AORARCHIVIA

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LOU GRAMM

 

 

  • RELEASED (2026)

Etichetta:HNE Recordings / Cherry Red Records Reperibilità:in commercio

 

Che cosa possiamo mai aspettarci da una raccolta di inediti? È un raschiare il fondo del barile. Si prende tutto quanto non era stato ritenuto abbastanza buono per la pubblicazione a suo tempo e lo si pubblica comunque. Si offrono scarti e rimasugli, dato che altro da offrire non c’è. La regola con queste raccolte, dunque, è che quasi niente di veramente buono possiamo sperare di trovarci dentro. Ma, per fortuna, esistono sempre le eccezioni a qualunque regola, e questa ‘Released’ è una felice eccezione al principio più sopra enunciato.

Bisogna anche sottolineare il fatto che da una raccolta di inediti del Lou Gramm solista (Shadow King inclusi, forse), non c’era proprio da aspettarsi chissà che. I due album solo di Lou avevano detto proprio poco: il primo risultava troppo pop; il secondo, nonostante lo spiegamento di personalità del nostro genere coinvolto nella sua realizzazione, non ci consegnava niente di memorabile. Andò molto, molto meglio con gli Shadow King (il moniker, è notorio, era stato imposto dalla label a quello che avrebbe semplicemente dovuto essere il terzo disco solista di Lou), ma quanta roba poteva essere rimasta fuori dal quell’album? Un profondo scetticismo sull’opportunità dell’operazione era quindi legittimo. Invece, ‘Released’ risulta davvero valido.

Le canzoni qui presenti (tutte scritte da Lou con il fido Bruce Turgon) sono state recuperate dai nastri originali incisi durante gli anni 80 e completate aggiungendo parti strumentali (opera, fra gli altri, di Vivian Campbell, Gary Hoey, Tony Franklin, Jeff Jacobs) e in almeno tre casi anche le parti vocali. La prima canzone in scaletta, “Young Love”, risulta drammatica e urgente, con due assoli incisivi di Vivian Campbell, mentre “Lightning Strikes” suona potente e cromata. Notevole è anche “Walk the Walk”, un boogie hi tech completato da un buon assolo di sax di Scott Gilman, meno riuscita “Long Gone”: non tanto perché le vocals sono state registrate oggi (e la voce di Lou, lo sappiamo, non è più quella di una volta), ma solo per la qualità nient’affatto eccezionale di una canzone che fa più Shadow King che Foreigner. Di tutt’altra caratura sono “Heart and Soul”, scandita da una chitarra robusta, molto Foreigner con quella splendida melodia in chiaroscuro, e “Long Hard Look” (che avrebbe dovuto essere, naturalmente, la title track del disco omonimo), elettrica, un po’ mesta nelle strofe si rischiara nel refrain. In “True Blue Love” Lou canta accompagnato solo dal pianoforte, mentre la luminosa “Deeper Side of Love” è una bella cavalcata, con un assolo di Moog che non so quanto sia pertinente in questo contesto. “Time Heals the Pain” è davvero interessante per chi si interessa di produzione, dato che con metà di questa canzone (testo incluso) Lou e i Foreigner hanno fatto “Until The End of Time” per ‘Mr. Moonlight’: questa non può difatti essere considerata una prima versione di quel brano, da qui sono state prelevate certe parti che sono confluite in quella ballad divina; “Time Heals the Pain” risulta comunque una buona canzone, anche se quel bridge di archi mi suona troppo pomposo. Chiude benissimo l’album “Word Gets Around”, aggressiva, serrata, caratterizzata da un bel palleggio tra chitarre e tastiere.

Lou Gramm ha dichiarato che questo è il suo ultimo e definitivo album, destinato a sigillare una discografia che proprio quando portava il suo nome non è stata di qualità abbagliante. È il suo miglior disco, allora? Sono fortemente tentato di rispondere “sì”.

 

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LANDSLIDE

 

 

  • SAY HALLO TO THE NIGHT (1990)

Etichetta:Vision Records Reperibilità:scarsa

 

Il primo aggettivo che viene spontaneo associare all’unico album degli americani Landslide è: introvabile.

Pubblicato forse in quattro copie nel 1990 da una microscopica label regionale, oggi è, sospetto, falsificato in Grecia dai soliti ignoti che ne distribuiscono copie con il contagocce e a prezzo tutt’altro che vile (fra i 20 e i 70 euro). Il sospetto si basa sul fatto che negli USA non ce n’è in vendita neppure una copia, mentre gli unici che lo hanno in catalogo sono quattro venditori di rarità discografiche europei (uno in Spagna, uno in Germania e due – ma guarda… – in Grecia). Per fortuna, ‘Say Hallo to The Night’ lo trovate su YouTube (e anche altrove: a buon intenditor…), lo hanno caricato un anno fa, ad oggi è stato ascoltato poco più di 400 volte: non proprio un disco dimenticato, dunque, ma quasi.

Quel poco che si sa di loro lo potete trovare nella loro scheda su Heavyharmonies, la solita storia di una band che non riesce a entrare nel giro buono e resta confinata in una delle tante province in cui sono divisi gli USA: peccato, perché i Landslide, nel giro buono avrebbero potuto essere accolti senza troppe formalità. ‘Say Hallo to The Night’ era un album perfettamente sintonizzato su temi e stilemi che il rock melodico aveva elaborato nella sua tarda stagione e la band interpretava con ottimo gusto. Caratterizzata da una doppia conduzione vocale (affidata a Anne Davis e Tom Suter, ma sempre divisi, mai in duetto: sei canzoni a Suter e cinque alla signora), la proposta dei Landslide viene subito messa a fuoco dalla title track, che amalgama brillantemente un coro pop alla Starship con strofe insinuanti molto Survivor mantenendo un bell’equilibrio tra chitarre e tastiere. La suggestiva “Play To Win” – che guarda ancora ai Survivor, ma anche a Toto e Giant – precede “Do You Know What Love Is”, ballad AOR morbida e carezzevole, d’atmosfera ma pure abbastanza dinamica, mentre sognante si rivela “Tommy”, pop rock (molto, forse troppo pop) con linee vocali di ispirazione Queen. “Further From My Heart” ci offre una trance di atmospheric power su un registro drammatico molto ben gestito, “Keep This Feeling Alive” è un AOR luminoso che ci porta negli stessi territori battuti dai Glass Tiger (ma con una cifra melodica che potrebbe rendere questa canzone il frutto di ipotetici Go West versione AOR). Sono di nuovo gli Starship a occhieggiare fra le note di “Hold Me All Through The Night”, AOR dinamico con coro poppeggiante, mentre la ballad “Only When I Dream” potrebbe venire da un qualunque album metà anni Ottanta di Olivia Newton John. Bello lo smalto r&b del robusto (e un po’ Toto) AOR “Sweet Little Girl”, chiudono le danze “That’s The Way I Like It” e “Temptation Knocking”, con i ritmi vagamente robotici caratteristici dell’AOR primi Ottanta.

Gli impasti chitarre tastiere sono sempre ben calibrati, gli arrangiamenti convincenti, la produzione di ottimo livello. Insomma, ‘Say Hallo to The Night’ è un gioiellino: pubblicato da una label meno scalcagnata, avrebbe potuto, se non altro, giungerci in un numero di copie meno striminzito, mentre oggi contribuisce soprattutto (temo) a ingrassare il portafogli dei falsari.

 

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MAX CARL

 

 

  • CIRCLE (1985)

Etichetta:MCA Reperibilità:scarsa

 

Dalle nostre parti, Max Carl viene ricordato soprattutto per la sua militanza nei 38 Special, ma il suo curriculum è lungo e variegato, e riassumerlo in poche righe è un’impresa. Polistrumentista e cantante, milita attualmente nei Grand Funk, ma ha scritto canzoni, suonato e/o cantato per Elton John, Bonnie Raitt, Don Henley, Glenn Frey, Timothy B. Schmit, Kenny Loggins, Joe Cocker, Bad Company, Richard Marx e altri, senza contare il suo lavoro su colonne sonore di vari film di successo. ‘Circle’ fu il suo terzo album solista (i primi due portavano il suo vero nome, Max Gronenthal, e vennero pubblicati nel 1979 e nel 1980) e per ragioni ignote venne registrato in Germania, con una backing band formata quasi interamente da musicisti tedeschi e dal tedesco Peter Hauke prodotto… cosa che potrebbe farci temere un contenuto a base di melensaggini pop o trombonate metalliche tipicamente germaniche: niente di tutto questo.

Radical Prodigal” apre le danze con un tipico ritmo robotico della prima metà dei Big 80s su cui si adagia un riffing secco e nervoso che ben si amalgama al clima drammatico della canzone. La dinamica “The Lion Kills The Sparrow” fonde l’AOR canadese di Honeymoon Suite e Glass Tiger al rock melodico degli Yes di ‘90125’, la title track (scritta da Max assieme ad Alan Pasqua) segue la stessa rotta fra bei chiaroscuri e un assolo d’atmosfera mentre “A Cold Shot” torna ai ritmi robotici, cupa nelle strofe, spettacolare nel refrain con il plus di un bel bridge sinfonico e arabeggiante. Gli Honeymoon Suite riecheggiano nel refrain anthemico di “Strategic Land (A Soldier’s Song)” (mentre le strofe d’atmosfera fanno un po’ Cock Robin), “Night Train Roll” rimette in gioco gli Yes in un contesto decisamente hard rock, con un ritmo incalzante, un riffone geometrico e un arrangiamento a tratti sorprendente. Se “A Thousand Nights” inietta un pizzico di Bryan Adams nel solito tessuto di AOR canuck, in “Tell Me Where Your Sister’s Hiding” tutto sembra programmato col sequencer salvo le scariche rabbiose di chitarra e gli assolo incisivi che si succedono nel lungo finale strumentale. “Curves” aggiunge alla solita ricetta AOR qualche sfumatura prog, “Timing” (un pelo cerebrale, forse) chiude con una ballad in cui un sax si muove fra un suggestivo sovrapporsi di tastiere e chitarre tinnanti.

Circle’ è, insomma, un disco calato fino al mento nell’ortodossia rock dell’epoca. Chi predilige il rock melodico della seconda metà dei Big 80s forse non gradirà troppo i ritmi robotici che spesso caratterizzano le canzoni, ma l’album è davvero notevole, prodotto splendidamente e arrangiato con gusto. Che sia passato inosservato si può spiegare sia con la data d’uscita (ho già notato più di una volta che il 1985 non portò molta fortuna alle band AOR) sia con il fatto che fu pubblicato dalla MCA, il cui disinteresse nel promuovere i propri artisti è diventato ormai leggendario. Ristampato dalla Grand Slamm Records nel 1998 e  poi dalla Yesterrock nel 2012, gira come usato a prezzo onesto (una quindicina scarsa di euro): l’edizione più facile da trovare è quella del 2012, ovviamente, ma se avete la possibilità di scegliere e quest’ultima ristampa ha prezzo più alto (succede) rispetto alle altre, non fatevi sedurre dal decantato remastering a cui lo ha sottoposto la Yesterrock a spendere di più, dato che l’operazione non ha sortito effetti stupefacenti su una qualità audio buona già all’origine.