RECENSIONI IN BREVE

 

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FOREPLAY "First Licks"

Non c’è poi molto da dire riguardo questi Foreplay. Campionavano senza molta fantasia Quiet Riot, Crüe, Dokken, Keel, Bryan Adams aggiungendo qualche infiocchettatura melodica prevalentemente di marca Journey. Riff elementari, cori orchestrati col minimo sforzo e registrati non proprio impeccabilmente, un suono che vorrebbe essere cromato ma spesso e volentieri è solo rumoroso, interventi di tastiere molto saltuari e piuttosto insignificanti, una produzione dal sapore artigianale che tradisce infallibilmente l’appartenenza della band alla scena indipendente. Insomma, ‘First Licks’ è un prodotto trascurabile, e più di tanti meritevole di oblio.

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Big Time - 1985

 

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BRAD DARRID "Brad Darrid"

Il tempo si era fermato al 1990 o giù di lì per Brad Darrid, che pubblicò questo primo (e unico?) album nel ’97, troppo tardi perché il suo rock robusto, potente e mai troppo brusco, levigato per scivolare fluido sulle onde delle radio FM (radio che però, nel 1997, trasmettevano ben altra roba, almeno negli USA) ma niente affatto patinato, potesse riscuotere il minimo successo con la sua ben calibrata miscela di Bryan Adams, John Waite, Mitch Malloy et similia. Prodotto da Paul Laine, ‘Brad Darrid’ offriva un songwriting di buon livello seppure non strabiliante. Un titolo minore, insomma, ma chi ama quel certo genere di rock yankee praticato dagli artisti di cui sopra, dovrebbe concedergli almeno un ascolto.

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Escape - 1997

 

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THIRD EDGE "T.I.M.E."

Naturalmente, avrei dovuto scrivere di questo secondo album dei Third Edge quando è uscito, molti mesi fa, ma sapete com’è… Pensavo che c’avrebbe pensato qualcun altro, che qualcuno si sarebbe accorto della pura magnificenza di ‘T.I.M.E.’ e gli avrebbe reso quanto meritava. Ma dopo quasi un anno, non ci sono recensioni, in nessuna lingua e ‘T.I.M.E.’ rischia di scomparire nel limbo e non deve, perché è un album formidabile, uno dei più belli che l’hard melodico made in USA ci ha regalato nel 2016, completamente fuori dall’ortodossia scandinava contemporanea. Punti di riferimento: i Rush più melodici, quelli di fine anni ’80, i Tall Stories del primo album, tutto il rock che Mike Slamer ha fatto sotto i suoi vari moniker, certi lavori solisti di Gary Hoey, con saltuarie trasfusioni di atmosfere zeppeliniane ed una canzone che non si può definire altro che uno strepitoso southern rock OGM. Consigliato a tutti, ma in particolare a chi è allergico alla monotonia melodica made in scandinavia: negli USA si fa ancora l’AOR e molti sanno farlo benissimo, come nessuno (deve ancora arrivare la band svedese o norvegese che può convincermi del contrario…) nel Nord Europa è capace.

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Third Edge Limited - 2016

 

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DION BAYMAN "Don't Look Down"

Altro bell’album uscito nel 2016 di cui praticamente nessuno si è accorto è questo ‘Don’t Look Down’ di Dion Bayman, stavolta made in Australia. Un lavoro di ottima caratura, AOR hard edged con una leggera impronta moderna ed un sound che impasta (e molto bene) le trame melodiche di Unruly Child e Harlan Cage. La resa fonica è ottima, la produzione accurata: se Bayman si fosse affidato a qualche label per la distribuzione e la promozione invece di fare tutto da solo, forse ‘Don’t Look Down’ avrebbe avuto tutta la rinomanza che merita.

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AUTOPRODUZIONE - 2016

 

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VIANA "Viana"

Debutto solista per il chitarrista italiano Stefano Viana, un progetto (pare) lungamente covato che ha trovato infine realizzazione pratica nel 2016 grazie alla produzione di Alessandro Del Vecchio (qui anche cantante, nonché coautore con Viana di tutte le canzoni) ed alla partecipazione del suo team di musicisti di fiducia. Dieci schegge di hard melodico molto elettrico (fa eccezione solo la ballad “That Place With You”) e molto classico, a cui Del Vecchio ha dato spesso una vigorosa impronta arena rock. Un esordio ben riuscito.

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Street Symphonies Records - 2017

 

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JESSIE GALANTE "Show Must Go On"

Jessie Galante ha inciso poco ma ha sempre avuto un'intensa attività live e nel nostro genere viene ricordata per essere stata la cantante di quei Fire che furono una delle migliori band rimaste senza contratto nella California AOR dei bei tempi andati. Questo nuovo album è stato inciso con una pattuglia stellare di musicisti (solo per fare due nomi: Marc Ribler e Rob Bailey alle chitarre) ed è un lavoro dal sound multiforme, cangiante, che Jessie cavalca sempre autorevolmente con la sua notevole voce alla Tina Turner (in una versione più acuta e pulita), passando con straordinaria nonchalance dal funk molto acido di “Diamond in The Sky” alle sonorità moderne di “Dreamer”  e “Remains Of The Day”, dallo slow blues con belle fiammate elettriche “More Like Love Divine” all’AOR hard edged di “Drown”, dall’hard rock rauco e anni ’70 di “Mamma Said” ad una divina ballad intitolata “Nights In White Satin”, che sboccia fatata e suggestiva e sale in gloria verso orizzonti pomp e orchestrali.

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Tarzan Music - 2017

 

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BIG ATLANTIC "Tempered"

La quadratura del cerchio tra rock classico e moderno? Di certo, questo ‘Tempered’ è un buon inizio. I Big Atlantic passano con indifferenza dal passato al presente, così che in una canzone sembrano una versione asciutta dei The Answer (in genere, quelli più zeppeliniani) nella successiva sparano combinazioni ritmico/melodiche tipiche degli Shinedown o dei Nickelback. Opportunismo, cerchiobottismo o sincero desiderio di mettere d’accordo due mondi piuttosto restii a rivolgersi la parola? Comunque, un album interessante e, in un certo senso, anche coraggioso.

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Autoproduzione - 2017

 

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RICHARD GRIECO "Waiting For The Sky to Fall"

Album di AOR molto patinato questo ‘Waiting for the sky to fall’, unica esperienza musicale dell’attore e modello Richard Grieco. Songwriting di altissimo livello (tra gli autori c’è pure Mark Spiro) e produzione raffinata con il plus del contributo alla chitarra di un luminare come Tim Pierce. C’è un sovrappiù di ballad (tutte eccellenti, però) e alcune belle fiammate di energia (“Please Let It Rain”, “Voice With No Name”, “Borrowed Time”, “Anything For You”, “Crying In The Street”) in cui la voce del Nostro non si esalta del tutto: pur avendo un bel timbro accattivante (come un Jon Bon Jovi più rauco e profondo) difetta un po’ in potenza e volume. Comunque, un album pregevole.

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edel - 1995

 

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LINDSY SAYS "Heaven's Vanity"

Moderno, ma non del tutto. Fra i soliti punti di riferimento per quanto riguarda l’attualità (Nickelback, Shinedown), vengono inserite più tradizionali alchimie del rock melodico (Bon Jovi, certo metal californiano tra – diciamo – i Crüe ed i Love/Hate). Il songwriting è brillante e la voglia della band di non passare per semplici cloni di entità in voga risulta evidente. Potrebbero avere un grande futuro, anche se la scelta dell’autoproduzione limita per ora le ambizioni di una band sicuramente da tenere d’occhio.

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Autoproduzione - 2017

 

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WARRANT "Louder - Harder - Faster"

Un mezzo passo indietro, ‘Louder Harder Faster’? Sì, se lo paragoniamo a ‘Rockaholic’. Questo nuovo album è un ottimo lavoro di hard rock americano sul versante dello street anni ’80, con richiami più forti rispetto al passato a quanto fatto dai Lynch Mob e la solita, piacevole vena party rock. Se dovessi dargli un voto, come facciamo a Classic Rock, si prenderebbe un bel 7. Ma ‘Rockaholic’ – di cui potete leggere la recensione seguendo il link – si sarebbe meritato un 9. Cos’è successo? Semplice: per questo nuovo album, dietro il banco del mixer si è seduto Jeff Pilson, mentre ‘Rockaholic’ l’aveva diretto quel genio della produzione che risponde al nome di Keith Olsen. Ed i Warranti, ieri e oggi, hanno sempre avuto bisogno di grandi produttori (Beau Hill fu il loro regista sui primi due album) per eccellere e salire quel gradino che separa un buon disco da un grande disco.

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Frontiers - 2017

 

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UNDER FIRE "Flame"

Non soverchiamente originale il materiale che gli Under Fire presentavano su questo loro primo ed unico (da quel che so) album, ma sempre godibile. Si saltabecca piacevolmente fra Bon Jovi e Stryper, Autograph e Baton Rouge, Alias e Zebra, White Sister e Haywire, con una produzione articolata che gestisce molto bene le atmosfere mutevoli fra una canzone e l’altra, begli impasti vocali e gran spiegamento di keys quando serve. Uscito nel tremendo 1991 negli USA e qualche anno dopo in Europa, ‘Flame’ purtroppo era un gran bel disco nato morto. Sicuramente da recuperare.

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Skyline Records - 1991

 

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NEWMACHINE "Karma"

Notevole, questo esordio dei Newmachine, band americana con una line up che comprende un paio di reduci da formazioni più o meno note come Bulletboys e The Regulators, dedita ad uno street rock metallico totalmente anni ’80 che ha come punto di riferimento i Lynch Mob e – in misura decisamente minore – L.A. Guns (era ‘Cocked And Loaded’) ed i Babylon A.D. di ‘Nothing Sacred’. La qualità delle canzoni è veramente alta, la produzione (del veterano Howard Lindeman) risulta precisa e ficcante: in definitiva, ‘Karma’ è una delle migliori esercitazioni sul tema dello street che abbia sentito da anni a questa parte: se le band sopracitate sono fra le vostre preferite, i Newmachine hanno sicuramente molto da offrirvi.

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HighVolMusic - 2017

 

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THE BLITZ "Get It On"

Mega rarità disponibile solo su LP fino a quando non venne ripubblicato dalla Retrospect nel 2006, questo unico album dei The Blitz era un' efficace anche se non indispensabile trattato di arena rock elementare e diretto, con la band di Tim Pilz (cantante dalla tipica vocetta acuta, penetrante ma non fastidiosa) ad inseguire principalmente i campioni assoluti del metal da spiaggia, gli Autograph, corretti a volte con una punta di Crüe d’annata per un risultato generale che richiama quanto di lì a due anni faranno i molto più fortunati Slaughter. Tastiere presenti quanto basta in fase di rifinitura, riverbero a camionate come era d’uso all’epoca, produzione e resa fonica accettabili. Il meglio, nella title track e in “Take Me to the Top” e “I Need Love”, piacevolmente anthemiche, ma tutti questi trentacinque minuti scarsi di musica riusciranno graditi ai fan del metal ultramelodico made in California.

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SSP Records - 1988

 

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LOVE 'N REVENGE "Karma"

I Love ‘N Revenge di Damon Kelly (già singer e leader dei Rockarma) arrivano al secondo album con questo ‘Karma’ (il riferimento  alla band di cui sopra è ovviamente tutt’altro che casuale), proseguendo lungo la strada di un metal californiano nient’affatto brusco e ad altissimo grado di inquinamento melodico. Ratt, Crüe, Autograph, Quiet Riot, Slaughter, Kix, Def Leppard vengono shakerati piacevolmente lungo le dodici canzoni che compongono l’album per un risultato finale senza dubbio piacevole per chi ama l’hard melodico nato a L.A. nei Big 80s. L’unico vero punto debole di ‘Karma’ sta nella voce imbalsamata del cantante: il genere richiede ugole viziose, raspose, o comunque dotate di una certa personalità, e il canto stile carillon di Kelly rischia costantemente di disinnescare canzoni che vivono comunque di luce riflessa.

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Kivel - 2017

 

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JULIET "Juliet"

Band internazionale, questa raccolta sotto il nome di battesimo della cantante. Lei dovrebbe essere belga, il chitarrista e produttore Steven Keusch tedesco come il resto della band (anche se nutro dubbi riguardo la lead guitar Pete Sorrentino). Comunque, ‘Juliet’ era un album discreto con più di un highlight: il riffing nervoso e pulsante di “Love Is War”, le atmosfere molto Van Halen (sia pur in versione Bulletboys) di “Soul Shaker”, le sfumature western alla Bon Jovi di “Habitual Things”. Il problema era la voce di Juliet: pur essendo abbastanza potente e dotata di una certa tecnica, possedeva una timbrica che (a me, almeno) risulta non del tutto accattivante. Comunque, un prodotto per nulla disprezzabile.

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Shark Records - 1993

 

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HEADMASTER "The Kids Said Rock"

Di nuovo disponibile grazie ad Amazon per il download, questo unico album degli Headmaster (creatura dell’ex Bronz Chris Goulstone) è stato una costosa (i CD vanno via a cifre sui 100 euro) rarità per molto tempo. Uscito nel 1992, ‘The Kids Said Rock’ era fatto di un hard rock melodico sofisticato, ma coniugato in una forma per nulla “appariscente”, con un songwriting che spesso cerca di scansare l’ovvio ma senza uscire dal seminato. Le coordinate sonore di queste canzoni generalmente brevi (a volte sotto i canonici tre minuti) sono quanto mai varie, si passa dai Journey in versione funky di “Fade Away” al clima alla Joan Jett di “One More Try”, dall’FM rock stile John Waite di “Rock ‘N’ Roll Cat” alle atmosfere Bad Company di “Gypsy”. Non tutto è oro (le mie orecchie dicono che il refrain di “One More Try” è inspiegabilmente stonato, la title track è lineare e diretta in maniera tediosa) ma c’è molto di buono e un plus fondamentale è dato dalla voce bellissima di Tania Lloyd: aggressiva, espressiva, sexy, un sospetto roca: una voce, insomma, intensamente rock che è stata purtroppo inghiottita nel nulla assieme agli Headmaster.

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Jaguar - 1992

 

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THEATRE "Sexy Lady + City Lights + 3 More"

Niente di speciale, questi Theatre: un po’ Autograph, un po’ Journey, un po’ Crüe… Bravo il cantante, passabile il chitarrista solista, variabile la resa fonica. Il CD pubblicato dalla FNA nel 2013 comprende l’opera omnia (il primo album del 1990, le canzoni pubblicate su un demo uscito solo su cassetta l’anno precedente e altri tre pezzi di sconosciuta collocazione temporale) di una band certo non indispensabile, ma che riuscirà senza dubbio gradevole a chi ama il classico suono metal melodico californiano.

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FNA Records - 2013

 

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PSEUDO ECHO "Race"

L’unica cosa che si poteva rimproverare a questo disco degli australiani Pseudo Echo era una certa convenzionalità che rinchiudeva il loro AOR in un territorio ben delimitato da quattro monikers: Journey, Honeymoon Suite, Glass Tiger, John Parr (quest’ultimo occhieggia soprattutto nella ballad ‘Searching For Glory’) Per il resto, nulla da dire: produzione impeccabile (di Julian Mendelsohn, condivisa con il cantante e chitarrista Brian Canham, ma una canzone è prodotta da Brian Malouf), songwriting efficace, arrangiamenti sapientemente movimentati.

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BMG - 1988

 

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VXN "VXN"

Ottimo album indipendente (ristampato in CD nel 1999) per questa band canadese guidata dalla interessante voce di Sherrie Marginean (timbro accattivante, acuto e un po’ nasale, all’epoca giovanissima e poi apprezzata vocal coach in patria) che si produceva in un AOR piuttosto aggressivo ma per nulla ispido, con le tastiere a bilanciare sapientemente le chitarre e belle melodie vocali di stampo pop su un songwriting di buon livello, un melange di Journey, Headpins, Coney Hatch e Scandal. In definitiva, un buonissimo lavoro che porta con sé tutto il sapore dell’AOR metà anni ’80.

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Osmosis - 1985

 

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AIRBOUND "Airbound"

Debutto per gli italiani Airbound, band che confeziona con questo suo primo album omonimo un prodotto in grado di competere ai livelli più alti nel mercato del melodic rock, composto da dieci canzoni che spaziano nel genere dal classico (in prevalenza di matrice Bon Jovi, ma anche Journey e Survivor) al moderno scandinavo, anche se il top sta per me in quel metal californiano OGM intitolato “Runaway” che si pone al crocevia fra i Ratt e quanto Ozzy fece al tempo di ‘The Ultimate Sin’. Eccellente la produzione, ottima la resa fonica, aggiungiamo qualche ospite prestigioso (Sven Larsson, il bravissimo Mario Percudani) e abbiamo un album davvero di notevole fattura, con l’unico neo della pronuncia inglese a tratti un po’ sforzata del comunque ottimo cantante Tomás Borgogna: handicap molto relativo considerato che il pubblico del rock melodico è ormai quasi tutto concentrato nell’Europa continentale.

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Art Of Melody Music - 2017

 

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MARTINA EDOFF "We Will Align"

Nei primi due album di Martina Edoff ho apprezzato la qualità della voce ed i riusciti tentativi del suo team di musicisti di sfuggire alla consolidata monotonia melodica scandinava. In questo terzo ‘We Will Align’, purtroppo, la voce sempre bella e potente di Martina si perde spesso proprio lungo quei sentieri che prima riusciva ad evitare brillantemente. Sarà perché è cambiata in parte la sua backing band, ma adesso il songwriting appare largamente prevedibile e troppe volte si ricade nel già sentito (sia pure impeccabilmente cantato e suonato), come nella title track, con le sue trame pompose e metalliche che sembrano riprese pari pari da un qualunque album recente degli House of Lords. “Champions” e “I’m Invincible” lasciano sperare bene, con le strofe ritmate da riff che fanno tanto ultimi Whitesnake, ma si afflosciano su refrain banali e triti. Molto meglio va nella altrettanto ben ritmata “Truth Came Knocking”, nella power ballad dalla linea melodica presa in prestito alla “Ten Years Gone” zeppeliniana intitolata “Face the Mirror”, mentre la movimentata (anche nelle vocals) “Set You Free” offre garbatamente atmosfere più moderne e costituisce il modesto top di un album che non rappresenta la consacrazione di una cantante su cui il sottoscritto decisamente puntava ma invece un brusco stop alle ambizioni di un’interprete che si era dimostrata capace di distinguersi nel troppo uniforme panorama della vocalità femminile made in Scandinavia e qui suona invece come un clone o quasi di tante sue algide colleghe di passaporto Nordeuropeo.

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AOR Heaven - 2017

 

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GENEVA "Last of the Rebels"

Questi Geneva – autori (pare) di questo unico album nel 1992 – avevano un sound che si potrebbe descrivere come una versione cromata e AOR di quello della Allman Brothers Band, o forse un’estensione in senso melodic rock del Gregg Allmann di ‘I’m no Angel’ e ‘Just Before the Bullets Fly’. L’elettricità viene dosata con una certa parsimonia, le timbriche degli strumenti sono brillanti, la resa fonica eccellente, il cantante ha una voce molto profonda che in qualche frangente lo mette un po’ in difficoltà. C’è un surplus di ballad, ma tutte di buona fattura, il blues elettrico “Best Friend Blues” è scontato ma viene arricchito con begli assoli di organo Hammond mentre in chiusura ascoltiamo una cover dignitosa della “You Are so Beautiful” portata al successo da Joe Cocker.

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Backstage Records - 1992

 

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MINDFEELS "XXenty"

Di notevole caratura questo esordio dei Mindfeels, band italiana che i comunicati della label definiscono “westcoast” ma in realtà pratica con notevole perizia l’AOR più sofisticato nello stile fine anni ’80 / primi anni ’90. C’è molta atmosfera in queste undici canzoni che percorrono gli stessi sentieri battuti da Toto, Michael Thompson Band, i World Trade del primo album, i Saga, con saltuari echi r&b ed un funky hi tech di gran classe. Il top (per me) sta in “Speed”, sinuosa, potente e rarefatta nella stessa misura, spettacolare in suo modo cerebrale e raffinato, debitrice sia del Tommy Shaw di ‘Ambition’ che dei mai abbastanza lodati Warp Drive. Consigliatissimi!

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Art Of Melody Music - 2017