lo scorno della Fender che però si rifà con le Telecaster obbligatorie per chi bazzica la scena alternative/punk) mettendo in mostra il suo notevole personale. Peccato che le qualità estetiche non riflettano quelle canore: la voce di Laura Cox è anonima e tecnicamente non certo impeccabile. La musica della sua band è il solito impasto riciclato di una quarantina d’anni di rock più o meno duro, dagli AC/DC ad Alanis Morrissette il saccheggio è totale, la personalità zero. Ma la ragazza è una specie di stella su YouTube (ha caricato 59 video che hanno totalizzato 47 milioni di visualizzazioni) ed ha un follow di 140.000 like su Facebook e allora, chi volete che si azzardi a criticare le sue performance canore e commentare con un bel pernacchione questa sublime opera prima, mettendosi in rotta di collisione con i 140.000 sordi e/o fessi che le hanno dato i like su FB? Solo il vostro webmaster, pare, che degli indici di popolarità su FB e affini se ne strafotte e non teme di urlare a squarciagola “il re è nudo!” o spingere la lingua tra le labbra convenientemente umettate e soffiare forte e chiaro il suo pensiero riguardo l’esordio della Laura Cox Band.

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Verycords - 2017

 

HARD BLUES DEPARTMENT

MICK McCONNELL "Under My Skin"

Questo disco sembra tagliato su misura per tutti quelli che (come me) hanno sempre trovato il rock blues di Chris Rea troppo languido (o addirittura soporifero) per i loro gusti, pur riconoscendone le potenzialità a livello di songwriting. Mick McConnell fa praticamente le stesse cose di Chris Rea, ma senza rivestirle di quella sgradevole patina di gelo asettico che il suo connazionale riesce a spandere anche sulle schegge più infuocate (almeno nelle intenzioni) del proprio repertorio. Il songwriting è brillante, gli arrangiamenti vari, la produzione di gran livello, qua e là vengono aggiunte piacevoli sfumature southern o funky e, dulcis in fundo, Mick canta con una voce bellissima, rauca e vellutata, che pare la fusione perfetta delle ugole di Rod Stewart e Paul Shortino. In definitiva, ‘Under My Skin’ è fatto proprio di quel genere di rock blues cromato e ad alto tasso di inquinamento melodico che anche il fan dell’AOR trova irresistibile.

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Stuff Music Records - 2017

 

HARD BLUES DEPARTMENT

TEQUILA SUNRISE "Last Day With You"

La mia sensazione che in Svezia le buone band (ma quelle davvero buone) non durino mai è forse più di un sospetto o un pregiudizio personale. Pensate ai Great King Rat (per me, la miglior band svedese che l’hard rock aborigeno abbia mai espresso) o a questi Tequila Sunrise, dalla storia discografica aggrovigliata e nebulosa ma comunque brevissima, dato che dura appena tre album, e gli ultimi due sono praticamente lo stesso disco, salvo per il titolo ed una canzone in più in questo ‘Last Day With You’. Come suonavano? Immaginate dei Bad Company con timbriche delle chitarre più ruvide, una vena funky a tratti più accentuata ed un cantante che era una sorta di Paul Rodgers dalla voce strascicata e magari un po’ lamentosa. La loro musica non era un ricalco insulso, piuttosto un ispirato procedere lungo i sentieri che aveva tracciato la band di Mick Ralphs, e se amate quel rock a volte pigro e solare, altre epico come un vecchio western di John Ford, i Tequila Sunrise hanno molto da offrirvi.

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BIBA Records - 2011

 

HARD BLUES DEPARTMENT

SNAKEWATER "Ain't No More Room in Hell"

Britannici, al secondo album, questi Snakewater fanno un hard rock bluesy e potente che ha molti  punti di contatto con le stesure più sanguigne dei Little Caesar. “Freedom at Last” è una cavalcata old style piena di citazioni ben ambientate, la title track un’interminabile slow al confine dello stoner degno della Blindside Blues Band, con un ritmo Sabbathiano magicamente in bilico tra la marcia funebre e la danza di guerra, “Girl With the Red Dress On” e “Heaven Holds a Place for You” sono ballad (la prima elettrica, la seconda acustica) dai begli umori yankee, “Keep Fallin” si realizza nel magnifico contrasto fra il riffing ipnotico dei versi ed il furore zeppeliniano del refrain, “Winter in June” tira in ballo ottimamente i Guns N’Roses dei due ‘Use Your Illusion’. Più che da una copertina iconograficamente adatta solo ad una band epic metal, temo verranno penalizzati dalla scelta dell’autoproduzione che limiterà per forza di cose la diffusione di un prodotto di ottima fattura.

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Bobbygrantmusic - 2017

 

HARD BLUES DEPARTMENT

RIVERDOGS "California"

Dopo quell’album approssimativo e raffazzonato che è stato ‘World Gone Mad’ non mi aspettavo molto dai Riverdogs, invece questo nuovo (ma nuovo per davvero, stavolta) ‘California’ si è rivelato lavoro di buona caratura, non sullo stesso piano dei primi due dischi ma capace in più di un frangente (il ritmo bluesy e ipnotico di “Something Inside”, le delicate nuance tex-mex di “The Heart Is A Mindless Bird”, le cadenze nello stesso tempi gravi e lievi di “Welcome To The New Disaster”, il delicato palpitare di “Ten Thousand Reasons”, l’intensità maliziosa di “Catalina”) di distillare quel rock fatto di chiaroscuri ammalianti che ci sedusse ai tempi di ‘Riverdogs’. Qualche track lascia il tempo che trova ed il suono è asciutto ed essenziale, ma ‘California’ è comunque un prodotto sopra la media di una band mai lodata quanto avrebbe meritato.

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Fontiers - 2017