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Una delle peggiori ossessioni da cui sono afflitti tutti coloro che gestiscono e amministrano l’industria musicale (ma chi spadroneggia sui settori cinematografico ed editoriale non ne è certo immune) è quella della replicazione forsennata. Quando un genere o un personaggio o una band si affermano scatta immediatamente la caccia alla replica (o al clone, decidete voi) del personaggio, della band e del suono di successo. Elvis Presley diventa una star e cinque minuti dopo tutti si mettono in caccia del Nuovo Elvis. I Beatles e i Rolling Stones esplodono, e tempo un mese il mercato viene alluvionato di Nuovi Beatles e Nuovi Stones. I Guns N’ Roses hanno appena messo a soqquadro la scena rock che label grandi e piccole pubblicano gli esordi di Nuovi Guns N’ Roses. Eccetera, eccetera, eccetera. Non che l’ossessione sia solo di quelli che occupano le stanze dei bottoni. Ai musicisti, il fatto di accodarsi, di mettersi in scia ai vincitori, non sembra dare problemi. E il ragionamento che sta alla base di questa strategia in apparenza non fa una grinza. Tanta gente compra i dischi dei Journey e dei Def Leppard, io gli offro qualcosa di molto simile, e la gente lo comprerà. Giusto? Mica tanto… Quanti cloni di Journey e Def Leppard sono entrati nella top ten di Billboard? E passi pure la rincorsa al suono di moda, ma ostinarsi a perseguire la clonazione dei personaggi è pura idiozia. Quanti cloni di Elvis o dei Beatles hanno avuto, non dico successo, ma almeno un pizzico di rinomanza? Il personaggio non si limita a suonare e/o cantare ma ha un’immagine, un’identità, rappresenta qualcosa, porta (in genere) un che di nuovo da cui il pubblico viene sedotto: ma perché mai il pubblico suddetto dovrebbe farsi sedurre anche da qualcuno che scimmiotta (più o meno bene) il personaggio? Che senso ha una novità di seconda mano? Alla fine della fiera, la strategia risulta sempre perdente, eppure chi comanda la barca insiste pervicacemente a seguirla. Perché mai tutto questo lungo preambolo alla recensione dell’unica testimonianza lasciataci dai Mystic Game? Perché questa band internazionale è chiaro che sperava, vagheggiava, anelava di venire inquadrata nella categoria dei “Nuovi Guns N’ Roses”. Band internazionale, dicevamo, e più precisamente anglospagnola. Bassista (Gary Banton), batterista (Jamie Wright, figlio di Richard Wright dei Pink Floyd) e cantante (Haydon Palmer) inglesi, mentre alla chitarra c’era il bravissimo Carlos Creator (anche produttore e mixer), spagnolo. L’album venne registrato in Spagna, in uno studio di Bilbao, e pubblicato in Giappone dalla solita Brunette e in Germania a spese della band, con copertine e scalette differenti (l’edizione giapponese comprende quattordici canzoni, quella tedesca undici). ‘Welcome To The Sky’, diciamolo subito, non scimmiottava affatto i Guns sul piano musicale, l’unica scheggia in cui si può ravvisare una filiazione diretta tra le band è la power ballad elettroacustica “Every Day Of My Life”. Ma che i Nostri praticassero, e con notevole efficacia, il genere street metal è innegabile: “That’s For Sure” è un inizio col botto, ponendosi al crocevia di Lynch Mob e L.A. Guns, con un bel riffing adrenalinico e un assolo nello stile eclettico di Steve Vai. “Crazy For The Rhythm” cambiava registro, guardando piuttosto ai Van Halen, ma con vocals spiccatamente glam alla Stephen Percy, e sulla stessa rotta procedevano la title track (beffarda nelle strofe, sinuosa e galoppante nel refrain, anche questa guarnita di un pregevolissimo assolo) e “When The Time Is Gone” (dove però il chitarrismo di Creator sembra influenzato più da quello di George Lynch). “That’s For Sure (Acoustic Mix)”, è una versione solo per voce, acustiche, tastiere e percussioni della prima canzone in scaletta: morbida, sognante, con un bello smalto spagnoleggiante e ombre Beatles sulle vocals. “Mystic Game”, molto diretta, era in compenso farcita di assoli spettacolari, su “I Can’t Get Enough” e “You Got It” le melodie erano di matrice Autograph, “Low” procedeva sul ritmo di una danza di guerra pellerossa scandito da un riff rotolante, “That’s Why”, acida e irriverente, impastava il David Lee Roth solista ai Kik Tracee, la già citata “Every Day Of My Life” chiudeva ottimamente un disco di buon livello e molto ben prodotto. Naturalmente, considerato che uscì nel 1994, quando la breve stagione dello street metal si era in sostanza già conclusa, e soltanto in Giappone e Germania, le speranze della band di fare concorrenza ai Guns ‘N Roses non erano altro che pii desideri. Trovarlo non è impossibile, anche se raro, i prezzi vanno dai venti dollari dell’edizione tedesca ai cinquanta per quella giapponese, a chi basta l’ascolto ecco il link su YouTube. Tornando per un momento alla questione dei “Nuovi Guns N’ Roses”… Mi pare ci sia stata una sola band fra quelle che si misero in scia a Axl, Slash e soci che avesse compreso come occorreva muoversi per sfidare quei personaggi (quei particolari personaggi) sul loro terreno: i Love/Hate. I Guns erano provocatori, cattivi e pericolosi (chi vuole approfondire, può seguire il link alla recensione di ‘Appetite for Destruction’), dunque occorreva essere più cattivi e provocatori di loro. Fu questa esigenza che li portò alla bravata della crocifissione, con Jizzy Pearl appeso alla Y della scritta più famosa del cinema americano (ecco uno dei video su YouTube – postato da Jizzy in persona – che la documentano). Ma servì a qualcosa? Il polverone che sollevò fu modesto, e non riuscì a catapultare ‘Wasted in America’ ai piani alti di Billboard né i Love/Hate sulla copertina di Rolling Stones. Perché perfino quella bravata aveva il sapore di una novità di seconda mano. E, prima e più di tutto, perché il pubblico non avvertiva l’esigenza di avere dei nuovi Guns N’ Roses mentre quelli originali erano vivi, vegeti e in pieno fulgore.
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