recension

IL MUSEO DEGLI ORRORI
 
Premessa
 

Un tre anni fa, Francesco “Fuzz” Pascoletti, leader maximo di Classix! e Classix Metal, lanciò l’idea di arricchire la pagina Facebook delle riviste di una serie di rubrichette gestite dai collaboratori. Il vostro webmaster ne propose una (poi battezzata “il museo degli orrori” dal leader maximo), dedicata alle copertine più raccapriccianti. Per un insieme di circostanze, le rubriche ebbero breve vita, e dei pezzi che avevo preparato ne finirono sulla pagina Facebook mi pare solo due o tre. Ho pensato così di offrirli oggi ai miei fedeli lettori, che spero apprezzeranno un po’ di review diverse (molto diverse) dal solito… Per ammirare le copertine in tutta la loro magnificenza, vi basta cliccare sulle miniature, naturalmente.

 

AORARCHIVIA

MARTIN DENNY "Romantica"

Martin Denny è stato una stella nei primi anni ’60, creatore del genere Exotica che spalmava la tradizione musicale polinesiana sul jazz e l’R&B: musica cremosa, languida, perfetto sottofondo per cenette a lume di candela, momenti intimi, insomma tutto il romanticume in cui i nostri padri & nonni / madri & nonne sguazzavano ai bei tempi che furono. E non a caso questa compilation del 1961 si intitola ‘Romantica’. Cosa ci sia esattamente di sentimentale nella cover, però… D’accordo, abbiamo una coppia in atteggiamento tenero, ma la domanda (ovvia) è: perché sono stati selezionati proprio questi due stupendi campioni di umanità come esemplare rappresentazione di ciò che è “romantico”? Sarà stato per la stazza bovina di lei, l’espressione assente, anche quella indubbiamente bovina (nel senso lato dell’espressione), o per quella poppa simile ad un prosciutto di Parma che spunta negligente dalla vestaglia? Sarà stato per il barbone incolto stile pescatore norvegese di lui, il quale, più che rapito dalle floride abbondanze della partner, ha l’aria afflitta e depressa di uno a cui hanno appena pignorato i mobili? E se fosse stato un prolungato ascolto della musica romantica di Denny a ridurli in questo stato pietoso? Comunque, questa copertina costituisce un ottimo argomento da opporre a chi si ostina a definire “favolosi” gli anni ’60.

 

 

 

AORARCHIVIA

MOXY "Under the Light"

Una cosa è certa: nei ’70 i fotografi avevano una passione per le pose di gruppo dal look aerodinamico: come spiegare altrimenti la disposizione precaria ed al limite dell’acrobatico dei due in seconda fila, entrambi appoggiati con la punta delle scarpe allo sgabello (o quello che è) e le gambe tese in stile karateka o ginnasta circense? Anche il biondo barbuto a sinistra ha dovuto adattarsi ad un appoggio precario a schiena china (l’assistente del fotografo controllava l’angolazione con un goniometro?), rischiando il torcicollo per poter mostrare la faccia all’obiettivo. E sarà stata solo per una questione di simmetria nella composizione dell’immagine che il ricciolone seduto al centro ha spalancato le gambe, rendendo spietatamente evidenti i suoi seri problemi di ernia inguinale? Ma, attenzione, il suddetto ricciolone non era altri che Mike Reno (ma qui usava ancora il suo vero nome, Mike Rynoski) futuro cantante delle superstar dell’AOR canadese, i Loverboy. È chiaro che il passaggio dai Moxy (che erano comunque, e nonostante le bislacche soluzioni stilistiche adottate dal loro fotografo per ritrarli, una band eccellente) ai Loverboy deve avergli in qualche modo sistemato le budella, oppure il nuovo management deve averlo dotato di un opportuno cinto erniario.

 

 
 

 

AORARCHIVIA

PREDATOR "Easy Prey"

Della serie: ho la macchina fotografica, dunque sono un Fotografo (con la maiuscola, of course).

Cos’è più ridicolo, in questa immagine? L’evidente immobilità della ragazza, che se ne sta ferma sull’attenti con gli occhi mezzi chiusi? Le mani tese in atteggiamento predatorio e vorace stile fumetto dell’aspirante stupratore? Oppure la calza che porta infilata in testa alla moda dei rapinatori di banche degli anni ’70? O la maglietta tagliuzzata? O il fatto che se ne stia scalzo ad aspettare le vittime potenziali, in pieno sole, dietro un palo (o quello che cazzo è), dove è chiaro che può essere visto da chiunque?

A guardarlo bene, questo gioiello dell’arte fotografica sembra un fotogramma di uno dei tanti B movies californiani degli anni ’80 fatti di maniaci sessuali, poliziotti palestrati e bellocci dal grilletto facile, ragazze discinte con i capelli tinti e permanentati a cui band heavy metal come i Predator contribuivano regolarmente con le loro canzoni per ritmare le scene più violente o dinamiche o sexy. Forse i ragazzi speravano che la cover potesse funzionare come passaporto per la Hollywood dei bassifondi…

 

 
 

 

AORARCHIVIA

SAVETA JOVANOVIC "Lazno je, lazno, svesto je tvoje"

Annuncio: mancia competente a chi potrà fornire indirizzo e recapito telefonico della beltà immortalata sulla copertina di questo 45 giri, la yugoslava Saveta Jovanovic. Non perché, come qualche maligno ha sussurrato, la suddetta sia da anni una persistente e squisita ossessione erotica della redazione di Classix!, ma soltanto per poter dare un’identità precisa a questo succulento campione di femminilità slava degli anni ’60. Inutile sprecare parole per commentare un’immagine che parla da sé, schietta e onesta fino ai sensuali ciuffi di pelo scuro che percorrono sinuosi la gamba destra, con quel magico, irresistibile contrasto fra la coscia soda e imponente che spunta dalla ridottissima mini ed i soffici batuffoli di pelliccia che salgono tentatori fino a sfiorare in maniera provocante l’attraente rotondità del ginocchio.

Se poi volete sentire la voce soave della ragazza in un rappresentativo campione della musica yugoslava dei ’60, tra pop e folk gitano, ecco il link su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=27T3aw9milk

Fateci avere le vostre impressioni, se arriveranno commenti a valanga senza dubbio Fuzz metterà sotto pressione Della Cioppa per un bell’articolone retrospettivo dedicato a Saveta sulle pagine di Classix!.

 

 
 

 

AORARCHIVIA

THE SENSUOUS BLACK WOMAN MEETS THE SENSUOUS BLACK MAN

Non sapevamo che blackploitation e sexploitation avessero avuto anche strascichi discografici, e invece… Cosa sia esattamente contenuto in questo disco (LP, EP, 45 giri?) non è dato saperlo, ma la cover è fin troppo esplicita, per non parlare del titolo che, tradotto in lingua madre fa ‘La sensuale donna nera incontra il sensuale uomo nero’ (l’enfasi data dal neretto ce l’hanno messa loro). Mistero anche sugli interpreti, identificati semplicemente come “la Madama” e “il Principe”. Accantoniamo dunque le fantasticherie riguardo questa presumibile interpretazione audio del kamasutra, e concentriamo l’attenzione sulla foto dei due performer. Non vi pare che la faccia del Principe sia un po’ troppo scura rispetto al resto del corpo? È semplicemente arrossito per l’imbarazzo? No: siamo solo al cospetto di uno degli obbrobri dell’era pre-Photoshop. Quella faccia, difatti, appartiene a qualcun altro: per essere più precisi, il corpo nerboruto e ben dotato appartiene a qualcun altro, il Principe c’ha messo solo la sua faccia (in senso letterale), che un grafico ha ritagliato con la forbice (probabilmente, dalla fototessera per la patente) e incollato alla bell’e meglio sul copraccione di qualche camionista che ha fatto da controfigura. Se il Principe abbia scelto questa soluzione grafica perché era (nonostante tutto) un tipo pudico o perché una sua foto senza vestiti e con le pudenda in bella vista avrebbe scatenato conati di vomito e/o risate convulse ai possibili acquirenti, resta un glorioso mistero della black music degli anni ’70.

 

 
 

 

AORARCHIVIA

FIREBALLET "Two, Too"

Prog rock: genere per intellettuali, tipi sobri dall’aria pensosa, usi a perdersi fra i meandri di musica cerebrale, complessa, raffinata… ma ne siamo proprio sicuri? A giudicare dalla cover del secondo album dei Fireballet, magari le nostre idee sul prog ed i suoi seguaci sono (come minimo) da revisionare. O forse quest’immagine nasconde un sofisticato messaggio visivo che il sottoscritto – poco propenso a perdersi nei suddetti meandri – non è stato in grado di cogliere? Il sapiente cromatismo degli abitini in cui è inguainata la band ne è forse la chiave? Ma le espressioni gioconde e le pose coerenti con tutù e calzamaglie da balletto? Queste, certo, farebbero pensare più ad un festino di travestiti bulgari, o al momento culminante di un acid test particolarmente intenso.

Nessuna meraviglia, comunque, che la band sia svanita nel nulla dopo questo album (il primo disco l’aveva prodotto Ian McDonald dei King Crimson e nell’ambiente del prog è considerato una lost gem) che neanche i fan più devoti – suppongo – avranno avuto il coraggio di prendere dallo scaffale e portare alla cassa del negozio di dischi.