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Nel 1996, uscì un album intitolato ‘The Exiles’ intestato al duo formato da Sean Manning e Paul Rafferty. Entrambi britannici, il primo (chitarrista) aveva suonato con Hurricane e Quiet Riot, il secondo era stato il cantante dei Bonham prima che arrivasse Daniel McMaster. Con il supporto di una massa di session men prestigiosi (Myron Grombacher, Richard Baker, Greg D’Angelo, Jeff Jacobs e altri) e Neil Geraldo a produrre, l’album si presentava benissimo, ma nel ’96 il genere di hard rock che Manning e Rafferty portavano in giro non faceva presa sulla generazione imbacuccata nelle Lamberjack da boscaioli, e comunque ‘The Exiles’ uscì – nella sostanza – in forma privata, per una label messa su dai due apposta per pubblicarlo, con una conseguente presenza sul mercato poco più che fantasmatica: il vostro webmaster, all’epoca, neppure ne sentì parlare. Dopo trenta anni giusti, la Bad Reputation lo ripubblica elevando a moniker il titolo originale (anche se una band, come detto, in effetti non c’era), dandogli come nuovo titolo ‘Turning Time’, aggiungendo ben cinque bonus track e un bellissimo remastering. È valsa la pena di resuscitare questo disco? Assolutamente sì, e se amate quell’hard rock su base Led Zeppelin che fece furore al tramonto dei Big 80s, non potrete che essere d’accordo con me. Premesso che la scaletta di ‘Turning Time’ è diversa da quella originale e le bonus track non sono state messe alla fine come solitamente si usa ma (pare) alternate come capita al materiale già edito, si comincia con la title track, che era in effetti anche la prima in scaletta nell’edizione 1996, solo che lì si intitolava “Making Love” (il motivo di questo cambiamento resta oscuro, e non mi azzardo a fare ipotesi su ciò che può averlo giustificato), un hard’n’roll scatenato con un bel bridge sui generis e lunghi assoli divertiti, in bilico fra i Tora Tora epoca primo album e i Babylon A.D. di ‘Nothing Sacred’: canzone notevole ma abbastanza diversa da tutto quello che la segue, a partire dalla formidabile (ma forse un pelo troppo lunga) “Rainmaker”, che sembra un parto dei Cult più zeppeliniani, arcani e fisici nello stesso tempo. E ancora Zep a più non posso con “Soul Woman” e “Tearing Up A Storm”, stavolta riletti attraverso il filtro dei Tora Tora, la prima con un assolo selvatico di chitarra slide, la seconda adorna di un refrain incalzante. Cambio di atmosfera con “Ain’t No Fool”, elettroacustica, ipnotica nelle strofe, vigorosa nel coro, dove i Nostri si esprimono come dei Bad Company più bruschi, e sempre la band di Mick Ralphs torna in ballo per “Travelling Blues”, che vede protagonisti anche l’armonica e l’Hammond e ha un Paul Rafferty che trova accenti alla Paul Rodgers fino a questo momento insospettabili. Il country rock con sfumature soul “Friend” richiama alla mente i Black Crowes ma anche i Neverland, mentre i Bad Company ispirano “Feminine Side”, sexy e spavalda. Acustiche in chiaroscuro aprono “Richmond Castle Walk” che quando entra tutta la band prende accenti regali ed eleganti in perfetto stile “Kashmir” (ma Rafferty, anziché planteggiare come si fa di solito su queste stesure, insiste felicemente a ricalcare le orme di Paul Rodgers), sulla molto intensa “Woman Let It Shine” i temi zeppeliniani vengono elaborati nello stile dei Neverland e dei Beggars & Thieves, e su questa stessa rotta procedono “Mission Bell” (che ha qualcosa di esotico nel riff e magari anche qualche stilla di Cinderella epoca ‘Long Cold Winter’) e la ballad “Soul Has No Home” (in cui il fantasma dei Cinderella prende più consistenza). “I’m The One” è un boogie che sembra voler interpretare i Free attraverso l’hard rock sofisticato dei Beggars & Thieves, la solare “High Old Times” precede la stratosferica “Carry You Home” che chiude le danze innestando una melodia Bad Company su un superbo ordito zeppeliniano. Capolavoro? Non esageriamo… Ma senza dubbio un gran bel disco, che le bonus track rendono ancora più stuzzicante e gode finalmente di una esposizione che trent’anni fa mancò quasi del tutto.
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